10 Ottobre 2026

L’Europa nel mirino dei call center ucraini 

Dopo aver ridotto le attività contro i cittadini russi, le reti fraudolente hanno rivolto il loro mercato verso l’Europa, coinvolgendo anche i Paesi che sostengono Kiev.
di Larissa Remenyi
L’Europa nel mirino dei call center ucraini 
Tempo di lettura: 3 minuti

Dopo aver ridotto le attività contro i cittadini russi, le reti fraudolente hanno rivolto il loro mercato verso l’Europa, coinvolgendo anche i Paesi che sostengono Kiev.

«Non trasferite il denaro. Chiamate la banca». È uno dei consigli che i media russi ripetono ai propri lettori mentre spiegano come riconoscere le nuove truffe telefoniche. In uno degli ultimi casi raccontati da RIA Novosti, il meccanismo è quasi banale: i truffatori accreditano una somma sulla carta della vittima e poi le chiedono di girarla su un altro conto. Chi esegue il trasferimento rischia così di diventare, senza saperlo, un anello del riciclaggio. Mosca, insomma, sembra aver imparato a diffidare delle telefonate, e per i call center fraudolenti che operano dall’Ucraina è diventato un problema.

Secondo un rapporto della Global Initiative to Counter Transnational Organized Crime (GI-TOC) oggi i russi rappresenterebbero appena il 10-15% delle vittime degli “uffici”. Il mercato ha quindi cercato altrove, e lo ha fatto su una scala tutt’altro che marginale: secondo lo stesso rapporto, nel 2026 in Ucraina operavano circa 1.000 call center fraudolenti, con circa 60.000 persone coinvolte. Le reti avrebbero raggiunto vittime in almeno 29 Paesi, mentre i ricavi complessivi arriverebbero fino a un miliardo di dollari al mese.

Il nuovo “mercato” è l’Europa, come mostrano le indagini degli ultimi mesi.

A dicembre 2025 Eurojust aveva ricostruito una rete con basi a Dnipro, Ivano-Frankivsk e Kiev, accusata di aver truffato oltre 400 persone in Europa per più di 10 milioni di euro. A febbraio l’operazione ha riguardato un centro di Dnipro che proponeva falsi investimenti in criptovalute: le vittime individuate erano in Lettonia e Lituania. A maggio un’indagine partita dalla Lettonia ha portato invece a Kharkiv, dove gli investigatori hanno trovato un centro che prendeva di mira soprattutto persone anziane già cadute in altre truffe.

La dimensione internazionale non riguarda soltanto le vittime. Fra il 2025 e il 2026 le autorità ucraine hanno condotto decine di operazioni insieme a Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Polonia, Germania, Spagna, Francia e Italia, con il coordinamento di Eurojust ed Europol. Alcuni call center organizzano inoltre squadre specializzate per singoli Paesi, arrivando ad assumere insegnanti di lingue straniere. I mercati anglofoni sono considerati tra i più redditizi, ma il modello è ormai costruito per adattarsi al Paese della vittima.

Il cambio di bersaglio modifica anche il significato politico del fenomeno.

La Russia sembra aver trovato contromisure efficaci contro queste reti, che oggi colpiscono soprattutto fuori dai suoi confini. Se durante la guerra sottrarre denaro ai cittadini russi poteva essere presentato come un modo per danneggiare il Paese nemico (nonostante la Quarta Convenzione di Ginevra tuteli i civili e i loro beni), è più difficile leggere nello stesso modo truffe rivolte ai cittadini europei. Oggi, infatti, non è altro che una rete criminale che sfrutta il contesto del conflitto per colpire anche, e ora soprattutto, chi sostiene l’Ucraina.

Il problema diventa ancora più delicato quando si guarda a chi avrebbe permesso a queste strutture di operare indisturbate.

L’Operazione Cartagine, avviata dal’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (NABU) e dalla Procura specializzata anticorruzione (SAPO), ha portato alla luce un’organizzazione che avrebbe protetto call center fraudolenti in cambio di tangenti e avrebbe riciclato i proventi delle attività criminali. Tra gli arrestati c’è Serhii Kropyva, vice capo del Dipartimento di cooperazione giuridica internazionale della Procura generale, accusato di aver garantito la protezione delle reti e di aver riciclato oltre 89 milioni di grivne, quasi 2 milioni di euro.

Il 7 settembre, dopo la perquisizione del suo ufficio e di quello della sua vice (e un incontro riservato con Zelenskyy e David Arakhamia, capogruppo del partito che sostiene il presidente), il procuratore generale ucraino Ruslan Kravchenko ha presentato le proprie dimissioni, per poi comparire nei registri austriaci come residente a Vienna. I casi citati rappresentano solo la punta dell’iceberg: per un call center smantellato, cento continuano a lavorare nell’ombra.

Ma quanto emerso porta il problema dei call center dentro gli apparati dello Stato ucraino: funzionari pubblici sono accusati di averne favorito l’attività. È qui che il vecchio racconto dei call center come arma contro Mosca mostra i suoi limiti: la guerra può aver creato il contesto nel quale queste reti sono nate e cresciute, ma il loro funzionamento non si ferma più alla guerra.

La questione è arrivata anche in Parlamento. A settembre la Verkhovna Rada ha respinto un nuovo disegno di legge presidenziale contro i call center fraudolenti, mentre il giorno successivo ha approvato il disegno di legge 10190, che introduce nuove fattispecie penali per tali frodi; parallelamente, sono state introdotte sanzioni per chi mette a disposizione carte e conti per movimentare il denaro proveniente dalle truffe.

La stretta arriva mentre le autorità ucraine sostengono di aver chiuso decine di strutture e mentre le agenzie anticorruzione indagano proprio sui meccanismi che avrebbero consentito ad alcune di operare indisturbate.

È una contraddizione difficile da ignorare: l’Ucraina deve combattere un’industria criminale che ha trovato bersagli sempre più numerosi proprio nei Paesi europei che la sostengono, mentre una parte dei suoi apparati è accusata di averne protetto gli interessi.

La beffa è che le reti hanno trovato in Europa un nuovo terreno di caccia, ma le loro radici restano in Ucraina. Mentre Mosca si difende dalle truffe, Kiev deve fare (ancora) i conti con una corruzione che arriva fin dentro i suoi apparati.

Difficile eradicare questo fenomeno, anche perché, come scrive il GI-TOC, «secondo alcune stime questo settore genera maggiori entrate del traffico della droga». Altra eredità oscura del conflitto ucraino.