13 Dicembre 2014

Se il calo del prezzo del petrolio fa male anche all'Occidente

Se il calo del prezzo del petrolio fa male anche all'Occidente
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«Il crollo del petrolio affossa le Borse. In Europa è un venerdì nerissimo, e i mercati bruciano 236 miliardi di capitalizzazione». Così inizia un articolo della Stampa del 13 dicembre, che dettaglia le varie perdite subite dalle Borse dell’eurozona.

 

In altra parte abbiamo scritto come l’incredibile discesa del prezzo del petrolio sia vista con giubilo, se non è addirittura favorita, da ambiti neocon Usa (e ambiti collegati) che spingono il confronto con Mosca nella speranza che questa situazione ne provochi il collasso economico (l’economia russa si basa sull’esportazione dell’oro nero). Come si può notare, la Russia non è l’unico Paese a subire conseguenze da questa decisione politica.

 

L’Europa sta vivendo una crisi economica senza precendenti nella storia recente, tanto che non sa come uscirne. I danni economici che sta subendo in questo confronto con Mosca,  tra sanzioni e crollo del prezzo del petrolio, non aiutano affatto, anzi. Ma evidentemente gli interessi atlantici valgono, per i governanti dell’Unione europea, più di quelli dei propri concittadini. Non è un bene per la tenuta democratica dei Paesi europei.

 

Val la pena segnalare un’ulteriore bizzarria: i neocon sono decisi propugnatori del liberalismo più sfrenato, tanto che la finanza selvaggia di tipo speculativo, che oggi spadroneggia nel mondo, sarebbe impensabile senza questo supporto politico-ideologico (e militare).

 

E però, come si vede nel caso del petrolio, tale liberalismo vale fino a un certo punto e solo se coincide con interessi specifici. Nel caso di specie il prezzo del petrolio più che dalle regole del mercato sembra essere dettato da ragioni militari e geopolitiche. Stranezze di una ideologia che non brilla per lucidità, come si è visto nell’ultimo decennio di lotta continua.

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