Annunciate nuove rivelazioni sul 7 ottobre che inguaiano Netanyahu
Tempo di lettura: 4 minutiLa bufera sull’allarme ricevuto da Netanyahu sull’attacco di Hamas del 7 ottobre non si placa. Una nuova nube incombe sull’orizzonte del premier israeliano: Sufian Abu Zaida, ex funzionario di Fatah – che ebbe un ruolo centrale nel trasmettere la minaccia di Yahya Sinwar a Israele – in un’intervista rilasciata ieri ha annunciato che a breve rivelerà nuovi dettagli sull’avvertimento ricevuto dal capo di Hamas. A riferire l’annuncio è Jack Khoury su Haaretz.
La vicenda è nota: un’inchiesta di Haaretz ha rivelato al mondo che Netanyahu era stato avvertito in maniera chiara dell’attacco imminente, ma ha lasciato fare. A lanciare l’avvertimento era stato lo stesso Sinwar, che aveva comunicato a due funzionari di Fatah in contatto con l’intelligence israeliana, che se gli israeliani “non faranno progressi [nelle trattative in corso con Hamas], sto preparando una grande sorpresa per loro… Dite loro di aspettarsi uno ‘zilzal‘, un terremoto”.
Abu Zaida, che viveva negli Emirati Arabi ed era in contatto con un consigliere del principe ereditario Mohamed bin Zayed, riferì l’avvertimento, che fu trasmesso al principe, il quale, però, volle una rassicurazione ulteriore e chiese che Abu Zaida si incontrasse nuovamente con Sinwar.
Il secondo incontro si tenne a metà settembre e, nell’occasione, il capo di Hamas ribadì la minaccia: “Trasmetti loro il messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario”. Ancora una volta, usò la parola “zilzal”. “Per favore, riferisci agli israeliani quello che sto dicendo parola per parola”.
Il 15 settembre, su sollecitazione del principe, il suo consigliere e Abu Zaida riferirono la minaccia a Ronen Bar, a capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna di Israele, il quale avvertì Netanyahu. Due giorni dopo fu convocata una riunione con tutte le agenzie di sicurezza, ma non venne presa nessuna decisione.
“Dopo aver constatato che Israele non reagiva al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, lo sceicco Mohamed decise di parlare direttamente con Netanyahu e di riferirgli l’avvertimento di Sinwar”, conclude Jack Khoury.
Come spiega Necmettin Acar su Anadolu, l’inchiesta di Haaretz non è solo una rivelazione giornalistica, ma va letta insieme ad altri segnali, come ad esempio le sanzioni imposte a Israele dalla Gran Bretagna o le dichiarazioni di J.D. Vance sulla necessità di porre fine alla subordinazione degli Stati Uniti a Israele sulla politica estera mediorientale. Tutto ciò fa propendere per una “manovra politica attentamente orchestrata”.
Infatti, “la fuga di notizie così sensibili senza almeno l’approvazione tacita della capitale del Golfo [Abu Dhabi] è altamente improbabile”. In effetti, “la posizione degli Emirati Arabi Uniti dopo la pubblicazione del dossier [di Haaretz] rafforza tale interpretazione”. Infatti, gli Emirati, anziché negare le informazioni trapelate, hanno reso pubblico un comunicato “estremamente misurato”.
Così il comunicato: “Gli Emirati Arabi Uniti e le agenzie governative israeliane hanno mantenuto linee di comunicazione aperte e dirette sin dall’inizio della loro relazione, iniziata più di cinque anni fa. Quando necessario, tutte le informazioni di intelligence rilevanti sono state e continuano ad essere scambiate tra le agenzie competenti”. “Questo silenzio selettivo”, commenta Acar, “che non conferma né smentisce la notizia, veicola un messaggio potente quanto una conferma diplomatica”.
“[…] L’isolamento di Netanyahu sta diventando una realtà tangibile”, scrive ancora Acar. “Sanzioni coordinate e crescenti pressioni diplomatiche da parte dell’Occidente, un messaggio freddo e calcolato dagli Emirati Arabi Uniti e la richiesta di un’indagine [sul 7 ottobre] da parte dell’opposizione interna sembrano essere il risultato di una manovra coordinata”.
“Il denominatore comune di questo coordinamento è che Netanyahu viene ora percepito dagli attori internazionali e regionali non più come un partner gestibile, ma come un ostacolo da superare. Indipendentemente dall’esito delle elezioni del 27 ottobre, il fatto che questo messaggio sia stato inviato indica che il prossimo capitolo della politica israeliana si sta scrivendo anche nelle capitali straniere”.
“Sia le capitali occidentali che i partner regionali sembrano aver già iniziato a creare le condizioni per collaborare con il prossimo governo israeliano, prevedendo che Netanyahu non rimarrà in carica. Anche i segnali di un avvicinamento degli Emirati Arabi Uniti al Patto della Mecca [l’alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ndr.] fanno parte di questo quadro più ampio. Gli Stati del Golfo potrebbero ritenere di poter instaurare relazioni più prevedibili con un Israele senza Netanyahu e, inoltre, di poterlo fare senza creare tensioni con Turchia e Arabia Saudita”.
Questo il quadro che disegna Acar per un Israele post Netanyahu, sempre se ci sarà. Resta da vedere se tale rassemblement arabo-islamico, da attuarsi con l’ampliamento degli Accordi di Abramo o del Patto della Mecca, si porrà in chiave anti-iraniana o meno. Finora Teheran ha ricevuto rassicurazioni dal Patto della Mecca, anzi è trapelata la notizia che sarebbe stata invitata a farne parte, ma che l’Arabia Saudita si sarebbe opposta.
La guerra yemenita, che oppone gli Houti, alleati dell’Iran, a Riad potrebbe portare Turchia e Pakistan a intervenire a sostegno dei sauditi, come peraltro minacciato da Islamabad.
Ciò porrebbe forti criticità alle rassicurazioni indirizzate all’Iran. Ma il fatto che finora si siano astenuti dal farlo vuol dire che nulla è deciso (peraltro, l’editoriale del media pakistano Dawn elogia l’attuale equilibrio di Islamabad e sollecita il dialogo tra Riad e Houti).
Giova ricordare, tra l’altro, che un conto sono le pianificazioni americane, un conto è la realtà, come si è visto nella guerra iraniana. A proposito di quest’ultima guerra, val la pena riportare quanto dichiarato oggi da Ali Zeynivand, portavoce del ministero dell’Interno iraniano: “Gli sforzi e le mediazioni diplomatiche internazionali per risolvere le problematiche e tornare all’accordo di Islamabad sono in corso”.
Ps. Anche la Siria si è rifiutata di aiutare l’Arabia Saudita…


