11 Maggio 2017

La Bella Signora delle Tre Fontane

La Bella Signora delle Tre Fontane
Tempo di lettura: 6 minuti

 

Quella che presentiamo è la storia della Vergine della rivelazione, un’apparizione della Madonna che sarebbe avvenuta a Roma in tempi relativamente recenti. Usiamo il condizionale perché l’apparizione non è stata ancora riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa, però è cara al popolo cristiano di Roma. Tanto che nel ’56 papa Pio XII ha acconsentito alla costruzione di una cappella per il culto e ne ha affidato la custodia ai Francescani minori conventuali.

Una storia che ci è cara per tanti motivi, questa, non ultimo il fatto che volevamo scrivere qualcosa riguardante la Madonna in questo mese di maggio e avevamo incontrato difficoltà. Così la storia si è scritta da sola, o meglio ci è stata scritta da Paolo Lanzetta, conosciuto per un caso felice proprio in questi giorni…

Come Roma converte i suoi figli a nostra insaputa

C’è sempre un qualcosa, un evento apparentemente insignificante, un contrattempo che sposta il cammino delle nostre vite un metro più in là, proprio dove saremo centrati in pieno da quell’aratro dello Spirito Santo che smuoverà e dissoderà la nostra terra mentre riposa a maggese da tempi ormai troppo lunghi.

La nostra storia inizia proprio da uno di quei contrattempi che nella nostra Roma di oggi sono all’ordine del giorno: un treno che parte e tu che rimani impotente a guardarlo mentre si allontana sui binari.

È andata cosi anche quel sabato 12 aprile del 1947, alla stazione Roma – Lido di Ostia: alle 14,30 parte il trenino per la spiaggia e Bruno, con Isola, Carlo e Gianfranco, suoi  giovanissimi figli, devono necessariamente affrontare un cambio di programma, dato che il prossimo treno ripartirà non meno di un’ora e mezza dopo, e l’agognato pomeriggio di svago in spiaggia si sarebbe risolto invece in lunga attesa presso quei binari.

Papà Bruno non si perde d’animo e, da buon tranviere, inventa subito l’itinerario alternativo della giornata: tram destinazione San Paolo Basilica, poi linea 223 direzione fuori porta.

Giunto sulla via Laurentina, località Tre Fontane, il mezzo si ferma presso il monastero dei frati trappisti, da sempre specialisti nella produzione di ottima cioccolata; per Carlo e Gianfranco è l’argomento giusto per la discesa dal bus.

Dopo l’acquisto della cioccolata, il gruppo percorre un viottolo che porta su una collinetta caratterizzata da un bel bosco di eucalipti e una radura abbastanza ampia da permettere il gioco della palla. È una zona che ha una cattiva fama quella, e le grotte che vi si aprono di notte si trasformano in luoghi di appuntamenti e di convegni di varia natura, tra l’altro spesso oggetto di cronaca nera.

Ma in quel meriggio tutto appare tranquillo e Bruno decide di immergersi nella lettura della sua Bibbia con il quadernino per gli appunti,  mentre i suoi figli, Isola, Carlo e Gianfranco potranno giocare a loro piacimento.

Tratteggiato sommariamente il quadro della nostra scena, occorre, per poter procedere nel nostro racconto, specificare un paio di particolari in merito al pomeriggio che aveva pianificato il nostro Bruno.

La Bibbia di Bruno non era una Bibbia come altre; la sua aveva una particolarità; recava una scritta vergata di suo pugno: “Questa sarà la morte della Chiesa cattolica, con il Papa in testa“.

Bruno era un tramviere dell’Atac, ma  prima di questo impiego si era cimentato in teatri più turbolenti, ed aveva affrontato missioni ben più rischiose dello staccare biglietti all’ingresso delle vetture romane.

Egli nasce a Roma, nel 1913, sulla Cassia Vecchia, in una stalla,  in condizioni di enorme miseria e con un padre in prigione. Per essere battezzato dovrà appunto attendere l’uscita dello stesso  dal carcere. Sarà lui, infatti, a portare il bambino alla chiesa di Sant’Agnese per ricevere il sacramento.

Alla rituale domanda del sacerdote sul nome da mettere al fanciullo, il padre, piuttosto ubriaco, risponde: ”Giordano Bruno, come quello che avete ammazzato voi a Campo de’ Fiori!”.

Solo in seguito a una trattativa serrata ci si accorda su Bruno, senza Giordano. Il bambino si chiamerà Bruno Cornacchiola.

Dopo una vita piuttosto difficile, passata in miseria in una Roma che, a cavallo dei due conflitti, era in preda a una povertà diffusa, Bruno trova una sua dimensione di sopravvivenza nel servizio militare, dove apprezza soprattutto la regolarità dei pasti e si cimenta con l’arte bellica, eccellendo soprattutto nel tiro a segno.

Una disciplina che tornerà molto utile quando, nel 1936, viene cooptato come volontario nell’Oms (operazione militare in Spagna) dai compagni del partito d’azione. Le truppe italiane si schierarono con Francisco Franco ed i suoi alleati, mentre Bruno riceve come missione dal partito quella di sabotare le operazioni dei suoi compatrioti.

In Spagna, Bruno fa un  incontro che determinerà il suo percorso futuro: è qui che diventa amico di un soldato tedesco, assiduo lettore della Bibbia. Fu questi a trasmettere a Bruno  il suo personale credo protestante, ferocemente avverso alla Chiesa cattolica, e a indicargli il nemico da abbattere nel Papa di Roma. Ecco spiegata la ragione della Bibbia personalizzata che aveva in mano Bruno in quell’aprile del ’47.

Nel 1939, terminata la campagna di Spagna, Bruno rientra a Roma e trova lavoro come uomo delle pulizie presso l’Atac, l’azienda dei trasporti pubblici della capitale e, in seguito, vince il concorso per bigliettaio per la stessa azienda.

In questo periodo si avvicina alla chiesa Battista e, successivamente, agli Avventisti del settimo giorno. Il suo fervore religioso e il suo zelo lo conducono in breve tempo a ricoprire la carica di direttore della gioventù missionaria avventista di Roma e del Lazio.

E siamo finalmente giunti al 12 Aprile 1947 e al motivo per cui Bruno scruta la sua Bibbia: deva preparare una relazione da tenere il giorno seguente in piazza della Croce Rossa, nella quale è chiamato a esporre le sue teorie sull’Eucaristia, sulla Chiesa romana cattolica e apostolica e sulla figura di Maria Vergine Madre di Dio.

Ed ecco, inatteso, l’intervento divino. I bambini giocando perdono la palla e, non riuscendo a ritrovarla, richiedono l’intervento del padre. Bruno sospende le sue annotazioni, posa il taccuino per terra e corre in aiuto dei figli. Il taccuino rimarrà lì, in terra, per sempre. Non ne avrà mai più bisogno: quella relazione non si farà più.

Sono le 15.30 circa di quel sabato 12 aprile 1947, e la Madre di Dio appare in una grotta sudicia e abbandonata. E catalizza l’attenzione dei bambini prima e,  dopo aver effuso un meraviglioso profumo di fiori, si presenta in tutta la sua magnificenza a Bruno, colui che aveva osteggiato fino a quel momento la loro devozione per Lei.

“Bella Signora… Bella Signora “ non fanno che ripetere i bambini, e Lei, rivolgendosi a Bruno, comincia a parlare: “Sono la Vergine della Rivelazione… Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’ovile santo, corte celeste in terra. Il giuramento di Dio è e rimane immutabile: i nove venerdì del Sacro Cuore che tu facesti, amorevolmente spinto dalla tua fedele sposa, prima di iniziare la via dell’errore, ti hanno salvato!”

La conversazione è lunga, dura circa un’ora, alcuni argomenti riguardano la vita personale di Bruno, altri la Chiesa intera, con particolare riferimento ai sacerdoti. Poi c’è un messaggio da riportare personalmente a Pio XII: “Il mio corpo non poteva marcire e non marcì. Mio figlio e gli angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso”. Parole che anticipano il dogma dell’Assunzione in cielo in anima e corpo della Madonna che lo stesso Pio XII proclamerà tre anni più tardi.

Commovente anche quanto rivela sull’efficacia della preghiera:  “Le Ave Maria che voi dite con fede e con amore sono tante frecce d’oro che raggiungono il cuore di Gesù”. E fa una promessa preziosa: “Io convertirò i più ostinati con prodigi che opererò in questa terra di peccato”.

Di prodigi, la Vergine della Rivelazione ne ha compiuti in grande numero nel tempo, partendo proprio da quella terra di peccato.

Basta visitare la galleria di ex voto adiacente la grotta delle apparizioni per meravigliarsi di tutte quelle storie di guarigioni, di intercessioni, di piccoli e grandi miracoli avvenuti in questi settanta anni.

A partire dal primo, che ha visto protagonista Bruno Cornacchiola, il quale, da quel pomeriggio del 12 aprile 1947, è stato sempre accompagnato dalla presenza costante della Vergine, che ha continuato negli anni a indicargli la via, lo ha chiamato a dare testimonianza, anticipandogli tutte le difficoltà che la Chiesa di Roma avrebbe dovuto affrontare.

Silvio Negro, saggista e noto vaticanista del Corriere della Sera, amante della città eterna, nel 1962 dava alle stampe un libro meraviglioso con un titolo (Roma non basta una vita ed. Neri Pozza), che spiega da solo quanto questa città sia indissolubilmente legata all’infinita  scoperta e ai miracoli che si ripetono nel corso della storia. Piccoli e grandi miracoli, vissuti più o meno inconsapevolmente, da romani e non, in angoli nascosti e periferie dimenticate.

Come quello della Bella Signora della Tre Fontane, che ha chiamato a raccolta il suo popolo attraverso la salvezza dell’ultima pecorella del suo gregge, quella smarrita ed a lungo cercata.

Prodigio che ci affascina anche per un altro motivo, dal momento che unisce la storia del povero Bruno a quella del più noto Paolo, l’apostolo dei gentili. Il primo, zelante avversario della Chiesa di Roma, il secondo, altrettanto zelante persecutore dei cristiani, hanno fatto delle Tre Fontane un luogo che rimanda al divino.

Il primo, terminando qui la sua corsa, come scrive lui stesso, e conseguendo la gloria del martirio. Il secondo, iniziando da qui una corsa del tutto diversa ma partecipe della stessa gloria. Una corsa iniziata dall’improvvisa, inattesa apparizione della Bella Signora.

«La tua benignità non pur soccorre/ a chi domanda, ma molte fïate/ liberamente al dimandar precorre», scrive Dante nella sua bellissima preghiera alla Madonna. La storia di Bruno, in fondo, sta tutta nell’ultima, stupenda, riga di questa preghiera

 

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