20 Ottobre 2026

Stretto di Hormuz: la variante russo-cinese

Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull'onda della telefonata tra Putin e Trump.
di Davide Malacaria
Stretto di Hormuz: la variante russo-cinese
Tempo di lettura: 4 minuti

Ieri il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è recato in Iran dove si è incontrato con il suo omologo Abbas Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian. In agenda impedire la ripresa di una guerra di larga scala da parte di Israele e Stati Uniti.

Non è la prima volta che la Russia tenta chiudere la pericolosa/disastrosa querelle iraniana, ma stavolta è diverso perché Lavrov giunge a Teheran sull’onda della telefonata tra Putin e Trump di venerdì 9 ottobre, nella quale i due presidenti hanno parlato anche del conflitto iraniano e perché la telefonata, come hanno commentato successivamente i due, è stata più che produttiva.

Secondo l’analista Mehdi Khan Alizadeh, interpellato da al Mayadeen, Lavrov si è recato in Iran per confrontarsi su “un’iniziativa russa, sviluppata in collaborazione con la Cina, nella quale si propone una gestione congiunta con l’Iran del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Iranian sources reveal details of Russia-China Hormuz proposal

Un’iniziativa importante, come si evince anche dal fatto che è la prima volta che Lavrov si reca a Teheran da quando è iniziata questa guerra. E non sembra affatto un caso che, in parallelo a questa visita, in un altro angolo del mondo, precisamente a Dushanbe, in Tagikistan – dove si teneva un summit dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai – si siano incontrati il premier cinese Li Qiang e il primo vicepresidente iraniano Mohammad-Reza Aref.

Chinese premier says to continue promoting peace, stability in Middle East

Due incontri paralleli, un combinato disposto, nei quali l’opzione russo-cinese ha preso forma (da vedere se compiuta o meno), con Lavrov a lavorare sui dettagli e Li Qiang a sottoscrivere di lontano. Dettagli che restano riservati, ovviamente: le carte si scoprono a tempo debito per evitare azioni di disturbo.

Va tenuto presente che la visita di Lavrov è avvenuta il giorno successivo allo strano endorsement di Trump nei confronti di Netanyahu. Strano perché finora Trump l’aveva evitato come la peste ed è stato talmente forte da risultare eccessivo.

Certo, ha ceduto alle pressioni, ma serviva anche ad allentare la tensione per il suo forcing su Zelensky perché faccia la pace con Putin. Attaccato da destra e da sinistra per questo, è probabile che abbia dato il contentino su Netanyahu ai neoconservatori Usa nella speranza, o nel patto, di un loro appaggio sulla questione ucraina, o quantomeno di una loro neutralità.

Un endorsement strano quello di Trump anche perché ha detto a chiare lettere che riprenderà la guerra all’Iran solo se Netanyahu verrà confermato premier di Israele, perché da solo non vuol farla. In questo modo ha detto esplicitamente che la guerra contro Teheran è cosa di Bibi. Trump si limita a fare quanto richiesto (tale la debolezza dell’imperatore).

Ma è possibile anche che la roboante minaccia all’Iran servisse a evitare di criticare successivamente la visita di Lavrov: una sorta di copertura verbosa a un lavoro diplomatico che deve correre sottotraccia. Se lo ipotizziamo è perché non sarebbe la prima volta che le intemerate di Trump servono a coprire trattative riservate (e ieri ha detto che sta negoziando con la Russia sull’Iran…).

Ma al di là dei misteri del narciso d’oltreoceano, resta l’opzione russo-cinese che, secondo al Mayadeen, segnerebbe una svolta anche nel ristretto ambito iraniano: Teheran si sarebbe convinta che la mediazione qatariota e pakistana, che finora hanno fatte da tramite tra i duellanti, non porta a nulla.

Forse vero, ma forse anche no, dal momento che oggi, subito dopo la visita di Lavrov, è sbarcato a Teheran il Capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir, l’uomo che più si è speso in questa mediazione.

Nello stesso giorno, la dichiarazione di Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar: “Per quanto riguarda i negoziati sul JCPOA [l’intesa quadro sul nucleare iraniano ndr.], sono in corso e stiamo assistendo a un impegno da entrambe le parti. Il fatto che non se ne parli è un buon segno, vuol dire che stiamo facendo bene il nostro lavoro”.

A parte l’autoesaltazione conclusiva, le sue parole e la visita di Munir segnalano che Teheran non ha rinunciato affatto alla mediazione dei due Paesi, anche perché hanno contatti più ravvicinati con la leadership araba e restano preziosi.

Si tratta di trattative parallele, che corrono a vari livelli, e che non riguardano solo il conflitto con Stati Uniti e Israele, ma anche le discrasie tra Teheran e i Paesi del Golfo, che la guerra in Yemen, che vede contrapposta l’Arabia saudita alle milizie Houti, alleate dell’Iran, hanno acuito.

Da segnalare, sempre nell’ambito della controversia iraniana, la visita a sorpresa di ieri del Segretario per la Guerra statunitense Pete Hegseth in Israele, dove si è incontrato con Netanyahu. Un confronto che potrebbe preludere alla ripresa del conflitto, come seguito alle parole bellicose di Trump, ma anche no.

Hegsteh conta nulla, magari Trump lo ha inviato là per farlo contento, dal momento che ama pianificare attacchi che molto spesso finiscono nel cestino presidenziale.

In attesa degli sviluppi, e per avere un’idea di questi piani, si segnala che negli ultimi giorni l’America avrebbe minacciato di utilizzare contro l’Iran la Gbu-43 Massive Ordnance Air Blast, Moab, nota come Madre di tutte le bombe che, secondo i media, sarebbe il più potente ordigno convenzionale (in realtà, è seconda al Padre di tutte le bombe, il Foab russo).

Ma la Moab è una bomba termobarica, di grande impatto superficiale, ma del tutto inutile per colpire in profondità, dove si nascondono gli armamenti iraniani. E può essere portata sul bersaglio solo con i C-130.

Considerando che gli Usa hanno perso due C-130 durante la fase cinetica del conflitto iraniano e che gli obiettivi che dovrebbero essere colpiti da tale ordigno, anzitutto i siti nucleari, sono nell’entroterra e ben difesi, l’idea di utilizzare la MOAB sembra del tutto bislacca, tipica di Hegseth. Una trovata pubblicitaria sciocca, per ostentare al mondo la potenza dell’Invincibile Armada statunitense, come la definì con involontaria (?) ironia lo stesso Trump.