Israele: bombe su Beirut e sui negoziati Usa-Iran
Tempo di lettura: 4 minuti“Accogliamo con favore la notizia della possibilità che si firmi un accordo [tra Stati Uniti e Iran], ma, in qualità di mediatori, non tradiremo la fiducia di entrambe le parti rivelandone i dettagli”. Così recita un comunicato del ministero degli Esteri pakistano riportato da Teheran Times.
A riferire per primo la notizia di un possibile accordo era stato Axios, diretto da Barak Ravid, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’IDF (specializzata in intelligence digitale e operazioni psicologiche). La notizia era stata accolta con sarcasmo dal presidente del Parlamento iraniano Mohamed Qalibaf, che l’ha bollata come “operazione Fauxios” (faux, falso).
Dichiarazioni che oggi aprono i più importanti media iraniani, da cui discende certo scetticismo riguardo la veridicità della notizia. E però, appunto, c’è il comunicato del ministero degli Esteri pakistano. E, sempre ieri, tra le altre cose, una nota di PressTv – la Tv di Stato di Teheran – che, nel descrivere il nuovo meccanismo di transito attraverso lo Stretto di Hormuz varato ieri dall’Iran e sotto la sua stretta tutela, terminava spiegando che: “Tutto ciò accade nel contesto di notizie secondo cui l’Iran e gli Stati Uniti si stanno avvicinando a un accordo che consentirebbe la fine definitiva dell’aggressione e un allentamento delle restrizioni iraniane sul transito attraverso Hormuz”.
Apparenti contraddizioni che in realtà possono essere spiegate con una nota di al Arabya: “Fonti pakistane hanno confermato mercoledì ad Al-Arabiya e Al-Hadath che la maggior parte della bozza di accordo stilata gode dell’approvazione sia degli Stati Uniti che dell’Iran”.
“Inoltre, hanno rivelato che tale bozza stabilisce un calendario per la fine di tutte le ostilità e per i prossimi cicli di negoziati, inoltre prevede anche la fine definitiva della guerra e la riapertura dello Stretto di Hormuz”.
Insomma, è probabile che la rilevazione di Axios fosse in parte infondata e, a pensar male spesso si indovina, avesse lo scopo di porre criticità ai negoziati, sia violando lo stretto riserbo necessario alla finalizzazione degli stessi, sia rivelando dettagli non veri sull’intesa – per infondere sfiducia presso i negoziatori iraniani – sia, infine, rivelando una chiusura imminente dell’accordo per porre fretta a un processo che necessariamente non può avere tempistiche sincopate.
Possibile anche che avesse uno scopo di lucro, dal momento che alcuni trader hanno guadagnato centinaia di milioni scommettendo sul ribasso dei prezzi del petrolio che lo scoop ha indotto (Middle east eye). Resta, però, che le trattative tra Iran e Stati Uniti stanno producendo frutti tali che la prospettiva di un accordo appare all’orizzonte (benché alquanto offuscato).
Lo denota anche il fatto che ieri Trump ha chiamato Netanyahu per informarlo sui negoziati e, soprattutto, la replica del premier israeliano riportata dal Timesofisrael. Questi, infatti, avrebbe insistito affinché nell’intesa si stabilisse una gittata massima per i missili israeliani, affinché non possano minacciare il territorio israeliano. Una condizione che Teheran non potrebbe mai accettare, sarebbe come disarmarsi; e, proprio per questo, Trump non l’ha mai menzionata nelle recenti dichiarazioni, pur brutali e stralunate, sulla crisi in atto.
Al solito, Netanyahu sta cercando di sabotare il negoziato. Non solo cercando di avvelenare i pozzi, ma anche con azioni volte a rovesciare il tavolo. Ieri, infatti, l’aviazione israeliana ha bombardato Beirut e, insieme, l’intesa verbale concordata con il presidente americano che, per finalizzare la recente tregua con l’Iran, aveva promesso a Teheran che le operazioni militari israeliane nel Paese dei cedri avrebbero risparmiato la capitale (unico compromesso allora possibile con Netanyahu, che non avrebbe mai accettato un cessate il fuoco totale).
Scopo del bombardamento su Beirut, quindi, era quello di far capire a Trump chi comanda e che Israele non accetta imposizioni, oltre ovviamente a tentare di minare le trattative con l’Iran, dal momento che Teheran vuole che l’eventuale accordo di pace con gli Usa ricomprenda il Libano.
Last but not least le bombe su Beirut avevano lo scopo a far fallire il tentativo di Washington di far avanzare il negoziato tra Tel Aviv e Beirut promosso dagli Usa. Benché tale trattativa presenti tragiche criticità – avendo la pretesa di subordinare il Libano a Israele – può comunque favorire una qualche forma di de-escalation (gli Usa stanno premendo per tenere un incontro tra negoziatori israeliani e libanesi la prossima settimana).
Non solo Beirut, ieri l’IDF ha ucciso Azzam Al-Hayya, figlio di Khalil Al-Hayya, incaricato da Hamas di negoziare con Israele su Gaza (dove il genocidio continua indisturbato grazie alle restrizioni disumane imposte da Israele e ai diuturni bombardamenti).
Un omicidio, quello di Azzam, che non ha solo lo scopo di porre criticità ai negoziati relativi alla Striscia, che si snodano sotto la supervisione americana, ma anche un più ampio significato simbolico: i negoziati in corso, e tutti i negoziati, sono obiettivi delle bombe israeliane.
Infine, ieri l’IDF ha lanciato una nuova operazione in Siria. Al di là dello scopo immediato dell’invasione, limitata alla provincia di Daraa, quello più simbolico è rendere noto che Israele non accetterà mai un accordo di pace regionale e che il suo espansionismo continuerà.
Si può scommettere che le azioni di disturbo di Netanyahu proseguiranno alzo zero, sia nel teatro di guerra che altrove, soprattutto in America grazie ai suoi tanti alleati. Trump lo sa perfettamente e lo teme, per questo ha tentato di rabbonirlo con la telefonata di ieri. Mossa obbligata, dal momento che nessuno dei due, per ragioni divergenti, può permettersi una pubblica rottura, quanto sostanzialmente inutile.
Per quanto riguarda lo sblocco delle trattative, che alcuni giorni fa erano andate in stallo, appaiono interessanti le dichiarazioni del Segretario del Tesoro Usa Scott Bessent, il quale aveva chiesto aiuto alla Cina per riaprire Hormuz. Sollecitazione avvenuta prima della visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi a Pechino. A quanto pare la Cina ha dato il “la”.
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