23 Ottobre 2026

S'incendia la Cisgiordania. Netanyahu rafforza la sua posizione

Bibi non ha avuto la sua guerra all'Iran prima delle elezioni, negatagli per ben due volte da Trump (il 10 ottobre e lo scorso lunedì), ha però la possibilità di mostrare ancora una volta i muscoli, la posa che più gli piace.
di Davide Malacaria
S'incendia la Cisgiordania. Netanyahu rafforza la sua posizione
Tempo di lettura: 4 minuti

L’attentato nel quale sono rimasti feriti cinque soldati israeliani potrebbe dare slancio alla campagna elettorale di Netanyahu, che ha ormai dismesso il pragmatismo di un tempo indossando le vesti di Terminator, nel caso specifico dei palestinesi. Era ovvio, tanti lo avevano avvertito, che le violenze perpetrate in Cisgiordania prima o poi avrebbero innescato reazioni. E così è stato.

Bibi non ha avuto la sua guerra all’Iran prima delle elezioni, negatagli per ben due volte da Trump (il 10 ottobre e lo scorso lunedì), ha però la possibilità di mostrare ancora una volta i muscoli, la posa che più gli piace. Hebron, la città di provenienza degli attentatori, è stata chiusa e presto lo sarà tutta la Cisgiordania, mentre le forze palestinesi incitano all’insurrezione contro l’occupazione.

L’opzione dei partiti di opposizione israeliani, di un governo di minoranza sostenuto dai partiti arabi, con tutti gli arabi ora ancor più stigmatizzati come terroristi e la Cisgiordania in fiamme, diventa più impervia (fortunato Bibi…).

Con i sondaggi ancora altalenanti, i duellanti spanna a spanna, l’idea di Netanyahu di fomentare il caos per piegare le opposizioni, o parte di esse, e convincerle che l’unica opzione percorribile sia quella di un governo di larghe intese che lo veda ancora in gioco, rafforza.

Uno sviluppo che prenderebbe ancora più slancio se durante le trattative per formare il nuovo governo iniziassero a piovere su Israele i missili iraniani. Il rullare dei tamburi di guerra, che danno un nuovo attacco all’Iran calendarizzato per dopo le Midterm Usa, serve a tale scopo.

Sul punto Trump continua il suo gioco a rimpiattino, a volte confermando tale calendario, a volte svicolando, ma resta che il primo a evocare un possibile attacco dopo le Midterm è stato lui. Certo, lo ha detto per divincolarsi dalla stretta asfissiante di Netanyahu, che ha fatto di tutto perché gli regalasse questa guerra prima del voto israeliano, ma, com’è accaduto altre volte in passato, rischia di trovarsi a scontare più avanti, quando verrà il tempo, uno strappo tanto maldestro e ambiguo.

Il New York Times dedica un ponderoso articolo a questo scenario di guerra, chiarendo che le forze di attacco americane completeranno il dispiegamento nel Golfo Persico ai primi di novembre, data che coincide con il calendario suddetto (le Midterm si terranno il 3 novembre).

U.S. and Israel Draw Up Plans for Renewed Strikes on Iran After Elections

Di conforto qualche cenno della nota: “Tuttavia, ci sono motivi per essere scettici sul fatto che una nuova guerra possa avere più successo della prima fase degli intensi attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele tra febbraio e aprile. Quei combattimenti hanno fatto impennare i prezzi dell’energia e l’inflazione in tutto il mondo, hanno minato la sicurezza in Medio Oriente e hanno messo a dura prova le scorte di intercettori missilistici del Pentagono”.

“Inoltre, è tutt’altro che certo che Trump approverà nuovi attacchi. Quest’anno ha ripetutamente posto il veto a piani per la ripresa delle operazioni militari su larga scala, compreso quello di questo mese, quando l’esercito statunitense e quello israeliano erano quasi pronti ad attaccare”.

Resta che, se vince Netanyahu, difficilmente Trump potrà negargli di nuovo la sua guerra. Per questo, e tanto altro, è auspicabile che le elezioni abbiano un esito diverso. E da questo punto di vista assume grande rilevanza l’intervista a Ronald Lauder pubblicata oggi su Haaretz, nella quale il presidente del Congresso Ebraico Mondiale attacca a palle incatenate Netanyahu.

'What He Did Was Outrageous':

Inutile riportarne il contenuto, basta sottolineare il peso della sua entrata a gamba tesa contro Bibi. Più utile accennare come, tra i commenti, qualcuno abbia ricordato che nell’ottobre del 2025 Lauder si era “offerto di contribuire alla liberazione di Marwan Barghouti”, che da decenni marcisce nelle carceri israeliane e che potrebbe facilmente ricomporre attorno a sé tutte le anime politiche palestinesi.

Non siamo ingenui, sappiamo perfettamente che Lauder non è un illuminato benefattore dell’umanità e certo non è filo-palestinese; e che l’eventuale vittoria delle opposizioni non porterà la pace tra israeliani e palestinesi né a uno Stato per questi ultimi.

Possiamo però affermare con altrettanta certezza che la vittoria di Netanyahu, che sarebbe trionfo, farebbe strame dei palestinesi sopravvissuti, intensificherebbe i conflitti regionali attuali e ne scatenerebbe di nuovi (Turchia…?), con esiti disastrosi su scala globale. Tanto si doveva a quanti ritengono che queste elezioni non abbiano alcuna rilevanza.

Un’idea che spesso nasce dalla convinzione che solo la Forza possa indurre Israele a più miti consigli. Convinzione che, al di là di altre elusioni (il numero di vittime che sarebbero sacrificate per ottenere, forse, tale esito), deve necessariamente ignorare che Israele possiede circa 300 testate atomiche, che userebbe nel caso di una minaccia esistenziale.

Soprattutto se a decidere se premere o meno il fatidico pulsante sarà Netanyahu. Non ha nulla da perdere, al contrario dei suoi oppositori, e pur di non essere sconfitto è capace di tutto (vedi “Netanyahu e l’opzione Sansone“).

Le forze che si oppongono a Netanyahu, se vincono, dovranno necessariamente tentare di arginare le pulsioni distruttive israeliane, perché sono coscienti che sono intrinsecamente auto-distruttive. Per salvare Israele, cioè, dovranno darsi una calmata, scaricando su Netanyahu e i suoi compagni di merende tutte le colpe di quanto si è consumato in questi anni e limitando l’attività militare per tentare di consolidare parte delle conquiste ottenute a fil di spada.

Infine, e per tornare a Lauder, va sottolineato che è un amico di lunga data di Trump, il quale gli ha regalato i tesori della Groenlandia. Legame che chiarifica ancor più, ove ce ne fosse bisogno, il reale rapporto tra Trump e Netanyahu.