8 Settembre 2026

Il paradosso venezuelano: miliardi di petrolio e milioni di poveri

Il 56% della popolazione vive in povertà e 7,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. La promessa Usa di una nuova stagione economica avrebbe dovuto produrre risultati concreti nel Paese che possiede circa un quinto delle riserve petrolifere mondiali. Invece…
di Larissa Remenyi
Il 56% della popolazione vive in povertà e 7,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. La promessa Usa di una nuova stagione economica avrebbe dovuto produrre risultati concreti nel Paese che possiede circa un quinto delle riserve petrolifere mondiali. Invece…
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Il paradosso venezuelano: miliardi di petrolio e milioni di poveri

Washington punta sul petrolio venezuelano per rafforzare le proprie forniture energetiche, mentre Caracas cerca di rilanciare un’economia che non riesce a trasformare la sua enorme ricchezza petrolifera in benessere per la popolazione.

Stabilizzazione, ripresa, transizione. Erano queste le tre parole d’ordine indicate dal Segretario di Stato Marco Rubio dopo il rapimento di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio. Otto mesi dopo, però, la prima è tutta da dimostrare, la seconda si è rivelata assai meno brillante del previsto e la terza sembra essersi persa per strada. A Caracas, nel frattempo, il petrolio continua a scorrere, solo che a guadagnarci non è il popolo venezuelano.

Circa il 56% della popolazione vive in estrema povertà e 7,9 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. La promessa statunitense di una nuova stagione economica avrebbe dovuto produrre risultati concreti nel Paese che possiede circa un quinto delle riserve petrolifere mondiali. Invece, nel primo trimestre del 2026, la crescita si è fermata al 2,5% (la più bassa degli ultimi 5 anni), nonostante la ripresa delle esportazioni di greggio.

E qui c’è una promessa che gli Stati Uniti hanno certamente mantenuto: gli USA sono e saranno fortemente coinvolti nel petrolio di Caracas. 

Secondo il Financial Times, tra gennaio e luglio l’amministrazione Trump ha incassato oltre 13 miliardi di dollari dalle vendite di greggio venezuelano. E a febbraio Bloomberg aveva riportato che il primo carico di petrolio venezuelano dopo il rapimento di Maduro era diretto in Israele, alla raffineria Bazan, nella baia di Haifa. La provenienza del greggio israeliano non viene resa pubblica e, secondo Bloomberg, le petroliere dirette al porto spesso scompaiono dai sistemi di tracciamento man mano che si avvicinano a Israele.

The US has collected about $13bn of Venezuela’s oil money. Where is it?

Un cambio di rotta che riguarda anche la politica estera. Ad agosto Delcy Rodríguez ha ristabilito i rapporti con Israele, dopo che Caracas li aveva interrotti nel 2009 in risposta all’occupazione di Gaza e alle continue violenze contro il popolo palestinese. Diciassette anni dopo, il Venezuela torna dunque a parlare con Tel Aviv, mentre il suo petrolio torna a finire nelle raffinerie israeliane. Una coincidenza, evidentemente.

https://ronpaulinstitute.org/trumps-stolen-venezuelan-crude-oil-sent-to-israel/

I soldi, però, servono al Venezuela, soprattutto dopo le devastanti scosse del 24 giugno che hanno colpito La Guaira e Caracas, uccidendo oltre 6.500 persone e provocando danni per miliardi di dollari. A fronte dell’emergenza, gli Stati Uniti hanno convogliato 300 milioni di dollari di aiuti al Paese. Una cifra che, dopo i 13 miliardi incassati dalle vendite del petrolio venezuelano nei primi sette mesi dell’anno, rende difficile non parlare di un’altra garanzia: oltre al danno, la beffa.

Ma evidentemente non era ancora abbastanza.

Il recente accordo petrolifero fra Trump e il governo ad interim di Delcy Rodríguez ne è la prova. Washington mette le mani su circa 65 miliardi di barili di petrolio estraibile (più delle riserve accertate statunitensi, pari a 46 miliardi di barili) attraverso la North American Blue Energy Partners (NABEP), società privata guidata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt, già finito al centro d’indagini internazionali per presunto riciclaggio di denaro.

L’accordo concede a NABEP i diritti di sfruttamento di 17 giacimenti e prevede 100 miliardi di dollari d’investimenti. Servono, eccome: il petrolio non esce da solo dal sottosuolo e le infrastrutture venezuelane sono obsolete. La produzione è crollata dai circa 2,5 milioni di barili al giorno di quindici anni fa a poco più di un milione. Il problema è quanto di questa nuova ricchezza resterà a Caracas. L’intesa prevede 209,3 miliardi di dollari tra royalties e tasse, ma al Venezuela resterebbero circa 19 dollari per ogni barile prodotto. E saranno gli Stati Uniti, non il Venezuela, a selezionare modello e compagnie incaricate di gestire i giacimenti.

Una nuova forma di colonizzazione, insomma. Anche perché le multinazionali sono già pronte a spartirsi la torta. Chevron ha annunciato l’intenzione di raddoppiare la produzione nei prossimi cinque anni, arrivando a 600.000 barili al giorno, oltre la metà dell’attuale produzione venezuelana, con più di 7 miliardi di dollari d’investimenti. Nel frattempo Eni ha ottenuto i diritti esclusivi per l’esplorazione del gigantesco giacimento Junin-5.

Chevron Expansion in Venezuela Extends U.S. Influence Over Oil Riches

L’ironia non è sfuggita a molti venezuelani. L’ex dirigente della compagnia petrolifera statale (PDVSA) Dario Nava ha parlato di «perdita di sovranità». Delcy Rodríguez, alla guida di un governo che un tempo si beffava orgogliosamente di Washington, oggi cede proprio quelle risorse naturali al centro dell’identità bolivariana.

Trump, naturalmente, la racconta diversamente.

Secondo il presidente USA, l’accordo ridurrà i prezzi della benzina e aumenterà le forniture di petrolio agli Stati Uniti. Un impegno che arriva mentre il costo del carburante continua a salire: il gasolio ha raggiunto i 5,78 dollari al gallone, il 53% in più rispetto all’inizio dell’aggressione all’Iran. Per Washington, dunque, attingere alle riserve di un altro Paese per aumentare le proprie forniture ha una sua logica. Resta però da capire quando il petrolio venezuelano comincerà davvero ad arrivare sul mercato statunitense: potrebbero volerci mesi e l’amministrazione Trump non ha ancora chiarito nel dettaglio come funzionerà l’approvvigionamento.

E la famosa transizione democratica? Anche quella resta sullo sfondo. Il 2 settembre Donald Trump ha detto che il Venezuela «non è ancora nelle condizioni» per andare alle elezioni. Rodríguez ha assicurato che ci sarà un processo elettorale, ma soltanto quando il Paese sarà pronto.

È difficile non notare l’ordine delle priorità. Prima il petrolio, poi la “stabilizzazione”, e infine, forse, le elezioni. Bizzarro, o forse no, che proprio il deficit di democrazia sia stato in passato al centro della propaganda americana (e oltre) contro il Venezuela. E che al governo di Caracas si rimproverasse a ogni piè sospinto di affamare la popolazione. Ora che a gestire il potere sono loro tali critiche non sono più di attualità. E la fame continua ad attanagliare la popolazione come e più di prima.

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