6 Febbraio 2026

Israele: la nazione "vittima" che non porta il peso del genocidio

di Davide Malacaria
Israele: la nazione vittima che non porta il peso del genocidio
Tempo di lettura: 3 minuti

Gideon Levy lamenta che in Israele non c’è nessun politico che ammetta lo scempio consumato dall’IDF (e non solo) a Gaza; né nella società si assiste a un mea culpa per un genocidio consumato nella complicità della quasi totalità dell’Occidente.

In particolare, il suo è un appello a un politico di sinistra, Yair Golan, che pure in passato ha fatto dichiarazioni coraggiose su quanto stava avvenendo a Gaza – i soldati “uccidono i bambini per hobby” – perché, da oppositore del sistema, si faccia carico di questa responsabilità nazionale. Non accadrà, sembra, almeno è quel che ritiene uno sconsolato Levy; ma restano le righe che ha scritto, al solito, di grande onestà intellettuale. Riportiamo parte del suo articolo, pubblicato da Haaretz.

If Yair Golan Won't Speak the Truth About Gaza's Dead, No Israeli Leader Will

“Ci sono decine di migliaia di israeliani tra noi che sanno cosa ha fatto Israele a Gaza. Sono stati complici dei crimini o, purtroppo, ne sono stati testimoni. Migliaia di bambini non sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco dal cielo. Sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco da soldati e piloti che li hanno identificati almeno in parte grazie ai mirini prima di sparare o bombardare”.

“Circa 20.000 bambini sono stati uccisi da migliaia di soldati che li hanno visti giocare, nascondersi terrorizzati o rannicchiarsi tra le braccia dei genitori prima di premere il grilletto o il joystick [di un drone ndr]. Le quasi 30.000 donne uccise erano tutte, fino all’ultima, innocenti di qualsiasi crimine, eppure i soldati le hanno uccise” [qualche femminista l’ha denunciato? ndr.].

“Giorno dopo giorno, centinaia di soldati hanno preso di mira file di persone disperate in attesa di cibo, uccidendone centinaia. Decine di soldati stanno attualmente sparando a chiunque si sposti a est della Linea Gialla [il confine tra la Gaza “libera” e quella occupata da Israele ndr.], la Linea della Morte, indipendentemente da chi sia – disabile, malato mentale, bambino o anziano – ad attraversare una linea che peraltro non è sempre delineata con chiarezza”.

“Quanti soldati sono stati coinvolti nella distruzione sistematica di Gaza? Centinaia? Migliaia? Quanti sono rimasti seduti sui bulldozer per dar fondo a una distruzione indiscriminata, a volte anche ostentando orgoglio e gioia? Erano pienamente consapevoli di quanto fosse totale la loro campagna di distruzione: distruggere tutto, trasformare Gaza in una landa desolata e inabitabile, distruggere scuole, ospedali, moschee e magazzini di generi alimentari, radere al suolo università e centri di accoglienza affinché non ci fosse più vita a Gaza”.

“I crimini a Gaza non sono stati commessi solo da persone di destra, coloni e uomini con la kippah. Ma da uomini provenienti da tutti gli strati della società israeliana. Il numero terrificante di almeno 70.000 morti […] avrebbe dovuto scuotere un’intera società. Dovrebbe pesare sulla sua coscienza per generazioni”.

“La guerra è apparentemente finita, ma le confessioni di colpa non si vedono da nessuna parte. Né da parte dei soldati né da parte dei criminali di guerra, nessuno ammette. È la sindrome post-traumatica di una società che si considera solo ed esclusivamente vittima. Le uniche confessioni pubbliche finora sono state quelle relative alla sofferenza degli ostaggi e dei soldati che hanno assistito alla morte e hanno perso amici”.

Poco da aggiungere, se non che la cosiddetta guerra, in realtà un genocidio, non è affatto finita e che durante il cosiddetto cessate il fuoco Israele ha continuato a fare quel che faceva prima, solo in modalità più ridotta, qualche assassinio al giorno, con un’impennata in concomitanza della riapertura, minimale, del valico di Rafah, l’unico sbocco esterno per gli abitanti della Striscia che Israele ha chiuso per due anni.

Ora la morte di massa la si infligge con le restrizioni agli aiuti, che portano a una morte più lenta, ma non per questo meno irrevocabile o meno esecrabile. Tant’è.

 

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