20 Gennaio 2026

Groenlandia e Ucraina: le dolenti ambasce della leadership Ue

di Davide Malacaria
Groenlandia e Ucraina: le dolenti ambasce della leadership Ue
Tempo di lettura: 4 minuti

La spinta di Trump per acquisire la Groenlandia rafforza. E i leader della Ue reagiscono con un insulso balbettio, una manciata di soldatini mandati a sciare sull’isola artica. Dove l’aspetto più tragico di tale stralunata iniziativa è che non si accorgono quanto sia ridicola.

Tale mancanza di consapevolezza non deriva solo dal panico di vedersi brutalizzati dal loro padrone, né dallo shock per il tradimento del rapporto fiduciario cementato da anni di obbediente sudditanza, ma semplicemente dalla loro inconsistenza, palesata da decenni e immortalata da fotografie di innumerevoli vertici inter-europei e internazionali che li vede sorridenti e felici nonostante il mondo gli crollasse poco a poco attorno.

Momenti che li hanno visti sfoggiare muscoli che non avevano, non solo contro la Russia, ma anche contro il padrone d’oltreoceano, quando questi era Trump, in obbedienza ai vecchi padroni americani che lo volevano spodestare. La fotografia della Merkel che guarda in cagnesco Trump a un G-7, rimasta nella memoria collettiva, è la più palese manifestazione di questa farsa.

La donna più potente del mondo veniva definita dai media, nulla importando che era a capo di una nazione che, nella stessa temperie, era definita un gigante economico e un nano geopolitico. Una connotazione geopolitica che, con l’identificazione dell’Unione europea con la Grande Germania – con i Paesi membri chiamati semplicemente a fare da corollario alla motrice teutonica – si è trasferita al continente.

Un’Europa sempre più in ritirata, sempre più servile, con la sua classe politica e le sue istituzioni sempre più consegnate all’inanità, come dimostra non solo la vacuità dei suoi politici, ma anche delle istituzioni comunitarie: dall’inutile Parlamento europeo allo spettacolo indegno offerto dalle più alte cariche istituzionali, conferite a figure del tutto inadeguate.

Un servilismo decennale funzionale alla geopolitica altrui: sia che si trattasse degli Stati Uniti, con la Ue sempre pronta a sostenere le guerre infinite e i regime-change made in Usa; sia che si trattasse di Israele e dei suoi sogni di egemonia sul Medio oriente; sia, infine, che si trattasse della Gran Bretagna post Brexit, alla quale si è data in toto la gestione della politica europea nei riguardi della Russia.

Altra cosa l’Europa quando era una protagonista della politica globale, quando sapeva dire di no alla guerra irachena o sapeva eludere le costrizioni dell’Impero, quando sapeva mediare tra Russia e Usa o tra Israele e Paesi arabi, avendo l’intelligenza di interloquire con tutti (Andreotti, in questo, fu maestro). Sic transit gloria mundi e va bene così, inutile piangerci su.

Ora il ridicolo delle èlite europee è apparso in tutta la sua forza epifanica, con la brutale pretesa di Trump sulla Groenlandia che ha frantumato tutti i loro sogni di gloria, basati essenzialmente sul prolungare la guerra ucraina fino alle midterm Usa e assecondare le oscure ambizioni di Netanyahu & soci, sull’Iran e altrove. Nella folle speranza che i neoconservatori li preservino nei loro posti di potere, non comprendendo che a questi circoli non interessa affatto la sorte dei loro servi, come dimostra la vicenda della povera Ucraina, lanciata a bomba contro il nemico russo.

Sono confusi, e tanto, come da dichiarazioni, per una volta simpatiche, della stolida Kaja Kallas, che della Ue è ministro degli Esteri, la quale ha confessato che è un buon momento per “iniziare a bere“… Quanto ai sogni europei sull’Ucraina, riportiamo da Strana: “Solo tre giorni fa i leader dell’Unione Europea si preparavano a passare la settimana di Davos a esortare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a promettere garanzie di sicurezza per l’Ucraina del dopoguerra. Oggi dubitano che le sue promesse siano affidabili e stanno stracciando i loro documenti programmatici sull’Ucraina”.

EU chief diplomat Kallas: World’s woes mean it’s time to start drinking

Difficile che risolvano i loro dilemmi esistenziali. Un modo sarebbe assecondare finalmente il processo di pace ucraino voluto da Trump, nella speranza che il bullo d’oltreoceano (del quale finora hanno minato il lavorìo negoziale), potendo brandire tale successo, si accontenti di un’intesa anche per la Groenlandia, profferta già avanzata e rifiutata.

Un cenno di Trump sembra confermare che tale possibilità è aperta: “Piuttosto che della Groenlandia, occupatevi dell’Ucraina”. L’occasione c’è, perché a Davos è stato invitato anche il negoziatore russo Kirill Dmitriev, anche se il clima non sembra eccessivamente buono dato che Trump non ha voluto incontrare Zelensky, motivo per il quale quest’ultimo è rimasto a casa (ufficialmente per dare priorità ai problemi del suo Paese).

L’alternativa è che la prova di forza prosegua e prenda una brutta piega, come sembra di potersi evincere da quanto riferisce il Washington Post: “Il Pentagono ha ordinato a circa 1.500 soldati in servizio attivo di prepararsi per un possibile dispiegamento in Minnesota” per far fronte alle proteste contro le brutalità consumate dall’Agenzia per l’immigrazione.

Si tratta “dell’11a divisione aviotrasportata dell’esercito, con base in Alaska e specializzata in operazioni in climi freddi”, gli Arctic Angels, che poco c’entrano col Minnesota, per il quale la scelta avrebbe potuto cadere su forze più confacenti. “Due funzionari”, annota il Wp, “hanno affermato che l’ordine non è correlato alla recente retorica di Trump sulla necessità di prendere il controllo della Groenlandia”… excusatio non petita accusatio manifesta. Non che saranno inviati nell’isola, ma il segnale c’è tutto, tanto che la Danimarca ha inviato truppe a presidio (a proposito di muscoli che non si hanno).

World Jewish Congress President Ronald Lauder involved in Trump’s push for Greenland

Per inciso, secondo il Jerusalem Post a suggerire a Trump, fin dal suo primo mandato, di acquisire la Groenlandia è stato Ronald Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale dal 2007 e amico intimo del presidente. Notizia confortata da un articolo che lo stesso Lauder ha redatto per il New York Post e dagli ingenti investimenti che questi ha fatto nell’isola dopo il suggerimento.

 

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