21 Settembre 2026

Iran. Domani riunione cruciale tra Trump e i leader del Golfo

Lo scambio di messaggi si è svolto tramite la mediazione di Qatar e Pakistan, come ha comunicato il ministero degli Esteri del Qatar, che ha affermato che i mediatori stanno lavorando "senza sosta" per riavviare i colloqui tra Iran e Stati Uniti.
di Davide Malacaria
Lo scambio di messaggi si è svolto tramite la mediazione di Qatar e Pakistan, come ha comunicato il ministero degli Esteri del Qatar, che ha affermato che i mediatori stanno lavorando "senza sosta" per riavviare i colloqui tra Iran e Stati Uniti.
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In vista dell’incontro tra Trump e i leader dei Paesi del Golfo, che si terrà domani a margine del vertice Onu, la diplomazia ha accelerato. Domenica, parlando al Parlamento iraniano, il presidente dell’assise Mohammad Baqer Qalibaf ha dichiarato che le condizioni poste dall’Iran per chiudere il conflitto con gli Stati Uniti sono “assolutamente chiare, razionali e non negoziabili”, aggiungendo, come sintetizza l’agenzia Tansim “che gli intermediari hanno trasmesso in modo chiaro i messaggi e le condizioni dell’Iran alla controparte”.

Iran’s Messages, Conditions Relayed to US: Qalibaf

Lo scambio di messaggi si è svolto tramite la mediazione di Qatar e Pakistan, come ha comunicato il ministero degli Esteri del Qatar, che ha affermato che i mediatori stanno lavorando “senza sosta” per riavviare i colloqui tra Iran e Stati Uniti, secondo quanto riportato da Al Jazeera.

Inoltre, Majed Al-Ansari, portavoce del Ministero degli Affari Esteri del Qatar, ha aggiunto: “Abbiamo ricevuto rassicurazioni da funzionari dell’amministrazione statunitense sul fatto che Washington vuole raggiungere un accordo”.

Proprio in Qatar ha fatto tappa il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi prima di recarsi negli Stati Uniti per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, alla quale gli Usa gli hanno permesso di partecipare (in realtà, non potevano né dovevano impedirlo data la natura della riunione, ma il fatto che sia stato negato per la seconda volta consecutiva tale possibilità al presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas ha posto precedenti inquietanti).

Al solito, l’immaginifico Trump è andato ultra petitum, affermando di essere disponibile a incontrare il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, anch’egli atteso a Washington. Molto difficile che accada, non nel clima infuocato attuale, ma la bizzarra apertura resta.

In parallelo a questo rilancio della diplomazia, sono rafforzati i venti di guerra. Diversi analisti hanno avvertito, chi con esultanza chi con inquietudine, che l’incontro tra Trump e i leader dei Paesi arabi preluderebbe a una ripresa della guerra, interpretando in senso catastrofico la recente affermazione del presidente Usa nella quale dichiarava di trovarsi in una fase cruciale, nella quale è chiamato ad affrontare una scelta difficile.

Una possibilità rafforzata da una previsione dell’intelligence iraniana, secondo la quale, appunto, l’America starebbe preparandosi ad avviare una nuova fase cinetica del conflitto. Nel caso, hanno avvertito le autorità iraniane, la reazione del loro Paese sarebbe molto diversa dalla precedente, considerando i Paesi da cui partiranno gli attacchi degli Stati Uniti non solo mere pedine di un gioco altrui, ma alleati/complici dell’aggressore, da cui un ingaggio dell’Iran non più moderato e molto più ampio, anche a livello geografico, contro di essi.

L’avvertimento è anzitutto all’Arabia Saudita, che nella sua guerra contro gli Houti dello Yemen si è trovata a ricevere assistenza, limitatamente all’intelligence, solo da Israele e dall’Occidente in generale, venendo meno l’ausilio dei Paesi arabi che era sicura di ricevere.

Una circostanza che ha spinto il principe ereditario Mohamed bin Salman a schiacciarsi sempre più pericolosamente sui suoi attuali alleati nel tentativo di arginare la controffensiva degli Houti che sta mettendo in ginocchio il Regno bloccando tutte le vie di transito al suo petrolio.

Ma l’accenno all’ampliamento geografico del conflitto lascia aperte altre possibilità. Nel mirino potrebbero entrare le basi aeree greche e bulgare usate dagli States nella prima aggressione; e forse anche Sigonella, che ha assistito e assiste l’operazione militare statunitense. Certo, dista circa 3500 Km dall’Iran, ma Teheran ha avvertito che ha in serbo armi nuove e a sorpresa.

D’altronde, avvertimenti ai Paesi terzi, che partecipavano indirettamente alle operazioni Usa, erano stati lanciati anche nella precedente fase del conflitto, anche se allora in maniera molto meno assertiva.

Secondo diverse fonti, tra cui al Akhbar, il principe ereditario Mohamed bin Salman starebbe facendo di tutto perché gli Stati Uniti riprendano il conflitto con l’Iran, anche perché sente il trono vacillare sotto le sue auguste terga. E il panico non è un buon consigliere.

Are we on the brink of a new round of widespread war?

Le sue profferte di tregua indirizzate agli Houti finora sono state rigettate, con questi ultimi che hanno avanzato richieste più stringenti perché possa realizzarsi una pace duratura (la guerra in Yemen dura da oltre un decennio…): la fine dell’embargo che sta strangolando il loro popolo e dell’influenza saudita sullo Yemen.

Per questo, e tanto altro, è importante la dichiarazione rilasciata ieri dal Segretario del Consiglio di sicurezza iraniano Mohsen Rezaei: “Desideriamo sinceramente porre fine alla guerra tra l’Arabia Saudita e lo Yemen”. Proponendo il proprio Paese come mediatore tra le parti.

E per questo è importante che stamattina, il giorno successivo all’apertura di Rezaei e prima della riunione dei leader del Golfo con Trump, sia sbarcato a Teheran il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi. Importante, peraltro, anche che sia stato proprio Naqvi e non un altro funzionario pakistano a precipitarsi in Iran, perché è stato lui, alcuni giorni fa, ad avvertire che il suo Paese era pronto a entrare in guerra a fianco di Riad. Quanto accadrà oggi a Teheran avrà ripercussioni sulla più ampia criticità mediorientale.

Quanto a Trump, oggi la rivelazione del New York Times, secondo la quale i bombardieri Usa erano partiti per attaccare gli Houti, ma all’ultimo minuto l’inutile, incendiario, attacco è stato annullato.

“L’incontro di domani tra Trump e i leader e gli alti funzionari degli Stati del Golfo aprirà la strada a un ritiro completo dal conflitto o alla preparazione per una nuova ondata di violenza, questa volta senza limiti né regole”, conclude ragionevolmente al Akhbar.

Trump Gets Caught in a Dilemma Over a Saudi Plea for Military Help