Lo stralunato, tragico, Board of peace di Gaza
Tempo di lettura: 4 minutiMentre il punto focale dei media è fisso sulla Groenlandia, il genocidio dei palestinesi prosegue, lento ma inesorabile. Ogni giorno si registrano vittime, di stenti, di malattie e a causa dell’assideramento, che reclama vite bambine. E quasi ogni giorno l’IDF uccide: ieri altre cinque morti, di cui due bambini, che si aggiungono ai 460 uccisi dopo il cosiddetto cessate il fuoco (circa cento bambini).
Né si vede luce all’orizzonte, stante che i proclami sul Board of Peace a trazione trumpiana, che si sta componendo di personaggi vari e variegati, tra cui il catto-satanista Tony Blair, che evidentemente ha forzato il blocco dei Paesi arabi (che non lo volevano a causa del suo ruolo nell’invasione irachena), e forse persino il premier israeliano, invitato a farne parte per sedarne il furore causato dalla cooptazione di Turchia e Qatar, che vede come rivali regionali.
A tale circolo Trump ha invitato un po’ tutti i leader, da Macron a Putin, da Xi Jinping alla Ue fino al Canada, con esiti altalenanti. Qualcuno ha accettato di salire sul carrozzone alla modica cifra di un miliardo di dollari (tale la richiesta), altri no, altri ancora ci stanno riflettendo.
Anche perché non si capisce bene cosa debba fare, al di là di supervisionare gli investimenti per edificare una sorta di Disneyland sul sangue versato e porre una pietra tombale sul ruolo delle Nazioni Unite nella tragica vicenda palestinese (e forse sul suo ruolo globale; le affermazioni di Trump sul tema sono state, al solito, ambigue).
Di certo, per Israele il Board chiude per sempre la presenza dell’Onu in Palestina, come dimostra il fatto che, subito dopo l’annuncio della sua creazione, ha raso al suolo la sede dell’Unwra – l’Agenzia Onu per i palestinesi – a Gerusalemme Est. Iniziativa che corre di pari passo al divieto imposto a 37 organizzazioni umanitarie di operare a Gaza dal 1 marzo, riducendo drasticamente i soccorsi ai sopravvissuti della Striscia.
La colpa di tali organismi, tra i quali Save the Children e Madicins sans frontieres, è di non aver accettato le condizioni imposte dalle autorità israeliane per avere il via libera; anzitutto l’obbligo di fornire l’elenco degli operatori impiegati. Sarebbe stato come mettere un bersaglio sul proprio personale, come attesta il fatto che l’IDF a Gaza ha ucciso 562 operatori umanitari e oltre 1.700 operatori sanitari.
Un divieto che nasce anche dal fatto Tel Aviv non vuole testimoni, come dimostra il fatto che ai giornalisti internazionali è ancora interdetto l’ingresso nella Striscia. Infatti, sono state le organizzazioni umanitarie, oltre che i bersagliati giornalisti palestinesi, a riportare al mondo lo strazio di Gaza. Testimonianze che le autorità israeliane non hanno gradito.
“Se ciò che il nostro team vede con i propri occhi a Gaza risulta sgradito a qualcuno, la colpa è di coloro che commettono queste atrocità non di coloro che le denunciano”, ha replicato Medicins sans frontieres.

Resta da accennare al nuovo governo di Gaza, il governo tecnocratico nominato dagli Stati Uniti che dovrebbe amministrarla sotto la supervisione dello stralunato Board di cui sopra.
Benché accolto positivamente da Hamas, che controlla la zona della Striscia non occupata dall’IDF e ha garantito un passaggio di consegne rapido ai nuovi venuti, Israele, che pure è stato consultato sulla sua formazione, gli ha sbarrato la via d’ingresso. Così tutto resta sospeso, che è poi quel che vuole Tel Aviv, nella speranza di rendere definitivo il provvisorio.
In attesa degli eventi, resta la domanda su come Israele speri di eludere il tribunale della storia. Se oggi può contare sulla sua influenza internazionale sia per avanzare nella prospettiva che il genocidio ha tracciato, sia per evitare l’isolamento internazionale e le critiche dell’opinione pubblica mondiale, sa che il tempo potrebbe non essere dalla sua parte. E che i guadagni di oggi potrebbero essere messi in discussione, se non azzerati.
Una domanda che ricorre con certa preoccupazione presso l’élite israeliane, e non solo. Una risposta l’ha data Dan Perry che, sul Jerusalem Post del novembre scorso, ha lamentato che “l’uso dell’espressione ‘genocidio’ si sta diffondendo in tutto il mondo [oggi meno ndr]. Questa parola, che denota il peggiore dei crimini, viene ormai usata con indifferenza e routine e potrebbe presto radicarsi”.
“Se i nemici di Israele riuscissero ad apporre in modo permanente l’etichetta di ‘genocidio’ sulla guerra di Gaza, al punto che persino quanti sono neutrali finirebbero per usarla con noncuranza, sarebbe la loro più grande vittoria in decenni di sforzi di delegittimazione e avrebbe conseguenze devastanti per gli ebrei di tutto il mondo”.
“Serve una campagna di comunicazione e di lobbying concertata e aggressiva per contrastare l’accusa di genocidio, rivolta a politici, accademici, think tank, società civile e, naturalmente, social media […] che coinvolga persone importanti e gente comune, figure terze e israeliani autorevoli”.
“Per essere efficace, tale campagna dovrà essere ragionevole e moderata. Non dovrebbe basarsi su una difesa generalizzata di tutto ciò che Israele e le IDF hanno fatto negli ultimi due anni, né deve essere tesa a difendere il governo. Potrebbe anche ammettere che possono essere avvenuti abusi ed errori”. Ma la parola genocidio dovrà essere contestata con fermezza.
Per questo molti sostenitori di Israele acconsentono sul fatto che potrebbero esser stati commessi crimini di guerra, specificando però che non c’è stato un genocidio. Perciò questa parola è tanto importante e va usata.
Un altro modo per evitare il tribunale della storia è quello suggerito dall’ex Capo della Cia e del Dipartimento di Stato Usa Mike Pompeo che, intervenendo a un evento, ha affermato che è necessario “assicurarsi che la storia venga raccontata correttamente” e che i libri di storia non raccontino delle “vittime di Gaza”.
L’ultimo modo per evitare fastidi futuri è una grande guerra. Fiumi di sangue per tutto dilavare. La guerra all’Iran serve anche a questo.


