14 Ottobre 2026

Netanyahu spinge per un attacco all'Iran prima delle elezioni israeliane

Bibi le sta provando tutte e in tal senso va letta anche l'offerta fatta alcuni giorni fa al principe ereditario saudita Mohamed bin Salman di entrare in guerra a fianco del suo Paese contro gli Houti dello Yemen.
di Davide Malacaria
Netanyahu spinge per un attacco all'Iran prima delle elezioni israeliane
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Non sempre le notizie si concretizzano in qualcosa di accaduto, un evento o una dichiarazione rilevante, a volte è esattamente il contrario, come dimostrano le rivelazioni odierne sulle pressioni di Netanyahu su Trump per convincerlo ad attaccare l’Iran prima del 27 ottobre, giorno previsto per le elezioni israeliane.

Secondo vari media, che riportano le confidenze di alcuni funzionari americani presenti ai colloqui, “nelle ultime due settimane” i due avrebbero parlato più volte di tale possibilità. L’ultima sollecitazione di Netanyahu è avvenuta la settimana scorsa, poco prima che Trump dichiarasse “che non avrebbe colpito l’Iran prima delle elezioni di medio termine”.

Una dichiarazione, quest’ultima, che nelle intenzioni di Trump doveva chiudere la questione, ponendo fine al pressing del premier israeliano. Pressing che Trump avrebbe rintuzzato tenendosi sul vago. Così, infatti, un funzionario americano: “Sembra che Bibi voglia rientrare in gioco. Ne ha parlato un paio di volte con il presidente, e il presidente gli ha detto: ‘Beh, sai, Bibi, vai avanti e preparati’. Ma non era un vero e proprio impegno. ‘Vai avanti e preparati’ significa forse ora, forse più tardi, forse mai”.

Trump, come abbiamo accennato più volte, non può dire no a Netanyahu, così ha scelto la modalità indiretta, cioè una dichiarazione pubblica, per tentare di porre fine alle pressioni dello scomodo alleato. Fonti evidentemente pro-Netanyahu hanno ovviamente negato la sollecitazione del premier, riferendo che sarebbe stato Trump il più propenso ad attaccare, mentre l’ufficio del premier israeliano ha parlato di normali contatti tra alleati.

En passant, va sottolineato che anche ieri Trump, interpellato dai media, ha evitato di fare un endorsement pro-Netanyahu in vista delle elezioni, ribadendo di fatto quella distanza manifestata durante l’ultima visita del premier israeliano in America, quando si è rifiutato di riceverlo e, anzi, si è incontrato col suo acerrimo nemico, il sindaco di New York Zohran Mamdani.

In blow to Netanyahu, Trump again stops short of endorsing candidate in Israeli election

Al di là del particolare, è evidente che Netanyahu sta cercando in tutti i modi di rilanciare il conflitto per annullare le elezioni. Non una nostra intuizione, ma quanto ha implicitamente comunicato il Capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir al suo omologo americano Dan Caine: “Il ritorno della guerra [all’Iran] in questo lasso di tempo potrebbe causare il rinvio delle elezioni israeliane, dato che l’Iran probabilmente reagirebbe” (in realtà, reagirebbe sicuramente e tale reazione impedirebbe il normale corso elettorale per motivi di sicurezza).

Bibi le sta provando tutte e in tal senso va letta anche l’offerta fatta alcuni giorni fa al principe ereditario saudita Mohamed bin Salman di entrare in guerra a fianco del suo Paese contro gli Houti dello Yemen.

Per fortuna l’interlocutore ha rifiutato la proposta, evitando che Tel Aviv partecipasse ufficialmente in questa guerra (nella quale, comunque, è ingaggiata in via riservata a livello di intelligence e altro). Se avesse accettato, per Netanyahu sarebbe stato gioco facile estendere il conflitto a Teheran, essendo questa alleata degli Houti, per provocarne la risposta. Trump sarebbe stato costretto a intervenire.

Mohammed bin Salman 'rejects Netanyahu's request' to join war against Yemen's Houthis

Bin Salman ha rifiutato perché accompagnarsi con lo Stato che sta consumando il genocidio dei palestinesi lo avrebbe reso odioso agli occhi dei suoi cittadini, con il rischio di un’insurrezione popolare guidata dalle tribù periferiche, in particolare del Sud, sempre più insofferenti verso le politiche del principe ereditario.

Per lo stesso motivo avrebbe perso l’appoggio degli attuali alleati, Pakistan e Turchia, molto più decisivo rispetto all’eventuale apporto israeliano. Infatti, al massimo Tel Aviv si sarebbe unita agli inutili bombardamenti sullo Yemen, mentre le forze di Ankara e Islamabad sono impegnate a difendere il territorio del Regno con i loro sistemi difensivi, che sarebbero stati prontamente ritirati lasciandolo in balia dei vettori nemici (più di quanto non siano attualmente).

Le manovre di Netanyahu per rilanciare il conflitto iraniano non sono passate inosservate in Israele, dove ieri le opposizioni, per bocca di Yair Lapid, hanno intimato al premier di non attaccare Teheran prima delle elezioni. Sorpreso con le mani nella marmellata, Bibi ha assicurato che non lo farà, ma le sue rassicurazioni non rassicurano affatto.

Israel not expected to attack Iran before elections, opposition leader says

Questa la situazione attuale, che però non offre certezze sul futuro. Tante le variabili in gioco per escludere con certezza che Bibi non riesca nell’intento. Anzitutto, la sua capacità manovriera (è un vero genio del male). In secondo luogo, la capacità di Trump di resistere alle pressioni, che aumenteranno quando l’Iran risponderà ufficialmente all’ultima proposta di pace americana, che secondo le anticipazioni sarebbe stata respinta (al solito, l’Iran apporterà modifiche che l’America sarà chiamata a valutare).

L’ultima variabile è la spinta del Regno Unito per riprendere il conflitto. Non è una novità, dal momento che nel corso dell’aggressione israelo-americana all’Iran ha supportato gli aggressori in vario modo, evitando però, al solito, un coinvolgimento diretto.

Ora sta alimentando le tensioni con Teheran usando la false flag del fantomatico attentato fallito alla base aerea di Fairford. Avevamo accennato in altre note che l’arresto dei cinque asseriti attentatori, in realtà dei maldestri ladri di carburante, avrebbe portato Londra ad accusare le Guardie della rivoluzione con tempistiche ed escalation delle accuse tanto simili ad altre del passato da apparire parte di una prassi consolidata della propaganda di guerra occidentale.

MI5 chief says Iran is targeting military sites and suspected plot at RAF Fairford is ‘not unique’

L’Iran ha respinto le accuse, ma Londra sta aumentando la retorica bellica in un crescendo di inesistenti allarmi e risolute minacce. D’altronde, percepisce la resilienza dell’Iran e la sua probabile ascesa ad attore protagonista del Medio oriente come una minaccia, dal momento che ciò erode la sua storica influenza nella regione.

Da cui le pulsioni guerrafondaie attuali, che corrono in parallelo a quelle di Netanyahu, che pure pubblicamente Londra critica. Bizzarro destino quello del Regno Unito, da faro della civiltà occidentale, tale nella narrativa idealizzata del recente passato, a promotore delle guerre infinite: dall’Ucraina all’Iran. Come bizzarro è il destino che ha reso il mite premier britannico Andy Burnham più guerrafondaio del bellicoso Trump.