Levy: le sanzioni britanniche dovevano colpire Israele, non i coloni
Tempo di lettura: 4 minutiGideon Levy scrive su Haaretz un lucido articolo sulle sanzioni imposte da Gran Bretagna e altri 10 Paesi contro gli insediamenti dei coloni israeliani. Ne riportiamo ampi brani: “La costruzione di case per i coloni su terre palestinesi rubate non si fermerà, né si fermerà il furto di bestiame, per via di ciò che ha fatto la Gran Bretagna, anche se il mondo si compiace di queste sanzioni. Il nuovo governo britannico afferma che in Cisgiordania è in corso una pulizia etnica, diventando così il primo Paese occidentale a dichiararlo. Questo è motivo di speranza e un atto morale. Evviva la Gran Bretagna […]”.
“Ma la Gran Bretagna ha scelto di punire solo i coloni, creando un pericoloso precedente. Così facendo, sta implicitamente affermando che esiste Israele ed esistono i coloni. Esiste un Paese ed esiste un’occupazione, esistono gli israeliani ed esistono i coloni. Com’è comodo fare queste distinzioni, come distinguere tra Benjamin Netanyahu, il guerrafondaio, e l’opposizione, fautrice della pace”.
“[…] Ma gli insediamenti non sono un’entità politica indipendente. Quando l’Europa ha imposto sanzioni alla penisola di Crimea occupata, ha imposto sanzioni anche all’occupante, la Russia. Come si possono punire solo i coloni senza sanzionare coloro che hanno avviato gli insediamenti, li finanziano e li difendono e li sostengono, ovvero il governo di Israele?”
“Gli insediamenti sono Israele e Israele è gli insediamenti. La Linea Verde è scomparsa molto tempo fa e nessun’altra linea separa la Cisgiordania da Israele, a parte la linea dell’Apartheid. Siamo tutti israeliani e siamo tutti coloni. Siamo tutti responsabili di ciò che viene fatto in nostro nome”.
“Se la Gran Bretagna ritiene che sia in atto una pulizia etnica, i cui elementi rientrano tra i più gravi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, a cosa serve punire i coloni? I coloni sono solo complici di questi orrori e la loro responsabilità è secondaria. Sono solo dei carnefici, i soldati che commettono il crimine”.
“L’impresa degli insediamenti è un’iniziativa interamente israeliana che coinvolge il governo e, di fatto, l’intero sistema. Non esiste un singolo ente ufficiale che non sia coinvolto, direttamente o indirettamente, con azioni o omissioni sottese di esultanza o indifferenza. Se fosse uno stato di diritto, sarebbe compito dello Stato punire i coloni violenti; questo non è compito del mondo. Sono i responsabili dell’impresa degli insediamenti che dovrebbero essere puniti dal mondo, perché il governo israeliano, come qualsiasi governo, non è in grado di punire se stesso”.
“[…] Il mondo, che spesso si illude di credere che la fonte di ogni male sia Benjamin Netanyahu, deve anche ricordare che Netanyahu non ha fondato l’impresa degli insediamenti. Dietro gli insediamenti si cela l’intera organizzazione sionista e, con essa, l’establishment sionista in tutto il mondo”.
“In termini di efficacia, sanzionare i coloni non avrà alcuna conseguenza. I coloni sono lontani dalla cultura mondiale e i nazionalisti credono che Israele non abbia bisogno del mondo. Nessuna sanzione nei loro confronti impedirà agli estremisti di imperversare sulla terra rubata”.
“Anche le sanzioni sulle importazioni di prodotti provenienti dagli insediamenti hanno scarsa rilevanza, poiché solo il 2,3% delle esportazioni israeliane verso l’Europa proviene da questi insediamenti. Nell’avamposto di Esh Kodesh, l’industria è l’odio, non l’alta tecnologia; ad Adei-Ad, il prodotto principale è la violenza, non i pomodorini. Il vino degli insediamenti è contaminato, prodotto con l’uva dell’ira coltivata su terre rubate”.
“Israele non è interessato alle sanzioni imposte agli insediamenti. Nemmeno i coloni sembrano particolarmente preoccupati, e a ragione. Meno di un giorno dopo l’annuncio, mercoledì l’Amministrazione Civile ha discusso la costruzione di 747 unità abitative in Cisgiordania. La cosa importante è che a Westminster si festeggi”.
Articolo lucido, appunto. Abbiamo accennato a come sia queste sanzioni che l’inchiesta di Haaretz contro Netanyahu segnalino la spinta di tanto mondo e di parte dell’ebraismo, internazionale e non, a voltare pagina in Israele, ponendo fine al regime di Netanyahu e alla follia dilagante nella destra estrema.
Non si tratta di salvare i palestinesi, ma di salvare Israele da se stessa. E, insieme, cancellare la complicità dell’Occidente nel genocidio. Voltare pagina, questo il tentativo, con Netanyahu come capo espiatorio delle colpe collettive di Israele e dell’Occidente.
Poi si penserà a sedare la barbarie dei coloni e a cercare di porre un argine alla follia sanguinaria di Ben-Gvir e Smotrich, che però difficilmente usciranno di scena o, se lo faranno, altri prenderanno il loro posto perché troppo forti sono diventate certe pulsioni nella società israeliana.
Le guerre in corso saranno ripensate, aprendo spazi alla diplomazia, ma una diplomazia coercitiva, che si gioverà del peso dell’Occidente per cercare di preservare in parte i guadagni conseguiti e magari tentare di rilanciare gli Accordi di Abramo.
Quanto a Gaza e alla Cisgiordania, probabilmente la spinta al genocidio e alla pulizia etnica forzata si placherà, ma è difficile immaginare un ritorno ai due Stati, più probabile un ritorno alla precedente progressione lenta dello spopolamento.
Questo il tentativo, non altro. Non è all’orizzonte una Norimberga, forse l’unico modo per far uscire Israele dall’abisso preservandone l’esistenza. Non si farà anche perché sul banco degli imputati dovrebbero trovar posto tanti potenti del mondo.
È inevitabile che tale tentativo si scontri, anche nel senso fisico del termine, con la realtà, del Medio oriente e del mondo, un mondo peraltro ben diverso da quello in cui Israele, dopo il crollo del Muro di Berlino, aveva assunto/avocato a sè il ruolo di punta di diamante dell’Occidente nell’area più cruciale della terra. Ruolo che tale tentativo intende preservare, da cui le criticità successive.
Detto questo, il tentativo va accolto con favore, ma solo perché l’interesse a salvare Israele da se stesso dovrebbe comportare l’attutimento, forse la fine temporanea, della mattanza attuale.

