Iran. La portaerei Gerald Ford arriva nel Mediterraneo
Tempo di lettura: 4 minutiLa portaerei Gerald Ford, la più potente nave della marina statunitense, è entrata nel Mediterraneo e presto entrerà nella zona operativa. Con il suo arrivo, lo schieramento americano per attaccare l’Iran sarà completato. Un attacco che sembra ormai irrevocabile, con i media scatenati a dare informazioni in tal senso.
Ci sono ancora margini per evitarlo? Diamo conto di alcuni spiragli, da prendere ovviamente con la cautela del caso. Preoccupante la notizia, che oggi campeggia su tutti i media, che “centinaia” di soldati americani in forza alle basi dislocate in Qatar e Bahrein sarebbero stati evacuati. Un segnale che l’attacco sarebbe imminente.
Ma Jennifer Griffin, corrispondente di Fox news per la Sicurezza nazionale – figure in genere reclutate dalle stesse Agenzie di sicurezza – l’ha smentita riportando su X il diniego di una fonte di alto livello della Sicurezza nazionale.
Poi c’è il report di Axios, diretto da Barak Ravid, che prima di creare il blog più addentro agli interna corporis del potere americano era in forza all’unità 8200 dell’IDF, quella preposta allo spionaggio higtech, il quale riferisce che nessuno dell’inner cirle trumpiano sa quel che farà il presidente, se darà l’ordine o meno.
Nella sua nota dettaglia come allo stesso siano stati presentati diversi piani di attacco, tra cui quello che prevede l’assassinio dell’ayatollah Khamenei e famiglia, omicidio che attirerebbe agli americani l’inimicizia imperitura degli islamici sciiti (sarebbe come uccidere il Papa: per dire la follia che alberga in certi ambiti), aggiungendo appunto che Trump non ha ancora deciso nulla.
Sempre nella nota, per quanto riguarda la querelle sul nucleare, si dà conto che l’Iran a giorni invierà agli Stati Uniti una bozza di accordo. Teheran resta ferma sul suo diritto a sviluppare un programma nucleare civile, cosa che prevede l’arricchimento dell’uranio a un livello basso, non compatibile con la produzione di un’arma atomica.
Da cui la controversia, dal momento che gli Stati Uniti, su pressione israeliana, fanno richieste pretestuose in merito. Secondo quanto riferiscono i media, l’America chiederebbe di porre fine al programma, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi ha dichiarato che tale richiesta non è stata avanzata nell’ambito dei negoziati di Ginevra.
Non è stato smentito, quindi c’è da prendere per buona la sua versione. Resta però il nodo. Sul punto, un interessante cenno di Axios: un funzionario americano ha riferito al sito che se la proposta di Teheran “prevederà un ‘piccolo arricchimento simbolico’ e se gli iraniani forniranno prove dettagliate che ciò non rappresenta una minaccia, gli Stati Uniti la prenderanno in considerazione”.
Ovviamente, l’Iran non rappresenterebbe una minaccia per Washington anche se avesse l’atomica, ché gli Usa ne possiedono migliaia, ma è inutile rimarcare certe sciocchezze propagandistiche: da tempo non tengono in nessun conto né la realtà né il buon senso. Ma al di là della digressione, resta appunto che quanto riferito è un appiglio per un’intesa.
Diversi analisti sottolineano che per poter raggiungere un accordo – sempre che sia a tema e che i negoziati non servano solo a giustificare l’aggressione – le parti devono aver agio di poter rivendicare una vittoria.
Un accordo su un arricchimento simbolico potrebbe avere tale valenza, dal momento che Trump potrebbe ostentare un’intesa migliore di quella siglata al tempo da Obama, che ha sempre criticato, e le autorità iraniane potrebbero rivendicare di aver tenuto testa all’Impero, dissuadendolo con la propria fermezza dall’attacco, e di aver fatto valere le proprie ragioni.
In subordine, circola l’opzione di un attacco limitato, anch’esso più o meno simbolico, che dovrebbe far apparire l’accordo come un successo anche militare degli Stati Uniti, che poi è stata la prima offerta avanzata sottotraccia dall’amministrazione Trump a Teheran e che quest’ultima ha rigettato. Il fatto che se ne riparli vuol dire che è tornata d’attualità. Opzione con tante tragiche incognite, ma se opportunamente concordata e vigilata potrebbe evitare guai peggiori.
Cenni, spiragli, nulla più. Netanyahu e tutta la leadership israeliana premono sull’acceleratore per un redde rationem alzo zero contro l’antagonista regionale e in Occidente poche sono le voci che si levano per denunciare tale follia.
Resta che a giorni arriverà la proposta iraniana e che Marco Rubio ha messo in agenda un viaggio in Israele per il 28 febbraio, visita che non tranquillizza, dal momento che sembra avere lo scopo di siglare un patto di sangue con Netanyahu.
Azzardiamo: il neocon che guida il Dipartimento di Stato sta cercando l’approvazione di Tel Aviv alla sua candidatura per le presidenziali del 2028, prospettiva che trasudava dal suo intervento alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco.
Questa la ricompensa per il suo appoggio incondizionato alla causa israeliana contro Teheran. A suggerire tale prospettiva anche il fatto che l’appuntamento è stato fissato subito dopo la performance presidenziale di Monaco.
In questa sede non interessa il destino dell’attuale Capo del Dipartimento di Stato, quanto che abbia un interesse anche personale per forzare la guerra contro Teheran. Resta da capire se la data fissata per la visita segnali che prima di allora non ci sarà nessun attacco.
Fin qui la follia che dilaga negli States e in Israele. Una follia che stride con le mosse e le dichiarazioni della controparte e la ragionevolezza che stanno dimostrando i leader arabi, i quali stanno cercando in tutti i modi di evitare il conflitto.
Di interesse, su questo piano, il rinnovato rapporto tra Iran ed Egitto, che hanno deciso di porre fine a un’ostilità decennale riaprendo le ambasciate nei rispettivi Paesi, decisione che giunge a compimento di un lungo processo di riavvicinamento reciproco. “Si tratta di una mossa dimostrativa e più che significativa”, annota Ria novosti, “il Cairo ritiene che non ci sarà alcun cambio di potere a Teheran”.
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