31 Ottobre 2026

La guerra all'Iran e le Midterm Usa

I tamburi di guerra riecheggiano sempre più assordanti, annunciando come inevitabile la decisione di riprendere il conflitto. C'è tanta amara ironia in questa associazione, che palesa la tragica ipocrisia di un Paese che si erge a modello esemplare della democrazia liberale, tanto esemplare da assumere su di sé l'onere di esportarla a suon di bombe.
di Davide Malacaria
La guerra all'Iran e le Midterm Usa
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Tre giorni alle Midterm statunitensi, nelle quali si vota per rinnovare in toto la Camera e un terzo del Senato. Una scadenza che pende come una spada di Damocle sul Medio oriente e il mondo, dal momento che, dopo queste elezioni, Trump deciderà in merito al conflitto iraniano, come ha dichiarato più volte.

I tamburi di guerra riecheggiano sempre più assordanti, annunciando come inevitabile la decisione di riprendere il conflitto. C’è tanta amara ironia in questa associazione, che palesa la tragica ipocrisia di un Paese che si erge a modello esemplare della democrazia liberale, tanto esemplare da assumere su di sé l’onere di esportarla a suon di bombe.

Infatti, il partito repubblicano è in procinto di subire un tracollo forse di portata epocale a causa della decisione di attaccare l’Iran in combinato disposto con Israele. Certo, ci sono altre motivazioni dietro la prevista onda d’urto democratica, dal rigetto delle follie narcisistiche di Trump, al rifiuto dei metodi utilizzati per contrastare l’immigrazione clandestina ad altro.

Ma ciò avrebbe dato vita a un’elezione movimentata. Probabilmente i repubblicani avrebbero perso ugualmente, ma gli sarebbe stato evitato il previsto collasso, le cui cause vanno individuate, appunto, nel rifiuto di una guerra immotivata, peraltro realizzata per conto e in favore di Israele, verso il quale resta ferma la condanna del genocidio palestinese da parte di tanti cittadini americani (secondo un sondaggio del luglio 2026 riportato dal Timesofisrael, “solo 2 americani su 10 ritengono che Israele non ha commesso un genocidio”).

Poll: Third of US Jews say Israel committed genocide in Gaza, as broader support dives

Non solo il rifiuto della guerra, ma anche le conseguenze della stessa, con Trump che, per di più, ha ripetutamente affermato che non gli interessa nulla del rincaro del carburante, che sta infliggendo danni gravissimi alle famiglie e all’economia reale (al contrario, gli utili delle grandi compagnie petrolifere sono saliti alle “stelle“). Una noncuranza tanto sfacciata che pone domande sul senso di Trump per queste elezioni (vuole perdere?).

Tale rigetto, che si paleserà in maniera plastica nel voto, in una democrazia reale dovrebbe necessariamente indurre il governo, nel caso specifico il presidente, a cambiare rotta. Ma nel caso americano tale dinamica non esiste. I poteri imperiali ascritti al presidente gli consentono di fare praticamente quel che vuole in materia di guerra.

Così tutto dipende da quanto deciderà l’imperatore. Tre possibilità all’orizzonte. Trump resiste alle pressioni e usa dell’esito del voto per adire a un compromesso con Teheran – peraltro supervisionato da Vance, che se ne gioverebbe in vista delle future presidenziali (vedi The American Conservative: “Vance, l’uomo che porrà fine alla guerra”). Oppure, più semplicemente, potrebbe ritirarsi dal conflitto senza stilare nessun accordo.

J.D. Vance Is the Man to End the War

La seconda opzione prevede che, non potendo resistere alle pressioni, Trump decida per un conflitto di breve durata che gli consenta un ritiro onorevole (onore, ovviamente, che gli sarebbe attribuito solo nel ristretto ambito della propaganda). Tale opzione è quella più accreditata, anche dai falchi che premono in tal senso nell’idea di prolungare successivamente il conflitto.

Tale ipotesi, secondo Haaretz, scontenterebbe Israele. Eppure potrebbe ugualmente essere usata da Netanyahu per restare premier (l’emergenza urgerebbe un governo di unità nazionale).

Uno sviluppo siffatto, però, deve essere necessariamente concordato, ad alti livelli e sottotraccia, con Teheran, tramite mediatori interessati a limitare i danni (Paesi del Golfo, Russia e/o Cina), com’è avvenuto in passato (vedi Piccolenote). E deve essere necessariamente accolta dalla controparte che, ad oggi, non sembra affatto disposta in tal senso, anzi.

E, peraltro, presenta diverse incognite. Anzitutto gli obiettivi devono essere limitati e c’è sempre il rischio di errori che facciano saltare tutto. Inoltre, c’è il rischio ulteriore, e ancora più concreto, che Israele, che probabilmente si unirebbe alla pugna, saboti l’intesa ampliando indebitamente la portata degli attacchi.

Infine, c’è l’ipotesi che Trump si scateni in una guerra su larga scala. Teheran, conscia del pericolo, si è preparata programmando una reazione ad ampio spettro, come ha comunicato ieri annunciando il compimento della pianificazione della sua reazione a una rinnovata aggressione.

Nel frattempo, si segnala un vero e proprio forcing dei mediatori qatarioti per evitare il precipitare degli eventi. Ieri la delegazione del Qatar era a Teheran, dove ha dialogato per 12 ore con le controparti iraniane. Indiscrezioni pervenute a un media arabo segnalano che una delegazione americana dovrebbe recarsi a Doha per incontrare i funzionari iraniani.

Ciò avverrebbe in seguito al succitato incontro di Teheran, nel quale “le parti hanno concordato misure preliminari sul ​​programma nucleare iraniano, la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e gli incentivi finanziari per Teheran, con Cina e Russia pronte a fare da garanti dell’accordo”.

US delegation said to be joining direct talks with Iran in Doha after negotiation breakthrough

Va tenuto presente che pochi giorni fa Mosca ha ospitato un vertice che ha riunito i Paesi produttori di gas, facendo così convergere in Russia sia l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Di certo, nell’incontro tra loro, e tra questi e Putin, si è parlato della crisi in atto. Ed è più che probabile che in quella sede si sia rinnovata la spinta negoziale qatariota, possibilità che rende credibile il report del media arabo.

Nel frattempo, sia il presidente turco Recep Erdogan che il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman hanno contattato Trump per sollecitarlo a dare spazio e tempo alla diplomazia. Interpellato sulla possibilità che le trattative in corso diano luogo a un’intesa, il portavoce dell’esercito pakistano (altro Paese che si sta spendendo per mediare), Ahmed Sharif Chaudhry, ha espresso un “cauto ottimismo“. Non è molto, ma neanche niente. Barlumi nel buio che incombe.

Per comprendere il livello di pressioni che si stanno esercitando sul presidente americano una notizia: presso la sua residenza di Mar-a-Lago sono stati schierati sistemi missilistici antiaerei AN/TWQ-1 Avenger.