Mosca inizia a perdere la pazienza con Trump
Tempo di lettura: 4 minutiI negoziati sulla guerra ucraina ristagnano. Il partito della guerra globale è riuscito, se non a fermare in via irreversibile, a frenare la spinta dell’amministrazione Trump per chiudere il conflitto.
Lo segnala anche il comportamento di Zelensky, il quale è terrorizzato all’idea di un accordo con Mosca perché la pace lo obbligherebbe a nuove elezioni nelle quali verrebbe spazzato via. Il presidente ucraino, infatti, ha dismesso i panni del pubblico guastatore, evitando gli isterici proclami incendiari che hanno caratterizzato i momenti di massima pressione di Washington.
A conferma dello stallo, l’intervista del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, al quale Putin ha affidato il compito di rendere pubblico il disappunto della Russia. Un vero e proprio sfogo quello di Lavrov, che ha ricordato le proposte di de-escalation avanzate da Trump a Putin ad Anchorage e accettate da quest’ultimo, ma ancora inevase.
Una critica alla quale ha aggiunto che “‘finora, in realtà è esattamente l’opposto’ si combatte una ‘guerra’ contro le petroliere in mare aperto”, si impongono dazi e sanzioni per imporre a Paesi alleati di Mosca di allontanarsene. Ciò perché “gli americani vogliono assumere il controllo di tutte le rotte per l’approvvigionamento energetico dei principali paesi del mondo e di tutti i continenti”.
“L’obiettivo degli Stati Uniti – dominare l’economia mondiale – viene raggiunto ricorrendo a un numero piuttosto elevato di misure coercitive, incompatibili con una concorrenza leale. Dazi, sanzioni, divieti diretti, divieto di interagire con altri: dobbiamo tenere conto di tutto questo”.
Mai, da quando è stato eletto Trump, la Russia ha parlato dell’amministrazione Trump in questi termini, avendo sempre mantenuto un tono condiscendente nella speranza di ricucire i rapporti che la pregressa amministrazione aveva fatto collassare e di chiudere il mattatoio ucraino che tanti hanno interesse a tenere aperto.
Un piccolo esempio di quest’ultima affermazione: quando Epstein scriveva ad Ariane de Rothschild, che rappresenta gli interessi del ramo francese della nota famiglia di banchieri, che il golpe di Maidan era “un’opportunità“, sapeva perfettamente in cosa consistesse tale opportunità.
Perché era ovvio a tutti gli analisti non mainstream che la nuova dirigenza di Kiev sarebbe stata usata per scatenare un conflitto con Mosca. E c’è tanto da lucrare sulla guerra, soprattutto su una guerra di queste dimensioni, sia in termini economico-finanziari che in termini di influenza (e altro e più oscuro).
Così, mentre l’amministrazione si muoveva per distendere i rapporti con Mosca, non recedeva, nella pratica, dalla posizione aggressiva assunta dalla precedente amministrazione. “Non c’è alcuna confusione” in questo, spiega Gerry Nolan sul sito del Ron Paul Institute. “È stato progettato intenzionalmente. L’apparato che di fatto applica la politica estera statunitense – sanzioni, controlli, leva energetica, punti di strozzatura finanziaria e ora interdizione marittima di routine – non cambia direzione una volta che si è messo in moto”.
“Anche nell’illusione di una presidenza ‘America First’, la politica iniziata sotto Biden (l’applicazione delle sanzioni) si è fatta più rigida”. La manipolazione dell’opinione pubblica, l’inerzia legale e gli alibi morali “fanno sembrare l’inversione di tendenza una resa. Washington può cambiare linguaggio. Ma la macchina continua a muoversi. E l’Europa non si limita a seguire, guida lo spettacolo dell’isteria russofoba”.
Non interessa in questa sede ribadire quanto sia suicida l’isterico sfoggio muscolare della leadership europea, quanto sottolineare come la macchina da guerra americana abbia continuato a macinare a pieno regime contro Mosca anche sotto l’amministrazione Trump.
Non crediamo che il presidente Usa abbia ingannato Mosca, sarebbe come affermare che la classe dirigente russa è composta da idioti; né si spiegherebbe il forte contrasto che ha incontrato, in patria e in Europa, la sua nuova disposizione verso la Russia. Semplicemente non è stato in grado – per presunzione, incapacità, intimidazioni e ricatti vari – di far virare la macchina da guerra americana.
Piccolo esempio, in un articolo che lamenta la spoliazione delle riserve belliche Usa, Jennifer Kavanagh, su Responsible Statecraft, annota come le armi statunitensi continuino a fluire in Ucraina attraverso “due canali principali”.
“Anzitutto c’è l’Iniziativa di Assistenza alla Sicurezza dell’Ucraina, che l’amministrazione Trump ha cercato di tagliare dal suo bilancio più recente, ma è stata salvata dal Congresso. I 400 milioni di dollari di aiuti stanziati per il 2026, tuttavia, rappresentano una piccola parte delle risorse fluite su questo canale di aiuti”.
“Qualcosa come 19 miliardi di dollari di ordini in sospeso, contratti firmati sotto l’amministrazione Biden, devono ancora arrivare in Ucraina. Questa nuova produzione confluirà a Kiev […] nel corso del 2026 e del 2027”. Si tratta di fondi “stanziati prima dell’insediamento di Trump, quindi non si tratta di una nuova spesa”. Tuttavia, permangono.
C’è poi il programma PURL: “Promosso come un meccanismo per costringere gli europei a farsi carico del costo dell’armamento dell’Ucraina, il programma non coinvolge direttamente i fondi dei contribuenti statunitensi. Sono i paesi europei ad acquistare nuove armi statunitensi che poi vanno all’Ucraina”.
“Finora, la NATO ha impegnato oltre 4 miliardi di dollari per il PURL e sono già state inviate due spedizioni da 500 milioni di dollari attraverso il programma, che dovrebbe raggiungere i 15 miliardi di dollari nel 2026 […] I documenti attestano che due pacchetti aggiuntivi (tramite Canada e Germania) da 500 milioni di dollari ciascuno sono in fase di preparazione e altri sono in fase di coordinamento con gli Stati Uniti, e dovrebbero arrivare entro la fine del 2025”. Inutile, poi, aggiungere, che continua il supporto di intelligence e tanto altro.
L’unica vera svolta di Trump, che pure va registrata, è che rispetto all’amministrazione Biden ha posto fine a quell’escalation graduale che ha portato a Kiev armi sempre più avanzate, solleticando la prospettiva di una guerra globale. Poca cosa, ma anche no.
Mosca finora ha tollerato tale continuità, come anche la nuova aggressività di Washington, nella speranza che le manovre dell’amministrazione Trump sul fine-guerra avessero esito positivo e aprissero a una de-escalation globale. L’intervista di Lavrov segnala che inizia a perdere la pazienza.
Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.

