28 Ottobre 2026

La partita sul petrolio venezuelano si gioca a vantaggio di Washington

Tutto è nero su bianco, tutto dettagliato. Ma tale precisione si ferma quando si passa alle entrate promesse a Caracas. Infatti, riguardo i circa 200 miliardi di dollari che la Casa Bianca aveva assicurato al Venezuela nell’arco di 25 anni, non esiste nessun obbligo esplicito.
di Larissa Remenyi
La partita sul petrolio venezuelano si gioca a vantaggio di Washington
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Quando ha annunciato quello che ha definito l’accordo del secolo sul petrolio venezuelano, Trump ha venduto l’intesa come un affare per tutti: enormi guadagni per gli Stati Uniti e ben 200 miliardi di dollari che sarebbero finiti nelle casse venezuelane. Ma nel contratto che dovrebbe inaugurare la rinascita petrolifera del Venezuela non c’è nessuna garanzia che quei soldi arrivino davvero a Caracas. Gli interessi americani, invece, sono messi nero su bianco: dai prezzi scontati di cui godrà la compagnia petrolifera americana, al totale controllo statunitense della società preposta alla produzione petrolifera.

È quanto emerge dall’inchiesta di ProPublica sull’accordo tra la PDVSA, la compagnia petrolifera dello Stato venezuelano, e la North American Blue Energy Partners (NABEP). Il documento di 18 pagine, firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio e dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth, assegna a Washington il 35% della società madre della NABEP e assicura agli Stati Uniti il 20% del petrolio prodotto al prezzo stracciato di 30 dollari al barile. Non solo, il contratto garantisce anche un diritto di prelazione sulle forniture rimanenti per i prossimi cinquant’anni; inoltre, in caso di emergenza nazionale (statunitense, ovviamente), Washington potrà rivendicare l’intera produzione.

Il controllo non si ferma al greggio: gli Stati Uniti avranno la maggioranza nel consiglio di amministrazione della NABEP e le eventuali controversie saranno risolte secondo il diritto americano, presso i tribunali del Texas.

Tutto nero su bianco, tutto dettagliato. Ma tale precisione si ferma quando si passa alle entrate promesse a Caracas. Infatti, riguardo i circa 200 miliardi di dollari in royalties e tasse che la Casa Bianca aveva assicurato al Venezuela nell’arco di 25 anni, non esiste nessun obbligo esplicito.

I miliardi annunciati da Trump, insomma, non hanno la stessa solidità delle garanzie strappate da Washington a Caracas. Peraltro, i dubbi sul rilancio venezuelano non riguardano soltanto le condizioni dell’accordo, ma anche chi è chiamato a gestirlo.

A guidare la NABEP è Alejandro Betancourt, imprenditore venezuelano tuttora sotto indagine per sospetto riciclaggio da parte delle autorità spagnole e svizzere. Circostanze riferite da ProPublica, ma negate dalla NABEP, secondo la quale né Betancourt né Orlando Alvarado, firmatario dell’accordo per la società madre, sono stati incriminati.

Il margine di manovra di Caracas dipende anche da un quadro diplomatico che, dopo il rapimento di Maduro da parte degli Stati Uniti del 3 gennaio 2026, è cambiato rapidamente.

Fino ad allora, diversi governi latinoamericani avevano preso le distanze dal Venezuela e sostenuto l’opposizione, contribuendo a trasformare la crisi elettorale del 2024 in una questione regionale che ha fatto da sfondo politico al rapimento. Ora che Maduro è ristretto nelle carceri statunitensi e la vicepresidente Delcy Rodríguez si è piegata ai diktat di Washington, anche i governi che avevano contestato il processo elettorale venezuelano e chiesto nuove elezioni si sono affrettati a riallacciare i rapporti con Caracas, accantonando le richieste di una svolta democratica.

La ritrovata sintonia con il mondo ha aperto il Venezuela agli investimenti internazionali, ma Caracas rischia di entrare in questo gioco da socio di minoranza mentre le compagnie straniere si preparano a spartirsi la posta in palio.

Notizie recenti segnalano che Chevron ed Eni puntano a rafforzare la propria presenza nel Paese, mentre GeoPark ha messo sul tavolo un piano da 7 miliardi di dollari per aumentare la produzione del giacimento di Bare. Di per sé l’incremento degli investimenti potrebbe giovare al Paese, ma è chiaro che il Venezuela di Delcy Rodríguez ha un potere contrattuale più che limitato.

Inoltre, le asserite potenzialità dei giacimenti venezuelani e le ambizioni miliardarie si scontrano con una realtà meno scintillante. Infatti, la quantità di petrolio che il Venezuela può davvero contabilizzare come riserva accertata non è quella ostentata al mondo.

In un’inchiesta pubblicata il 22 ottobre, l’Associated Press ha raccolto le valutazioni di esperti secondo cui le riserve accertate venezuelane potrebbero essere comprese tra i 60 e i 120 miliardi di barili, molto meno dei 303 miliardi dichiarati ufficialmente. Secondo Luisa Palacios, ex presidente di CITGO Petroleum Corporation, tali riserve corrisponderebbero addirittura soltanto al 10-12% di quella cifra: appena 6,5 miliardi di barili.

La distanza tra le stime non è un dettaglio tecnico. Le compagnie quotate devono certificare ogni anno le proprie riserve secondo i criteri della Securities and Exchange Commission statunitense, particolare che complica gli investimenti nel Paese. La NABEP sfugge a questa tagliola perché non è quotata, ma resta che i 65 miliardi di barili che Trump sostiene siano garantiti dal contratto sono tutt’altro che una certezza.

L’incertezza sulle reali riserve petrolifere rende ancor più aleatoria anche la promessa riguardo i 200 miliardi di dollari destinati a Caracas. Ma, mentre la ricchezza petrolifera del Venezuela è ancora oggetto di disputa, l’accordo stabilisce già quanto oro nero sarà destinato a Washington, a quale prezzo e con quali strumenti di controllo.

Insomma, il nuovo Eldorado non è affatto tale per i venezuelani. E le promesse di una rinascita economica stridono con la realtà di un Paese ancora devastato dalla povertà e dove la crisi economica, invece di attutirsi, aumenta. Secondo il più recente monitoraggio dell’economista Steve Hanke, in un anno il bolívar ha perso il 70% del proprio valore rispetto al dollaro.

 

In precedenza la svalutazione della moneta nazionale era attribuita in toto a Maduro. Eliminato dalla scena Maduro, avrebbe dovuto magicamente riprendersi. Non è andata così.