25 Settembre 2025

Il riconoscimento della Palestina tra simbolo e realtà

di Davide Malacaria
Il riconoscimento della Palestina tra simbolo e realtà
Tempo di lettura: 4 minuti

“Il giorno in cui le Nazioni Unite hanno tenuto una conferenza ad alto livello sulla soluzione dei due Stati e 10 Paesi occidentali si sono aggiunti alla lunga lista dei Paesi che avevano già riconosciuto lo stato immaginario, la Alon Road era quasi priva di veicoli palestinesi. La maggior parte delle strade della Cisgiordania è ora bloccata da cancelli di ferro che vengono aperti e chiusi a piacimento dai comandanti dell’esercito israeliano”. Così inizia un articolo di Gideon Levy su Haaretz.

Recognition Without Rescue: The World's Hollow Gift to Palestinians

“Nel giorno in cui 159 stati riconoscevano lo Stato dei sogni, il pastore 81enne Sadek Farhana giaceva a casa, gemendo di dolore. Il giorno prima, i coloni lo avevano picchiato senza pietà […]”, rubandogli le pecore. “Suo nipote sedeva accanto a lui con la testa fasciata: anche lui era rimasto ferito nella rapina dei coloni. La polizia israeliana si è affrettata ad accusare falsamente i pastori palestinesi” di aver rubato agli aggressori…

“Nel giorno in cui il presidente francese celebrava la vittoria diplomatica, la realizzazione di uno Stato palestinese sembrava più lontana che mai. Mai come in questo momento il sogno di questo Stato è sembrato così scollegato dalla realtà. Al presidente dello Stato in divenire, Mahmoud Abbas, non è stato nemmeno permesso di recarsi negli Stati Uniti per partecipare alla conferenza che avrebbe discusso del suo Paese, una palese violazione dell’accordo stipulato con le Nazioni Unite da parte degli Stati Uniti”.

“Proprio in quel momento, l’uomo più ricercato dalla Corte Penale Internazionale, Benjamin Netanyahu, accusato di aver commesso crimini contro l’umanità, si stava preparando per il suo viaggio a New York. Il presidente dello Stato che ormai quasi tutto il mondo ‘riconosce’ partecipa all’Assemblea Generale tramite collegamento video, mentre il ricercato numero uno della CPI parlerà in aula dal podio”.

“Nel giorno in cui il mondo ha riconosciuto lo Stato palestinese, 61 persone sono state uccise a Gaza, più o meno lo stesso numero del giorno prima e del giorno dopo, come è successo ogni giorno negli ultimi mesi. Il riconoscimento non ha salvato e non salverà nemmeno un bambino di Gaza dalle bombe. Gaza non è abitabile e la situazione per i palestinesi che vivono in Cisgiordania sta gradualmente diventando simile. È improbabile che l’anziano pastore picchiato abbia sentito parlare del riconoscimento”.

“Le dichiarazioni britanniche e francesi non hanno cambiato nulla per lui; e se anche si fossero unite Andorra e Monaco, il suo destino sarebbe rimasto immutato; le pecore che gli sono state rubate non gli sarebbero state restituite nemmeno se il Lussemburgo si fosse unito alla lista. Il mondo, e in particolare l’ipocrita Europa, questa settimana ha reso omaggio alle vittime di Gaza e della Cisgiordania con un’altra dichiarazione di intenti”.

“Mentre il genocidio di Gaza continua senza tregua e i coloni imperversano in Cisgiordania insieme all’esercito, il mondo ha adempiuto al suo dovere minimo riconoscendo uno Stato che probabilmente non nascerà mai. Quanto è facile riconoscerlo, quanto è difficile fermare il genocidio! Israele, come al solito, ha gridato ‘all’antisemitismo’. Tutti i partiti ebraici dell’opposizione israeliana – compresi i Democratici di Yair Golan – si sono schierati con il governo nel condannare il riconoscimento“.

“Chiunque, come me, sperasse disperatamente in una drastica mossa d’emergenza da parte del mondo per fermare immediatamente e anzitutto le uccisioni e le distruzioni sistematiche a Gaza, ha invece ottenuto una mossa che non farà che peggiorare la situazione. I capi di Stato ora possono rassicurare se stessi e i loro agitati cittadini: abbiamo punito il criminale e premiato la vittima. Non dobbiamo più muovere un dito per Gaza, abbiamo fatto la nostra parte”.

“Tragicamente, riconoscere uno Stato palestinese adesso è assurdo, quasi folle. Al momento non esiste un partner per una soluzione a due Stati, né in Israele né in Palestina. Gaza è stata distrutta e non c’è più spazio in Cisgiordania per uno Stato che non sia un agglomerato di bantustan. Volete salvare ciò che resta di Gaza? Devono essere imposte immediatamente delle sanzioni dure contro Israele”.

Considerazioni condivisibili, anche se riteniamo che il riconoscimento della Palestina sia un passo di qualche rilevanza, per quanto simbolico. La storia spesso demanda al futuro il dipanarsi di un disegno in principio non visibile. Resta, però, l’ipocrisia europea, e forse più un crimine che un’ipocrisia laddove ha puntato tutto su questo passo evitando, nel frattempo, di prendere iniziative più incisive.

Mentre tutto ciò accadeva all’Onu, Trump – al quale è pervenuta una missiva di Hamas con annessa profferta di tregua – incontrava i leader dei Paesi arabi e musulmani giunti a New York per partecipare all’Assemblea generale. Come annota il Timesofisrael, il presidente degli Stati Uniti ha presentato un piano di pace approfondito per Gaza, al quale hanno aderito i convenuti.

Trump presented comprehensive plan to end Gaza war in UN meeting with Muslim leaders

Steve Witkoff, il mediatore della prima ora tra Hamas e Israele, da tempo silente, è tornato a parlare per dichiararsi fiducioso sul fatto che nei prossimi giorni si possa registrare una svolta e raggiungere un accordo che ponga fine al genocidio (loro lo definiscono guerra).

Secondo una fonte del Timesofisrael, nell’incontro con i leader dei Paesi arabi e musulmani Trump avrebbe anche dichiarato che non avrebbe permesso a Tel Aviv di annettere la Cisgiordania. Sviluppo sul quale l’Arabia Saudita – che di recente ha siglato un patto di mutua difesa con il Pakistan (dotato dell’atomica) – aveva inviato un duro monito a Israele, dichiarando che ciò oltrepasserebbe una linea rossa, da cui inevitabili conseguenze. E sono di ieri le dichiarazioni del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar secondo il quale l’annessione “non è nei propositi” di Tel Aviv.

FM Sa’ar: Israel not considering annexation of PA-controlled West Bank areas, may extend Israeli law to settlements

Tanto si doveva per dovere di cronaca, che pure deve registrare ciò che accade nonostante lo scetticismo del cronista che deve renderne conto. Anche perché, dopo l’intervento alle Nazioni Unite, nel quale ribadirà le usate nefendezze retoriche, Netanyahu avrà un incontro con Trump, al quale ricorderà il dovere di obbedienza (magari rimodulando il ricatto col quale l’ha aggiogato da tempo). Sperare che Trump resista è arduo, ma resta d’obbligo.

 

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