7 ottobre, tre anni dopo
Tempo di lettura: 5 minutiIl New York Times e il Washington Post, i media dell’Impero, hanno dato un basso profilo all’anniversario del 7 ottobre. Tale la follia del governo di Tel Aviv che, realizzando un genocidio, ha dilapidato l’empatia verso Israele del loro più importante e incondizionato alleato. Restano i legami politici e militari, ma i media non possono più ignorare che l’opinione pubblica americana è sempre più critica di quanto sta avvenendo (vedi Associated Press, in particolare il dato: “il 30%, degli adulti ebrei afferma che Israele ha commesso un genocidio”).
I media israeliani vicini alle forze di opposizione, al doloroso ricordo della strage intervallano interrogativi sul perché i responsabili del tragico fallimento della sicurezza, in particolare Netanyahu, siano ancora al loro posto.
E sul perché non sia stata istituita ancora una Commissione d’inchiesta che indaghi sui fatti (Editoriale di Haaretz) e magari anche sulla portata della Direttiva Annibale – che sollecita a uccidere un prigioniero purché non diventi ostaggio del nemico – applicata quel giorno (vedi Yedioth ahronoth, Haaretz e l’ammissione dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant).
Tra le tante tesimonianze sul 7 ottobre quella di Yonatan Zeigen, che su Haaretz traccia un ricordo straziante della madre, Vivien Silver, co-fondatrice di Student Zionist Alliance e attivista per la pace, uccisa nel Kibbutz Be’eri.
Zeigen lamenta che Rani Rahav, un opinionista israeliano, ha usato “il nome di mia madre, Vivian Silver, per giustificare la violenza di Israele a Gaza dal 7 ottobre a causa della quale sono stati uccisi degli ostaggi israeliani e decine di migliaia di gazawi innocenti, tra cui decine di migliaia di bambini, che continuano a essere uccisi”.
Rahav, scrive Zeigen, non stato l’unico a invocare indebitamente il nome della madre. “Tra le innumerevoli argomentazioni addotte da quelli che usano il nome di mia madre, vorrei soffermarmi su due. La prima è la voglia di giustificare. Si esprime nell’affermazione che, se Hamas ha ucciso mia madre, un’attivista per la pace, ciò significa che è un nemico irrazionale, mosso da una sete di sangue insaziabile, e che quindi non ci sono limiti alla sua oppressione. Finché non sarà distrutta come vogliono loro (e di solito l’obiettivo non è definito in modo concreto e dettagliato), non esiste limite – morale, legale o strategico – che possa fermare la loro violenza”.
“Il problema di questa linea d’azione – a parte il fatto che giustificare la violenza omicida è intrinsecamente un’arma a doppio taglio, rendendo chi la giustifica altrettanto vulnerabile alla violenza contro se stesso – è che si basa su una fantasia infantile, secondo la quale la propria identità o quanto fatto nel corso della vita rendano immuni dalle atrocità belliche”.
“Mia madre, e ogni altro attivista per la pace della zona di confine con Gaza, sapeva che razzi e proiettili sono ciechi; il loro attivismo non era finalizzato all’autodifesa durante specifici momenti di violenza, ma piuttosto a prevenire la violenza. Chiunque desideri un mondo in cui gli attivisti per la pace non vengano uccisi deve ascoltarli finché sono in vita e impegnarsi per la pace, non usarli retroattivamente come giustificazione per la guerra”.
“Se questo approccio usa mia madre come simbolo umano individuale, il secondo la usa come simbolo concettuale. L’affermazione è che quando Hamas l’ha uccisa, di fatto ha ucciso la pace stessa. Secondo questa logica, mia madre non era un individuo con una propria visione del mondo, ma piuttosto la prova che l’intero Stato di Israele nutriva in sé il desiderio di pace e tendeva persino la mano ai palestinesi”.
“O, per usare le parole di coloro che fanno queste affermazioni: ‘Noi [lo Stato di Israele] abbiamo seguito la strada di Vivian e abbiamo ottenuto un massacro’, ‘Vivian [lo Stato di Israele] ha teso la mano e questa è stata recisa’. Pertanto, nonostante gli attivisti per la pace abbiano subito per anni persecuzioni da parte delle istituzioni, brutalità poliziesche e restrizioni alla propria attività, e nonostante i governi israeliani abbiano trasformato ‘pace’ e ‘sinistra’ in parole spregevoli, il governo non si fa scrupoli a utilizzare questi attivisti e le loro idee per ripulire la propria immagine di fronte al mondo”.
“Di fatto, ciò disegna una realtà immaginaria nella quale la politica che mia madre e di altri come lei cercavano di promuovere si traduceva nella politica ufficiale israeliana. In realtà, anche i più indulgenti rispetto alla politica dello Stato devono ammettere che sono passati anni da quando un governo israeliano ha dato un qualche segno di interesse per porre fine all’occupazione e a risolvere il conflitto con i palestinesi”.
“[…] Sono trascorsi tre anni e tutti noi, israeliani e palestinesi, viviamo ancora in la psicosi della violenza […]. Non siamo disposti a permettere a un governo malintenzionato di usare cinicamente noi e la nostra visione del mondo per fini di propaganda. Vogliamo riappropriarci della scena politica e diplomatica per dimostrare che se la strada di mia madre fosse stata davvero quella del governo israeliano, il massacro del 7 ottobre non sarebbe avvenuto e tutti gli israeliani e i palestinesi uccisi inutilmente da quel giorno sarebbero ancora vivi”.
Utopia? Forse. Ma è pur vero quel che scrive di seguito: “La vita è sostenibile solo attraverso la pace. La pace è tanto realistica quanto la guerra”. Zeigen sta mettendo in pratica tale utopia attraverso un movimento che promuove la cooperazione tra ebrei e palestinesi.
L’alternativa a questa utopia, è il titolo di un altro articolo di Haaretz: “La destra israeliana vuole che il 7 ottobre duri per sempre”. Lo scrive Yoana Gonen e termina così: “La verità è che coloro che ci mettono costantemente in guardia dal tornare al 6 ottobre vogliono che restiamo bloccati per sempre al 7 ottobre: un popolo spaventato, mobilitato, assetato di vendetta e di guerra, che non pone domande e non pretende risposte. Un popolo per il quale il compromesso è un pericolo, la compassione un tradimento e per il quale solo la forza porta sicurezza”.





