Ucraina. La querelle sull'attacco a Putin e il nuovo ruolo di Budanov
Tempo di lettura: 4 minutiLa CIA ha informato Trump che l’attacco alla residenza di Putin da parte dell’Ucraina non c’è stato, confermando la smentita di Zelensky. Così i media ieri, enfatizzando informazioni trapelate in maniera anonima sui media, ché di ufficiale non c’è nulla (vedi CNN, che ieri riportava la notizia, ma concludeva che la Cia, interpellata dal media, si è rifiutata di commentare la notizia).
La solita ambiguità, e peraltro la rivelazione non ha alcun valore essendo la CIA parte del conflitto a fianco dell’Ucraina. Così ieri un articolo fiume del New York Times: “In segreto [di pulcinella ndr], la Central Intelligence Agency e l’esercito americano, con la sua benedizione, hanno potenziato una campagna ucraina di attacchi con droni contro gli impianti petroliferi e le petroliere russe per ostacolare la macchina da guerra di Putin”. Poco da aggiungere se non che il capo della CIA, John Ratcliffe, è di fede neocon.
Nella nota del NYT veniva ampiamente descritta la guerra segreta nella stanza dei bottoni sull’Ucraina, in particolare tra la CIA, appunto, e il Pentagono guidato da Pete Hegseth – che può contare su alcuni alti funzionari dell’istituzione ma non tutti – che invece sta cercando di frenare, allineandosi alla spinta di Trump per un accordo.
Resta che ad alimentare tale ambigiutà sono anche le giravolte di Trump (più o meno influenzate dalle pressioni interne, vedi alla voce Epstein), il quale ieri, come faceva notare la CNN citata, ha rilanciato su Truth una nota del New York Post che negava l’attacco.
La Russia ha replicato alle rivelazioni dei media dichiarando che avrebbe fornito agli Stati Uniti le prove dell’attacco tramite gli usuali canali di comunicazione. Ma l’ambiguità Usa è d’obbligo, come forse anche il diniego di Trump. Come accennato in altra nota, anche la fazione americana che vuole un accordo con Mosca deve mantenere almeno momentaneamente Zelensky al potere perché, nonostante la sua vacuità e spregiudicatezza, al momento non hanno un altro interlocutore di tale livello a Kiev (e smentirlo seccamente lo danneggerebbe non poco).
Ciò perché l’unica alternativa attuale a Zelensky, l’ex Capo di Stato maggiore Valerij Zaluzny, pronto a prenderne il posto alla presidenza, è ormai una pedina nelle mani di Londra e della fazione americana che sostiene le ragioni della guerra.
Quest’ultima ieri è intervenuta pubblicamente sulle trattative in corso tramite la penna di Philip Gordon, ex Consigliere per la Sicurezza nazionale di Kamala Harris – la quale, non a caso, da poco ha dichiarato di voler ritentare la corsa alla Casa Bianca – che, in un articolo vergato per il New York Times, ha scritto che le garanzie di sicurezza offerte da Trump all’Ucraina sono aleatorie.
Insomma, anche l’unico punto sul quale si era trovata una minima convergenza Washington-Kiev che avrebbe potuto essere accolto da Mosca deve essere rivisto. Di interesse quanto annota Strana a commento di tale scritto: “Oleksiy Arestovych aveva affermato che una delle strategie delle autorità ucraine e degli europei [e dei neocon Usa ndr.] potrebbe essere quella di ostacolare l’attuazione del piano di pace degli Stati Uniti in previsione di un possibile successo dei democratici nelle elezioni suppletive del Congresso che si terranno quest’anno”.
Nella temperie, l’attacco della notte di capodanno a un hotel e un bar frequentato da civili nella regione di Kherson occupata dai russi: 27 i morti. Anche in questo caso Kiev ha negato, ma le immagini sul web non lasciano dubbi sul fatto che l’edificio sia stato colpito da un ordigno.
L’impressione è che si voglia spingere Mosca a reagire in maniera disarticolata, sotto la pressione di dover rassicurare la propria popolazione, non lasciando spazio alla ritorsione mirata annunciata dopo l’attacco alla residenza di Putin. A conferma che Mosca voglia evitare una replica a rischio escalation il fatto che non l’abbia ancora effettuata – cosa che deve fare al di là della veridicità o meno dell’attacco alla residenza di Putin: lo obbliga, ormai, l’annuncio stesso.
Su tutta questa querelle è esplosa la notizia della nomina del capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov (nella foto di apertura) a capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky, posto rimasto vacante dopo l’allontanamento di Andij Yermak, che nella sospensione successiva aveva continuato a tessere la sua tela per far proseguire il conflitto.
Secondo Strana la nomina di Budanov elimina la residua influenza di Yermak nei centri di potere ucraini, ma soprattutto annota che l’ex capo dell’intelligence sostiene “un approccio più flessibile al piano di pace proposto da Washington”. Inoltre, riferisce che “la posizione di Budanov nell’apparato e nell’arena politica sarà rafforzata anche dagli stretti legami con David Arakhamia, capo della fazione ‘Servo del Popolo’ nella Rada, che controlla di fatto la maggioranza parlamentare dopo le dimissioni di Yermak”.
Secondo Strana tale rapporto ha un’importanza relativa sui giochi di potere interni dell’Ucraina, ma resta che ha certa rilevanza per decrittare quanto sta avvenendo: si ricordi come Arakhamia rivelò che nell’aprile del 2022 Kiev aveva fatto la pace con i russi, lamentando poi come fosse stato mandato a monte dalle pressioni esterne su Zelensky.
Infine, secondo Strana, la mossa di Zelensky potrebbe preludere a una presidenza Budanov, ma questo è un particolare secondario rispetto alla vera querelle, se cioè si farà la pace o meno con Mosca.
La nomina di Budanov apre uno spiraglio, ma tante le variabili e gli imprevisti, tanti i poteri interni ed esterni che influenzano gli eventi, che nessuna prospettiva può essere indicata con assertività. Peraltro, non è neanche certo che Budanov conservi la flessibilità segnalata da Strana. Da oggi le pressioni su di lui aumenteranno, anche dalla CIA di cui egli è da tempo una risorsa.




