Iran-Usa: le difficili trattative
Tempo di lettura: 4 minutiIl mondo guarda a Islamabad dove sono arrivate le delegazioni americane e iraniane. Ristretta la squadra negoziale statunitense, all’immobiliarista pro-Israele Witkoff e al fantoccio di Netanyahu Kushner si è aggiunto il vicepresidente Vance, voluto da Teheran perché non legato a Israele e chiamato da Trump a guidare il team.
Molto più nutrita la squadra iraniana (71 i membri), guidata dal presidente del parlamento Mohammad Qalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, particolare che riflette sia la maggiore serietà di approccio di questi ultimi sia la diversa modalità di gestione del potere dei due Paesi: verticistico quella imperiale, partecipato quello iraniano (a proposito di regimi).
Il fatto che le delegazioni siano giunte a Islamabad non era affatto scontato, dal momento che Israele ha fatto di tutto per evitarlo continuando a bombardare impunemente il Libano in violazione degli accordi stretti tra Washington e Teheran. Determinazione sulla quale non intendeva cedere, con la controparte che rifiutava di imbarcarsi per il Pakistan se non l’avesse fatto.
Per evitare che le trattative abortissero sul nascere Stati Uniti e Iran sono riusciti a spuntare un compromesso, con Washington che è riuscita a piegare in parte Israele: Tel Aviv ha accettato di non sganciare più bombe su Beirut, limitando le operazioni militari al Libano meridionale, e ha predisposto l’avvio di trattative con il Paese dei cedri per martedì prossimo, prima annunciate in modalità indefinita – cioè mai.
Fin qui la caotica/drammatica giornata di ieri. Il fatto che gli iraniani alla fine abbiano accettato questa deroga all’intesa iniziale non è indice che le trattative siano avviate, dal momento che Teheran chiede in via previa che gli Stati Uniti liberino i beni iraniani congelati all’inizio del conflitto, cosa facile, e garanzie sul cessate il fuoco in tutto il Libano, come da accordi.
Quest’ultima condizione non è altrettanto facile da ottemperare perché è la leva che cercherà di usare Netanyahu per far fallire tutto, non tanto osteggiando apertamente le richieste, ma dilazionando i tempi e rendendo aleatori i negoziati stessi, a cui pure a parole ha acconsentito.
Lo indica già il fatto che i negoziati tra Israele e Libano siano stati fissati per martedì prossimo a Washington, cioè tre giorni dopo quelli di Islamabad, e che non è ancora chiaro chi vi parteciperà, dal momento che ad oggi si sa solo della presenza degli ambasciatori dei tre Paesi interessati, Usa, Libano e Israele. Fattore significativo sarà la composizione dalla delegazione di Tel Aviv: se sarà di basso profilo non serviranno a nulla…
Il nodo sul quale tutto potrebbe incagliarsi è lo status del Libano meridionale, che Israele vuole a tutti i costi tenere sotto il suo controllo, con la controparte che intende ripristinare la propria sovranità sui territori sottratti. Arduo che Netanyahu accetti il ritiro, dal momento che il controllo del Libano meridionale è l’unico trofeo che potrebbe ostentare all’opinione pubblica israeliana in questa guerra persa (fattore importante perché la campagna elettorale israeliana è già iniziata).
Le opposizioni israeliane potrebbero aiutare Trump (che non può imporsi a Netanyahu) a forzare il ritiro. Ma, nonostante lo vogliano sbattere in galera usando dei processi a carico, non sanno come contrastarlo perché nel tempo hanno abbracciato tutti i suoi obiettivi (dal momento che li ha abbracciati la stragrande maggioranza degli elettori…). Hanno cioè accettato che il campo di battaglia politico israeliano sia quello disegnato dal loro più acerrimo avversario, escludendosi alternative, ad esempio la diplomazia in politica estera.
Così, l’unico modo che hanno per contrastarlo, oltre la via giudiziaria (finora senza esito), è rimproverargli i fallimenti, come sta avvenendo per la guerra iraniana, che hanno abbracciato con entusiasmo. Così che se Netanyahu indulgesse sul ritiro dal Libano gli rimproverebbero un ulteriore, definitivo, fallimento, da cui la determinazione opposta a non farlo. Tale il maleficio che attanaglia Israele, la cui influenza nefasta si estende oltreoceano, con ripercussioni globali.
Se il ritiro dal sud del Paese è l’ostacolo principale a sciogliere il nodo libanese, l’altro punto di attrito è la richiesta di disarmo di Hezbollah. Una richiesta ambigua, dal momento che Tel Aviv vuole ottenere tramite un accordo quel non è riuscito a fare né può fare con la Forza, come ha concluso di recente il Comando dell’IDF.
Sul punto, l’incipit di un articolo di Haaretz: “Secondo quanto affermato venerdì da funzionari delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), l’esercito israeliano non è in grado di disarmare Hezbollah”… Hezbollah, per parte sua, si è detto disposto a deporre le armi, ma in parallelo al ritiro israeliano. Un circolo vizioso difficile da rompere.
Se abbiamo indugiato sul nodo libanese è appunto perché è quello più arduo da sciogliere, ma i negoziati pakistani, sempre che inizino davvero, presentano altre criticità, anzitutto la querelle sul nucleare. L’America resta ambigua sulla possibilità di permettere all’Iran di sviluppare un programma nucleare civile, come chiede legittimamente la controparte. Altro tema cruciale, appunto: Netanyahu & soci stanno esercitando pressioni per far fallire tutto perseverando sulla pretesa di una rinuncia totale a tale prospettiva.
Il momentum di sospensione, dunque, continua, con il mondo in bilico sul ciglio dell’abisso. Se i negoziati falliranno due rischi incombono sul pianeta, uno peggiore dell’altro. Anzitutto l’aggravamento della crisi energetica globale, che il prolungamento della guerra farebbe esplodere; inoltre, l’escalation del conflitto, con tutte le variabili catastrofiche connesse.
Tra queste, l’opzione Sansone, l’atomica israeliana su Teheran, non più esclusa dall’orizzonte degli eventi (rimandiamo all’articolo pubblicato sul sito del Ron Paul Institute a firma ). D’altronde, la minaccia-allarme di Trump sulla cancellazione della civiltà iraniana era inequivocabile.
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