19 Gennaio 2026

Trump: un altro duce e un altro re per l'Iran

di Davide Malacaria
Trump: un altro duce e un altro re per l'Iran
Tempo di lettura: 3 minuti

In un’intervista a Politico di sabato scorso Trump ha fatto una nuova inversione di rotta sull’Iran e, dopo che aveva ringraziato Teheran per aver annullato le condanne a morte dei cosiddetti ribelli arrestati, ha dichiarato che “è giunto il tempo di cercare una nuova leadership” per il Paese mediorientale.

La cronista che ha carpito queste parole ha spiegato che sono giunte dopo che l’ayatollah Khamenei aveva accusato gli Stati Uniti per la strage che si è consumata durante le proteste, dato il sostegno attivo di Washington alla ribellione, ovviamente in combinato disposto con Tel Aviv.

Ironico ricordare, come abbiamo fatto nel titolo, come le giustificazioni per innescare un intervento armato abbiano il noioso vizio di ripetersi. Così “Faccetta nera” ha accompagnato l’avventura coloniale fascista in Etiopia, propagandata con la necessità di liberare l’Abissinia dalla schiavitù, così che nella canzone di cui al titolo si sollecitava il popolo di “aspettare e sperare” in una nuova leadership, re e duce, che l’intervento liberatorio avrebbe intronizzato.

Le rinnovate minacce di Trump giungono, appunto, dopo il momento di pausa delle tensioni, durante il quale l’inviato Usa Steve Witkoff ha esplicitato le vere richieste di Washington: addio al nucleare, rescissione delle alleanze con le milizie sciite mediorientali (Hezbollah in Libano e Iraq e Houti dello Yemen) e riduzione del programma missilistico.

Richieste che Teheran non può accettare e che, in realtà, sono made in Israel, che sta muovendo le fila di questo tragico gioco al massacro, che ad oggi è limitato alle due-tremila vittime registrate durante le manifestazioni di piazza, ma che un intervento su larga scala contro Teheran incrementerebbe al parossismo.

Certo, a stare alle sue dichiarazioni, Trump sogna un intervento di decapitazione in stile Venezuela. Intervento chirurgico, poche vittime, pochi rischi. Ma l’Iran non è il Venezuela e Khamenei non è Maduro. Questi è il punto di riferimento dell’islam sciita globale. Sarebbe un po’ come ammazzare il Papa per i cristiani. Gli sciiti, non solo gli iraniani, non la prenderebbero bene.

In attesa degli eventi, con la portaerei Abraham Lincoln che si sta dirigendo verso le coste iraniane a dare concretezza alle minacce dell’incendiario presidente americano, c’è da dirimere un piccolo giallo legato a Netanyahu.

Quando il 14 gennaio Trump decise di non dar seguito all’attacco minacciato, da Israele trapelò la notizia che Netanayhu avrebbe unito la sua voce ai Paesi arabi mediorientali per chiedere che desistesse.

Secondo il premier israeliano, secondo le indiscrezioni, era preferibile aspettare che le autorità iraniane si logorassero ulteriormente prima di sferrare l’attacco. Successivamente, però, la narrazione mutò (anche perché le manifestazioni erano state sedate): Israele non sarebbe stato ancora pronto alla risposta iraniana.

Una discrasia che potrebbe spiegarsi facilmente. Netanyahu, che aveva sollecitato, anzi costretto, l’intervento, non ha affatto frenato all’ultima ora. Tale narrazione serviva semplicemente a evitare di far vedere al mondo che Trump si era sottratto al suo diktat, disobbedendo al padrone.

Sul punto una ricostruzione dettagliata di Axios, in cui si riferisce come Trump, nonostante il subitaneo appoggio alle manifestazioni di piazza iraniane, si sia mosso con notevole ritardo. Di fatto, si può aggiungere grazie a una banale constatazione cronologica, quando ormai le proteste erano sedate.

E se sulla sua retromarcia finale Axios conferma le indiscrezioni apparse su tutti i media, dall’insufficenza delle forze Usa nel teatro di guerra all’asserito appello di Netanyahu a non attaccare, aggiunge però che un notevole peso sulla decisione ha avuto quanto concordato sabato 10 gennazio tra Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, un’intesa finalizzata proprio mercoledì mattina, cioè il giorno fatidico del consiglio di guerra Usa, quando l’attacco avrebbe dovuto prendere forma.

Ufficialmente si è trattato di un’intesa sulla sorte dei cosiddetti ribelli catturati dalle forze di sicurezza iraniane, i quali non sarebbero stati giustiziati, cosa poi rivenduta al mondo da Trump. Possibile che sul tavolo ci fosse altro e più riservato.

Al di là del particolare, successivamente, per far vedere che non era sceso a patti con Teheran, Trump ha dichiarato di aver preso la decisione in totale solipsismo. Dichiarazione che serviva anche a ostentare al mondo una forza e una determinazione che non ha, dal momento che è succube dei neoconservatori e di Netanyahu, che hanno riscritto l’agenda America First lasciando all’imperatore libertà di manovra sulla guerra ucraina e su altro (vedi la Groenlandia), ma costringendolo a seguire l’usata agenda interventista in Medio oriente e altrove (Venezuela e Cuba etc).

Ed è su questa subalternità dell’imperatore ai veri padroni del vapore che si gioca tutto; che sta o cade il minacciato intervento in Iran.

Quanto alla cosiddetta rivolta, abbiamo dedicato diverse note alla eterodirezione della stessa. Sul punto, un particolare alquanto significativo: nel corso delle dimostrazioni di piazza circa duecento manifestanti hanno assaltato la residenza dell’ambasciatrice palestinese a Teheran, Salam al-Zawawi.

Sia lei che altri funzionari dello staff della sede diplomatica sono stati feriti prima di trovare rifugio nel seminterrato, dove sono rimasti fino all’arrivo salvifico delle forze di sicurezza iraniane. Inutile commentare.

Ps. Gli Stati Uniti si sono ritirati dalla base irachena di Ain al-Asad, ritornata alle legittime autorità irachene, che da tempo chiedono il ritiro dell’esercito americano dal proprio territorio (di fatto, sono forze d’occupazione). L’Iran ha elogiato la decisione…