15 Ottobre 2026

L'affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

Haaretz: "Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per lanciare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione"
di Davide Malacaria
L'affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra
Tempo di lettura: 4 minuti

Su Haaretz, l’ironico e intelligente articolo di Zvi Bar’el sull’affanno di Netanyahu, alla disperata ricerca di una nuova guerra che gli consenta di vincere o annullare le elezioni israeliane: “Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per lanciare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione”.

As the Election Clock Ticks Down, Netanyahu Is Running Out of Wars to Win

“Il presidente americano Donald Trump lo tiene in una morsa da Est, rimandando la ripresa della guerra con l’Iran. Anche il Libano non è più un fronte interessante, dopo che il nostro amico americano vi ha riversato la sua forza distruttiva, limitando le nostre operazioni [che però proseguono, pur se meno massive ndr.]. La Siria parla di accordi di sicurezza [con Israele] e intona canti di pace. Gaza continua a mietere vittime ogni giorno, ma la salvezza elettorale non arriverà dalla Striscia. Né ci si può fidare degli Houthi dello Yemen. Quei bastardi stanno mantenendo la promessa fatta a Trump di non attaccare obiettivi israeliani”.

“Persino i palestinesi della Cisgiordania si sono addormentati sul più bello. Invece di lanciare un’intifada, una rivolta armata contro i pogrom perpetrati ai loro danni da bande criminali di coloni appoggiate dalla maggioranza ‘normale e pacifica’ [del Paese], si lamentano sui media. Per un momento, si era quasi sperato che gli agenti della polizia palestinese potessero puntare le armi contro soldati e civili israeliani, dando al primo ministro e al ministro della Difesa la guerra che tanto desideravano. Ma anche in questo caso, ‘l’Autorità Palestinese terroristica’ si è dimostrata incapace di mantenere le promesse”.

“In sintesi, gli arabi stanno ancora una volta perdendo l’opportunità di costruire un rapporto di fiducia con il governo, dimostrando che nei momenti difficili non ci si può fidare di loro. Peggio ancora, il loro rifiuto di fornire a Israele un pretesto per aprire un nuovo fronte equivale a una palese interferenza nelle nostre elezioni, rivelando una chiara inclinazione di sinistra e un aperto sostegno a Gadi Eisenkot [il competitor di Netanyahu ndr.]”.

“Un nuovo slogan è già in circolazione sulla stampa, che intona con gioia che ‘da Riad a Ramallah, tutti sono con Eisenkot’. Non c’è bisogno di sottolineare la ‘partnership’ di Eisenkot con gli arabi israeliani quando gli Houthi, i gazawi, i siriani e i libanesi ballano tutti al ritmo delle sue canzoni”.

Anche l’Arabia Saudita è della partita, prosegue Bar’el, dal momento che il principe ereditario Mohamed bin Salman (Mbs) ha rifiutato le avances di Netanyahu, pronto a impelagarsi nel conflitto yemenita a fianco di Riad e contro gli Houti pur di ottenere la sospirata guerra.

Gli è andata male anche su questo fronte, con il principe che gli ha risposto picche: senza uno Stato palestinese, ha risposto, non gli è possibile accettare la partnership militare né aderire agli accordi di Abramo, sviluppo implicito nell’offerta di Bibi.

Tale rifiuto, secondo Bar’el, sarebbe motivato dal fatto che il principe è uomo di principi. In realtà, al principe poco importa della sorte dei palestinesi, ma molto della sua, che nel caso avesse accettato gli avrebbe riservato l’impiccagione sulla pubblica piazza da parte del suo popolo o, alternativa ancora più realistica, di essere spodestato da un golpe simile a quello che “pose fine alla monarchia irachena e uccise ogni singolo membro della famiglia regnante Husseini il 14 luglio 1958”.

Uno scenario evocato da Edward Luttwak, uno dei tanti portavoce dello Stato profondo americano, che in una nota recente ha dettagliato la crisi che attanaglia il Regno, dove l’accentramento del potere avvenuto sotto la reggenza del pargolo della Casa Saud ha creato malumori sempre più diffusi e profondi (sul malumore delle tribù saudite rimandiamo a un articolo di Piccolenote).

Il cenno di Luttwak è stato ripreso da Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute, che lo ha commentato così: “Il timore di MbS è che un pilota di F-15, al di fuori della ristretta cerchia degli stipendiati della famiglia reale, possa scegliere di attaccare uno dei palazzi principeschi del Regno (invece di colpire un obiettivo di AnsarAllah) come preludio a una vera e propria rivolta militare. Non si tratta di una minaccia fantasiosa: un saudita navigato ha ricordato di aver sentito di recente un giovane ufficiale saudita minacciare proprio questo”.

Mohammed bin Salman is more at risk internally than from AnsarAllah attacks

La ricerca affannosa di una nuova guerra da parte di Netanyahu non nasce da un’ispirazione improvvisa né serve solo a eludere la ghigliottina delle elezioni (alla quale, però, può ancora scampare dal momento che la sconfitta non è scontata). Infatti, appartiene al suo armamentario ideologico, che ha in Sparta un modello ideale al quale Israele deve aspirare, come ebbe a dire in un ispirato discorso che ebbe vasta eco nel mondo, ricordato oggi da Uri Misgav su Haaretz.

Bibi's Supporters Must Hope He Loses

Un discorso, un ideale, che ha suscitato perplessità e aspre critiche in ambito ebraico. Tanto che qualcuno ha sommessamente ricordato l’elogio di Sparta fatto da Hitler nel suo Zweites Buch (“Secondo libro”), scritto dopo il Mein Kampf. Non solo l’esaltazione dell’eugenetica, anche la legittimazione dell’oppressione dei pochi eletti sulle moltitudini (e tanto altro). Citiamo: “Il dominio di seimila Spartani su trecentocinquantamila Iloti era pensabile solo come conseguenza dell’alto valore razziale degli Spartani. Ma questo era il risultato di una sistematica preservazione della razza; per questo Sparta deve essere considerata come il primo Stato völkisch (razziale)”. Possibile che nell’entourage di Netanyahu nessuno si sia accorto della tragica, evocativa, gaffe?