Wall Street Journal: Trump ha rifiutato la proposta dell'Iran...
Tempo di lettura: 3 minutiSecondo il Wall Street Journal Trump, parlando in sede riservata, avrebbe espresso il suo niet alla proposta di riprendere i negoziati di pace avanzata dall’Iran. A riferirlo al media tre funzionari dell’amministrazione Usa, i quali hanno aggiunto che il presidente americano sarebbe restio a rinnovare gli attacchi su larga scala, ma comunque si appresterebbe a ordinare attacchi massicci per forzare Teheran alla resa. Ciò avverrebbe dopo le elezioni di Midterm, anche se avrebbe dichiarato di attenderne l’esito per decidere quale strada intraprendere.
Tutto ciò va preso col beneficio dell’inventario, dal momento che è usuale per certi ambiti guerrafondai, ai quali il WSJ è consegnato, distorcere secondo i propri desiderata le conversazioni che avvengono nel chiuso del potere imperiale. Non che sia tutto falso, ma i dubbi, dati i pregressi, sono legittimi. Così appare ragionevole la posizione dell’Iran, che, evitando commenti, ha ribadito di attendere una risposta ufficiale.
Peraltro, l’accenno di Trump riferito dal WSJ, sempre che sia vero, sulla sospensione della decisione riguardo la guerra all’esito delle elezioni di Midterm è alquanto significativo, dal momento che ad oggi appare davvero difficile che i repubblicani resistano all’avanzata dei loro antagonisti. Anzi, secondo alcuni sondaggi rischiano una vera e propria débacle.
Se così fosse, Trump si ritroverebbe di fronte a un Congresso che, almeno formalmente, è schierato contro la guerra. Non perché tutti i democratici siano contrari a un’iniziativa militare contro Teheran, ché tanti sono incantati dalle sirene israeliane, quanto perché attaccare Trump sulla “sua” guerra gli guadagnerebbe consensi, dal momento che la stragrande maggioranza degli americani è infuriata per il conflitto e, soprattutto (sic), per i rincari dell’energia.
Tale propensione dei democratici si è evidenziata nelle diverse votazioni che si sono succedute nel Congresso, dal momento che tutti hanno votato per la fine della guerra in Iran, in convergenza con una sparuta pattuglia repubblicana non sufficiente a far passare le diverse mozioni sul tema.
Al di là delle indiscrezioni del WSJ, e in attesa di una risposta ufficiale degli States, si segnala che a New York, a margine dei lavori dell’Onu, si sono incontrati il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan e quello iraniano Abbas Araghchi.
Incontro importante, perché la guerra contro gli Houti ha allargato ancor più le distanze tra Riad e Teheran, con la prima che accusa la seconda di sostenere le milizie contro cui combatte.
Ciò ha irrigidito la posizione dell’Arabia saudita rispetto alla guerra contro l’Iran: se nella fase cinetica ha fatto pressioni su Trump perché ponesse fine al conflitto, ora, secondo diversi media arabi (e non solo), sta facendo pressioni opposte, unendosi in questo agli Emirati Arabi.
Non che voglia la ripresa dei bombardamenti, dal momento che rischierebbe nuovamente di essere bersagliata dei missili di Teheran, ma che gli Stati Uniti continuino a esercitare pressioni sulla nazione reproba.
L’intenzione è ovvia: il Regno spera che nell’accordo tra Stati Uniti e Iran sia ricompresa una nuova subordinazione dello Yemen a Riad e il conseguente/previo disarmo delle milizie Houti. Washington, cioè, dovrebbe imporre a Teheran di smettere di sostenere l’agguerrita milizia yemenita.
Tale propensione è evidenziata dalla posa muscolare di Riad rispetto al conflitto yemenita, rafforzata dal sostegno, finora però solo verbale, dei Paesi che hanno aderito al patto della Mecca, dai quali spera di ricevere un supporto ben più consistente, tale da riuscire a risolvere la querelle yemenita con mezzi militari. In questo, Riad sembra essere entrata in un circolo vizioso, che da dodici anni la vede intrappolata in questo sogno, tanto agognato quanto sempre sfuggente.
L’incontro tra il ministro degli Esteri iraniano e quello saudita potrebbe aprire porte rimaste finora chiuse, dal momento che Teheran da tempo ha proposto la propria mediazione. Ma, per dare possibilità alla pace, Riad dovrebbe deporre le pistole nelle fondine e trattare il Paese confinante, in particolare la fazione contro cui si sta scagliando, come un antagonista con cui trattare alla pari e trovare un compromesso, non come un nemico irriducibile da eliminare.
Ad oggi non ci sono segnali in tal senso, ma non è dato sapere se, nel segreto, qualcosa stia maturando.
