22 Dicembre 2025

L'Opa di Israele sugli evangelicals americani

di Claudia Carpinella - DM
L'Opa di Israele sugli evangelicals americani
Tempo di lettura: 4 minuti

Oltre 1.000 pastori e influencer cristiani statunitensi si sono recati in Israele a metà del mese di dicembre: “il più numeroso gruppo di leader cristiani americani a visitare Israele dalla sua fondazione”, come annota Responsible Statecraft.

Christian evangelicals Israel 1,000 US pastors travel to train as 'ambassadors' for Israel

Nel pieno del periodo natalizio, prosegue RS, questi pastori hanno aderito a un’iniziativa pagata dal governo israeliano “per una visita di formazione atta a farne degli ambasciatori non ufficiali di Israele nelle loro comunità”.

Una vera e propria operazione politico-diplomatica. Un soggiorno di una settimana che ha portato uno degli ambiti più fedeli al trumpismo – l’elettorato evangelico – nel cuore della Cisgiordania occupata (che i partecipanti continuano a chiamare con i nomi biblici di Giudea e Samaria).

L’itinerario ha ricompreso momenti di preghiera collettiva nel sito archeologico di Shiloh, luogo simbolico per il sionismo religioso, identificato nella Bibbia come sito dedicato al Tabernacolo che custodiva l’Arca dell’Alleanza. In prima fila c’era Mike Evans, fondatore del Friends of Zion Museum di Gerusalemme ed ex membro del comitato consultivo evangelico di Donald Trump durante il suo primo mandato. Evans non ha mai nascosto il proprio ruolo di mediatore politico-religioso: si è attribuito il merito di aver contribuito all’ascesa politica di Benjamin Netanyahu e di aver mobilitato la base evangelica che ha portato Trump alla sua prima vittoria presidenziale.

Davanti ai leader religiosi riuniti, Evans ha chiesto una foto. Non una semplice immagine ricordo, ma – come suggerisce Haaretz – un messaggio politico destinato a Washington. L’obiettivo è chiaro: “avvertire la Casa Bianca che qualsiasi pressione su Israele affinché rinunci alle proprie rivendicazioni sulla Cisgiordania verrebbe percepita come un tradimento della fede e della base evangelica statunitense”. Un elettorato che considera quella terra non come territorio occupato, ma come parte integrante della promessa biblica.

Don't Give 'Bible Land to Radical Islam Jew-haters': Huge Evangelical Mission to Israel Lectures Trump

Le parole di Evans sono state rivolte formalmente a Donald Trump, ma il vero destinatario era il vicepresidente JD Vance, che durante una visita in Israele lo scorso ottobre aveva irritato profondamente il mondo evangelico – e il movimento dei coloni – dichiarando che l’amministrazione statunitense si opponeva all’annessione israeliana della Cisgiordania.

Sventolando una Bibbia davanti ai mille pastori riuniti, Evans ha trasformato la rivendicazione territoriale in un atto di fede. Ha ricordato a Vance, senza mezzi termini, chi lo aveva portato al potere: “Non la diplomazia, non il diritto internazionale, ma ‘la parola di Dio’”. Secondo Evans, è stato grazie alla mobilitazione evangelica se Trump è diventato presidente. Il messaggio implicito è chiaro: chi mette in discussione la sovranità israeliana su Giudea e Samaria mette in discussione anche il patto politico con l’elettorato evangelico americano.

La Bibbia è diventata così uno strumento di pressione politica. Non solo un testo sacro, ma un’arma retorica per delegittimare qualsiasi opposizione all’annessione, presentata come “un tradimento non di Israele, ma di Dio stesso”. In questo schema, la Cisgiordania non è più un territorio occupato, bensì una terra biblica da “restituire” a Israele attraverso il sostegno politico degli Stati Uniti.

La missione evangelica finanziata da Israele ha assunto quindi un significato preciso: “blindare il fronte americano, impedire qualsiasi ripensamento a Washington e trasformare la questione palestinese in un test di fedeltà religiosa e ideologica”. A Shiloh, tra rovine archeologiche e preghiere collettive, la pressione sulla Casa Bianca è passata attraverso il linguaggio della profezia usando esplicitamente il lessico del potere.

Il contesto in cui si è svolta questa “missione spirituale” non era neutro. Shiloh non è solo un sito archeologico: è un insediamento israeliano nel cuore della Cisgiordania occupata, uno dei simboli della colonizzazione giustificata attraverso la narrazione biblica. A fare da guide ai pastori evangelici non erano archeologi, ma coloni israeliani provenienti dall’insediamento adiacente.

Tra i presenti c’era Yisrael Gantz, capo del consiglio regionale di Binyamin e presidente del Consiglio di Yesha, l’associazione che rappresenta dei coloni. Indicando alcune costruzioni sulle colline circostanti, Gantz si è vantato di averle fatte erigere nonostante il divieto del ministro della Difesa: “Era illegale, ma non mi importava”, ha dichiarato senza alcun imbarazzo. Una confessione che, invece di suscitare scandalo, ha incontrato l’ammirazione dei pastori americani.

Il messaggio era chiaro e spietato: la colonizzazione non è una violazione della legge, ma un atto sacro di obbedienza a Dio. “Non abbiamo preso la terra di nessun altro”, ha aggiunto Gantz, invitando apertamente i pastori a fare pressione sui loro rappresentanti politici a Washington per sostenere l’espansione israeliana.

In Cisgiordania, l’occupazione non avanza solo con bulldozer e la violenza dei coloni: si consolida anche grazie alla benedizione ideologica e politica della destra evangelica statunitense.

Il viaggio dei 1000 pastori in Israele non arriva d’improvviso: come registrava un altro articolo di Responsible Statecraft, all’inizio dell’autunno Tel Aviv ha lanciato una campagna d’influenza sugli evangelicals per riportarli alle posizioni pregresse di sostegno incondizionato a Israele, un sostegno messo in discussione dal genocidio di Gaza e dalle critiche verso l’influenza israeliana nella politica americana di cui si sono fatti portavoce alcuni esponenti Maga, anzitutto Tucker Carlson.

Israel wants to pay US pastors a stipend to spread the word

Una campagna basata sul “geofencing”, mirato a creare un recinto virtuale di tutte le “chiese più importanti della California, dell’Arizona, del Nevada e del Colorado e di tutti i college cristiani durante gli orari di culto” per “tracciarne i partecipanti, ai quali si prevede di indirizzare annunci pubblicitari” pro-Israele. Una campagna che fa parte di un investimento “più ampio da 3,2 milioni di dollari che ricomprende anche l’assunzione di anchorman autorevoli e il pagamento di pastori per la produzione di contenuti”.

La cifra riferita è solo una minima parte dei finanziamenti che Israele, e gli ambiti ebraici americani che ne sostengono le politiche, stanno investendo in quello che Netanyahu ha definito “ottavo fronte”, il fronte dell’opinione pubblica globale, al quale si vuole veicolare/imporre la narrazione di Tel Aviv – una guerra “per la verità”, secondo le parole del premier israeliano. Una campagna che ha negli Stati Uniti un target ovviamente privilegiato.

 

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