La catastrofe che mette alla prova il nuovo Nepal
Tempo di lettura: 4 minutiQuando il 26 agosto l’alluvione ha devastato una regione del nord del Nepal ai piedi del Tibet, il governo di Kathmandu ha inizialmente respinto le offerte di squadre straniere di ricerca e soccorso. «Le offerte di aiuto sono naturali, ma al momento non ne abbiamo bisogno», aveva dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, spiegando che polizia ed esercito erano già impegnati nelle operazioni. Una scelta che ha suscitato forti critiche nel Paese, mentre migliaia di persone risultavano ancora disperse.
Solo giorni dopo, sotto la pressione interna e delle ambasciate straniere, Kathmandu ha autorizzato l’ingresso di alcune squadre di soccorso provenienti da Cina, India e Australia, oltre a specialisti sudcoreani. Bhim Gautam, amministratore delegato dell’Associazione dei produttori di energia indipendenti del Nepal, ha raccontato a NPR che i leader del settore hanno dovuto «fare pressione sul governo» perché consentisse l’arrivo dei soccorritori. Ma, quando l’autorizzazione è arrivata, ha aggiunto, «era ormai troppo tardi».
A oltre tre settimane dal disastro, il bilancio del disastro rimane tragico: durante la stesura di questo articolo le autorità nepalesi contano oltre 1.400 vittime e più di 6.000 dispersi, mentre solo una parte dei corpi recuperati è stata identificata e tra i dispersi figurano centinaia di cittadini stranieri.
Secondo l’analista politico Chandradev Bhatta, il rifiuto degli aiuti sarebbe stato legato a considerazioni geopolitiche. Dopo il terremoto del 2015, Cina, India e alcuni Paesi occidentali avevano cercato di rafforzare la propria influenza a Kathmandu. «Alla fine la Cina è riuscita a conquistare una posizione geopolitica di rilievo nel Paese», ha spiegato Bhatta. La presenza straniera resta quindi un tema sensibile per il governo di Balendra Shah, arrivato al potere dopo le proteste del 2025 che hanno travolto la vecchia classe politica.
L’esitazione iniziale si è però trasformata rapidamente in un problema politico interno. Sui social nepalesi l’account gen.znepal – la generazione Z è stata la spina dorsale della ribellione dello scorso anno – ha fatto un appello al governo perché mettesse da parte l’«ultranazionalismo» e accettasse aiuto «da qualsiasi Paese». Peraltro, secondo Bhatta, Kathmandu avrebbe sottovalutato la portata della catastrofe: «Se avessimo chiesto aiuto fin dall’inizio, forse avremmo potuto salvare più vite».
Il direttore dell’Associazione degli ingegneri del Nepal, Subash Chandra Baral, ha contestato la giustificazione del premier, che aveva dichiarato che non esistevano al mondo competenze e tecnologie in grado d’intervenire in gallerie completamente invase da fango e detriti, accusando il governo di non essersi preparato e di aver ritardato i soccorsi per poi scaricare la colpa su altri.
Nel frattempo, anche altri esponenti della nuova classe dirigente sono stati criticati per la loro esposizione sui social durante l’emergenza, tanto da spingere il leader del Partito Nazionale Indipendente, Rabi Lamichhane, che governa il Paese, a chiedere ai politici di smetterla con gli attacchi e il cyberbullismo contro le vittime del disastro (sic).
La Cina è stata al centro di un’altra querelle. Nelle ore successive all’alluvione, sui social nepalesi si era diffusa la teoria infondata secondo cui Pechino avrebbe saputo del pericolo e non aveva avvertito Kathmandu, mentre il Nepal Correspondence ha parlato di un «disastro ecologico intenzionale» legato alle attività cinesi lungo il confine con il Tibet.
Accuse circolate anche sui media internazionali, smentite solo successivamente, quando si è appurato che dodici giorni prima dell’alluvione, il Centro meteorologico mondiale cinese aveva inviato ai funzionari nepalesi dati sulle precipitazioni previste e sul lago glaciale che si era formato nella regione, da cui i rischi connessi.
A confermarlo è stato il direttore della National Disaster Risk Reduction and Management Authority nepalese. «La Cina ha contattato il governo nepalese più volte», ha spiegato. Alcuni analisti hanno evidenziato che manca un sistema di condivisione dei dati tra i due Paesi e questo può spiegare in parte il fatto che il Nepal non abbia recepito l’allerta, ma è vero solo in parte.
L’alluvione non è però riconducibile a un singolo fenomeno meteorologico: secondo il World Weather Attribution, il riscaldamento della regione himalayana ha contribuito a indebolire i versanti delle montagne.
Per tornare alla geopolitica, a spiegare la diffidenza del Nepal verso Pechino dimostrata tragicamente nell’occasione, un articolo del sito web di giornalismo investigativo The Grayzone. Documenti trapelati pubblicati in calce all’articolo segnalano il ruolo del Consortium for Elections and Political Process Strengthening (CEPPS) – affiliato alla CIA e finanziato dal governo statunitense – nella formazione di giovani leader nepalesi poi arrivati ai vertici della politica dopo le proteste del 2025 (tra questi lo stesso primo ministro).
A spiegare l’interesse della Cia per il piccolo Paese tibetano il rapporto annuale del CEPPS del 2019, in cui si spiegava che il lavoro di questo organismo in Nepal era in linea con la strategia di Washington volta ad accerchiare Pechino con governi malleabili che potrebbero favorire l’installazione di basi militari statunitensi sul territorio dei loro Paesi.
Ora il premier Shah si prepara a portare l’emergenza alluvione davanti alle Nazioni Unite, dove il 24 settembre chiederà sostegno per la ricostruzione, stimata dal governo in 4,8 miliardi di dollari. Il Nepal chiede dunque alla comunità internazionale di finanziare la ricostruzione dopo aver esitato davanti agli aiuti durante i soccorsi.
La sfida per il nuovo Nepal sarà capire se può permettersi di rifiutare gli aiuti senza trasformare la propria sovranità in una nuova vulnerabilità.

