Gli Houti chiedono la fine dell'occupazione saudita dello Yemen
Tempo di lettura: 4 minutiLa proposta di due settimane di tregua avanzata dall’Arabia Saudita agli Houti tramite Oman al momento non è stata presa in considerazione. Meglio, gli Houti hanno risposto elencando le loro richieste: fine dell’embargo allo Yemen, di ogni tipo di influenza dell’Arabia Saudita nel loro Paese e riparazione per i danni inflitti.
In particolare, hanno ribadito che il conflitto deve essere risolto tra le fazioni yemenite, rigettando la proposta di Riad di facilitare il dialogo con la fazione yemenita a loro subordinata. E qui sta tutto il punto della querelle: in realtà, la guerra è iniziata quando Riad si è intromessa nelle conflittualità yemenite, inviando una forza militare a sostegno di un governo che rintuzzava ostinatamente le richieste degli Houti, i quali chiedevano la fine di un regime che non teneva in alcun conto i loro interessi.
Di fatto, i sauditi hanno invaso lo stato confinante, ma, a differenza di quel che accade per la Russia, l’Occidente è stato e sta con l’invasore. Certo, nel caso specifico il governo yemenita ha chiesto aiuto a Riad per domare gli Houti, ma ciò accadde anche per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, con il governo di Kabul che aveva chiesto aiuto ai sovietici contro le milizie di al Qaeda sostenute dagli Stati Uniti. Eppure anche in quel caso l’Occidente condannò l’invasore…
Al di là della digressione, resta che gli Houti chiedono una pace definitiva e la fine dell’influenza saudita sul loro Paese. La grande domanda è se Riad sia disposta ad accogliere questa richiesta. Ad oggi si è limitata a cercare aiuto militare un po’ da tutti, in particolare da Stati Uniti, Israele, Egitto e Turchia. E tutti gli interpellati gli hanno consigliato di trovare un accordo con gli Houti (tutti tranne Israele, perché, come annota Haaretz: “Netanyahu vuole il maggior numero possibile di fronti attivi in vista delle elezioni”).
Da qui la proposta di una tregua che non soddisfa le richieste dei miliziani yemeniti, che sanno di avere in mano la partita per vari motivi. Anzitutto le forze yemenite fedeli al governo e i rinforzi sauditi si stanno sfaldando sotto la loro offensiva; inoltre, Riad non può resistere al blocco totale delle esportazioni causato dalla chiusura degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb; infine, le infrastrutture petrolifere sono alla portata dei loro missili e più Riad farà cadere bombe in Yemen più i missili bersaglieranno i suoi oleodotti (finora le rappresaglie sono state limitate).
Per gli Houti è una guerra esistenziale, l’embargo e le bombe saudite hanno causato centinaia di migliaia di morti in Yemen, e ora l’hanno resa esistenziale anche per Riad.
Per capire quanto sta avvenendo appare di grande interesse un articolo di Mitraraheb (segnalato da un lettore). L’analista spiega come la modernizzazione e l’accentramento del potere avviata dal principe ereditario Mohamed bin Salman (MBS) ha creato un forte malcontento tra i sauditi, sia a livello culturale, perché ha reciso vitali connessioni con una tradizione secolare, sia a livello economico, con la ricchezza del Paese vampirizzata dai megaprogetti del governo centrale.
Così quando MBS ha chiesto aiuto alle tribù che popolano le zone meridionali del suo Paese, queste “non solo hanno respinto le richieste del Palazzo, ma hanno favorito attivamente gli Houthi […] anziché presidiare la frontiera, le tribù non hanno svolto i loro compiti riguardanti la sicurezza, permettendo agli Houthi di muoversi liberamente attraverso i principali corridoi di confine e lasciando così il fianco meridionale di Riad completamente indifeso”.
Questa “spaccatura tribale ha creato un dilemma militare inaspettato e irrisolvibile. Da un lato, per mettere in sicurezza il confine e fermare gli Houthi [MBS] sarebbe costretto a usare l’apparato di sicurezza contro le tribù non collaborative. Ma dal momento che le forze armate, in particolare la Guardia Nazionale Saudita (SANG), sono composte da membri direttamente imparentati con quelle tribù, ordinare una repressione interna rischia di provocare una subitanea rivolta e una profonda frattura strutturale all’interno delle forze di sicurezza”.
“Esclusa l’ipotesi di un intervento militare esterno [degli Usa, ndr.] e con le forze armate interne paralizzate dalle lealtà tribali, MBS si è rivolto al suo ultimo presidio difensivo: l’establishment religioso. Ma anche in questo caso non ha trovato ausilio. Mentre i religiosi di Riad, stipendiati dallo Stato, hanno emanato decreti generici e calati dall’alto, gli imam locali e i leader religiosi provinciali di tutto il Regno hanno risposto con una silenziosa e deliberata neutralità. Rifiutandosi di pronunciare i sermoni necessari a legittimare il suo governo autocratico o a presentare la sua guerra come un sacro dovere, il clero locale ha reciso il nucleo morale del regime, lasciando MBS completamente isolato”.
Secondo Mitraraheb re Salman potrebbe essere costretto addirittura a deporre il principe ereditario per salvare la dinastia Saud e il Paese, come avvenne nel 1964. E, se ciò non accadrà, la resa dei conti si consumerà alla morte del re, con il Paese pronto a impedire a Mohamed bin Salman di ascendere al trono.
Al di là degli interna corporis dell’Arabia Saudita e delle prospettive della casa regnante, quel che interessa sottolineare è la debolezza di Mohamed bin Salman, che contribuisce a spiegare i rovesci sul fonte yemenita.
A margine, recepiamo che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato l’invio di una forza navale per difendere il traffico navale italiano in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb. Bizzarro, la via d’acqua è aperta e nessuna nave è stata toccata finora.
Peraltro, due o tre navi della Marina italiana non sarebbero in grado di svolgere tale compito in caso di complicazioni. Gli americani hanno dovuto ritirare una ben più potente flotta inviata presso le coste yemenite ad assolvere tale compito… Sarebbe più utile aggiungersi a quanti stanno consigliando ai sauditi di accedere a più miti consigli o, se impossibilitato a porsi in contrasto con l’establishment, perseverare nella tanatosi.


