6 Marzo 2023

Il colloquio riservato Scholz - Biden e l'Endgame in Ucraina

Joe Biden con Olaf Scholz. Il colloquio riservato Scholz - Biden e l'Endgame in Ucraina
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“Abbiamo risolto da soli tutti i problemi del mondo”. Questa la battuta di Biden al termine del colloqui con il cancelliere tedesco Olaf Scholz in visita a Washington. La riferisce MK Bhadrakumar su Indian Punchline in una nota invero interessante, della quale val la pena riferire i punti salienti prima di tornare all’incontro tra i leader dei due più importanti Paesi d’Occidente.

Anche Sunak per l’Endgame

Secondo Bhadrakumar non sono solo Francia e Germania a urgere per un Endgame in Ucraina, una posizione che si è manifestata anche nel corso dell’incontro a porte chiuse tra i leader dei due Paesi europei e Zelensky all’Eliseo (il contenuto del colloquio è stato rivelato successivamente dal Wall Street Journal).

Infatti, anche Rishi Sunak condividerebbe tale idea. Il premier britannico, non essendo un fan sfegatato della Brexit né “un russofobo senza cervello” e avendo ereditato tali criticità dai suoi predecessori, vorrebbe traghettare il Paese verso “acque più tranquille” per poter guidare partito conservatore alla vittoria nelle prossime elezioni.

Per questo non può permettersi che il conflitto ucraino “oltrepassi” un certo limite temporale. E proprio la prossimità dei suoi predecessori – Boris Johnson e Liz Truss – a Zelensky lo renderebbe idoneo a farsi protagonista della “missione impossibile” di chiudere il conflitto.

Tale opzione, secondo Bhadrakumar, sarebbe sul tavolo del vertice Nato di giugno, che dovrebbe offrire a Zelensky garanzie militari ed economiche per costringerlo ad aprirsi al negoziato con la Russia.

Di interesse anche un altro cenno di Bhadrakumar, stavolta sul viaggio di Biden in Europa, nel corso del quale, come riferito da Politico, il presidente americano avrebbe consegnato ai Paesi dell’Europa orientale, i più “focosi” assertori della lotta all’ultimo sangue contro Mosca, un promemoria che li richiamava all’ordine, in particolare sul tema della rimozione di Putin dal potere, opzione non compresa nell’agenda di Washington.

L’articolo di Bhadrakumar fa altre considerazioni interessanti, sia sui dubbi che serpeggiano nelle cancellerie d’Europa riguardo all’invio di armi a Kiev, più che noti, sia sull’impossibilità per la Germania di farsi colonna portante della Difesa europea.

Sull’ultimo punto, che richiama il proclama di Scholz al Bundestag sulla necessità di restituire la Germania agli antichi fasti militari, Bhadrakumar riferisce quanto ha più realisticamente dichiarato di recente  Wolfgang Schmidt, capo dello staff del Cancelliere tedesco, al Wall Street Journal:  “Dobbiamo essere onesti. L’ambizione e la realtà su questo punto stanno divergendo”. 

Scholz a Washington, colloqui e silenzi

Così torniamo alla visita di Scholz a Washington e alla battuta conclusiva di Biden. Su tale visita avevamo riferito come il New York Times, nell’annunciarla, avesse espresso la convinzione che il tema dei bilaterale fosse appunto trovare una via di uscita al conflitto ucraino.

A suggerire tale ipotesi di lettura anche il fatto che al colloquio tra i due leader non fosse presente nessun altro e che non sia trapelato praticamente nulla della loro conversazione. Se si fossero accordati per rilanciare i rapporti tra i due Paesi o per trovare nuove forme di sostegno all’Ucraina si può esser certi che ciò sarebbe stato comunicato urbi et orbi.

Invece, il loro colloquio ha avuto lo stesso esito del trilaterale Scholz-Macron-Zelensky all’Eliseo, del quale non si è saputo praticamente nulla prima della rivelazione del WSJ succitata.

Così appare alquanto convincente la lettura che Bhadrakumar dà al confronto tra il presidente Usa e il Cancelliere tedesco. Come anche la chiosa alla battura finale di Biden sul fatto che i due avessero risolto i “problemi del mondo”: “Si tratta di una svolta positiva”.

Tutto ciò sembra confermare che l’establishment realista d’Occidente sta tracciando una linea rossa sul conflitto nel tentativo di dargli un limite temporale. E tale limite sembra sia stato fissato per la prossima estate.

Un limite condiviso anche da tanti esponenti del partito democratico Usa, i quali temono che andare alle primarie, che inizieranno nel prossimo autunno, con una guerra di questa portata in corso possa essere pericoloso.

Rischiano di dover far fronte a domande scomode, che potrebbero alienargli l’elettorato americano che, come dimostrano i recenti sondaggi, è sempre meno convinto della necessità di supportare strenuamente Kiev.

Più la guerra dura, più aumentano i rischi

Ovviamente non mancheranno le forze di contrasto, né le spinte per un’escalation, come dimostrano le pressioni continue per inviare in Ucraina armi a lungo raggio e jet da combattimento, come anche le forzature per arrivare a un ingaggio più serrato della Nato nel conflitto (vedi l’articolo del New York Times: “Nella base americana in Germania, l’esercito ucraino conduce esercitazioni di guerra”, che spiega come i generali Usa stiano aiutando i loro omologhi ucraini a studiare la prossima controffensiva).

Così concludiamo riportando la fine di un articolo di Suzanne Loftus pubblicato su Responsible Statecraft, dedicato alla richiesta di armi più sofisticate da parte di Kiev, che porterebbero sicuramente, così pensano Zelensky e i suoi sponsor, a vincere la guerra.

Nell’articolo la Loftus dubita di tale convinzione e invita la Casa Bianca a resistere alla tentazione, oltre ad allarmare sul rischio di un allargamento del conflitto che il prolungarsi della guerra, con i suoi tanti possibili im-previsti, rende sempre più probabile.

Così la Loftus: “Contrariamente all’avvertimento di Zelensky secondo il quale il mancato raggiungimento della ‘vittoria totale’ porterebbe a una guerra più vasta in Europa, sarebbe saggio adeguare la nostra logica alla realtà attuale e rendersi conto che è proprio se non cerchiamo la fine di questa guerra attraverso una soluzione a lungo termine che la NATO potrebbe dover combattere una guerra su larga scala in Europa”.

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