Iran. Araghchi resterà a New York fino a lunedì...
Tempo di lettura: 4 minutiL’assemblea generale dell’Onu ha dato qualche frutto. In particolare le timide aperture sulla guerra contro l’Iran, con i rappresentanti di Teheran che hanno avanzato una nuova proposta che riprende il Memorandum di Islamabad, ma ne accelera i tempi: se tutto andasse secondo il piano di pace, Hormuz sarebbe riaperto in sette giorni.
Ma per poter avviare il dialogo Teheran ha chiesto che gli Stati Uniti adempiano ad alcune condizioni: la fine dell’embargo e della stretta militare sui porti iraniani, oltre alla cessazione delle ostilità su tutti i fronti mediorientali.
Condizioni alle quali gli Stati Uniti potrebbero ottemperare facilmente, anche se sul cessate il fuoco ad ampio spettro incombe la variabile impazzita Netanyahu, che Trump non può controllare.
La proposta iraniana mira ad allettare Trump permettendogli di poter brandire un successo prima delle Midterm, ma ci sono forze ostative. Non solo Netanayhu, anche nella sua amministrazione c’è chi rema contro usando come ariete lo stolido Marco Rubio.
Questi, infatti, due giorni fa, quando l’amministrazione era già stata edotta sulla proposta iraniana – che nel dialogo intercorso a New York è stata solo approfondita – ha rilasciato delle bizzarre dichiarazioni, dove la disposizione al dialogo da parte di Trump era accompagnata da un’aggiunta sibillina: un accordo richiederà “un duro lavoro nel tempo“.
Di fatto, ha implicitamente dichiarato che è impossibile raggiungere presto un’intesa, derubricando a boutade l’idea iraniana di abbreviare la tempistica. Segnale che va di pari passo a quello inviato oggi dal Senato americano, che ha bocciato l’ennesima mozione per impedire a Trump di lanciare ulteriore attacchi all’Iran (e dire che nell’attuale campagna elettorale molti repubblicani hanno iniziato a criticare l’avventura bellica… scherzi della politica).
Un voto sciagurato anche per il momento: rilanciare il tintinnar di spade mentre si sta al tavolo delle trattative ha lo scopo di incrementare la diffidenza iraniana e di aumentare le pressioni dell’ala intransigente su quella moderata, rafforzando le posizione dei primi, i quali hanno gioco a ribadire l’inutilità di negoziare con una parte del tutto inaffidabile.
Diffidenza, peraltro, già rafforzata dall’entrata in vigore dell’embargo dei voli civili iraniani dagli aeroporti internazionali, entrato in vigore ieri. Una misura barbara che, anche se non tutti i Paesi vi hanno aderito, incrementa la pressione sull’Iran e sul popolo iraniano e rende Teheran sempre più nervosa, tanto da arrivare a minacciare i Paesi della regione sul fatto che, se vi aderiranno, potrebbero risultare inutilizzabili anche i loro aeroporti.
L’idea di cercare un’intesa tramite l’esercizio della massima pressione, nata in ambito neocon e fatta propria da Trump quando deve loro obbedienza, nel caso iraniano non può funzionare.
Ciò perché la minaccia posta a Teheran dai suoi nemici è di livello esistenziale. Non si può chiedere una resa incondizionata a un interlocutore che percepisce che l’obiettivo finale della parte avversa è la cessazione della propria sovranità, tramite annientamento o totale subordinazione.
Soprattutto se ha frecce nella sua faretra: la capacità di resistenza dimostrata in anni di sanzioni alzo zero; le potenzialità militari dimostrate nell’ambito dell’ultimo conflitto; la forza di bloccare un’arteria vitale del traffico energetico internazionale come Hormuz; le potenzialità offerte dal cordone ombelicale che lega l’Iran a Russia e Cina, legame che gli Stati Uniti non possono rescindere (a meno di adire a una guerra termonucleare).
A complicare la già difficile situazione, la guerra tra Houti e sauditi, che intorbidisce le manovre distensive in atto a causa del legame tra i primi e Teheran. Non solo questa guerra prosegue, ma sembra che Riad non abbia alcuna intenzione di cercare un compromesso reale, riponendo tutta la propria speranza nella Forza.
Annunciato un vertice dei Capi di Stato Maggiore dell’Arabia Saudita, della Turchia e del Pakistan, cioè i firmatari del Patto della Mecca, l’alleanza di mutua difesa dei tre Paesi membri. Difficile che si arrivi a inviare truppe sul terreno, presumibilmente si procederà a inviare ancora più armi, istruttori e mercenari a sostegno delle forze yemenite subordinate a Riad. Un’iniziativa che non farà altro che prolungare le sofferenze del popolo yemenita.
Nonostante tutti questi fattori ostativi alla de-escalation, va sottolineato che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi rimarrà a New York fino a lunedì. Tempo prezioso per portare avanti il dialogo a distanza con gli statunitensi.
Nell’incontro tra Xi Jinping e Trump si è parlato ovviamente anche di questa guerra, né sarebbe possibile il contrario. Di quel che si sono detti si sa solo che Xi ha esortato Usa e Iran a risolvere le problematiche attraverso la diplomazia, ma nel segreto si spera, e si crede, che abbiano dialogato in maniera un po’ più approfondita.
Anche in questo caso, infatti, non sono mancate le azioni di disturbo, tra cui la rivelazione che la Cina ha fornito componenti per droni e missili all’Iran. Cosa ovvia, come accade sempre nei conflitti, con una potenza pronta ad armare il nemico della potenza antagonista (vedi alla voce Ucraina). Questa rivelazione, e tanto altro, segnalano il timore dei guerrafondai che qualcosa possa accadere, non ovviamente secondo i loro desiderata.


