Iran - Usa: a Ginevra un incontro positivo
Tempo di lettura: 4 minutiIl secondo incontro tra Iran e Stati Uniti tenutosi a Ginevra è stato fruttuoso. Lo ha rivelato Abbas Araqchi che ha rappresentato Teheran nei colloqui. Secondo quanto riferito dal ministro degli Esteri iraniano sono stati stabiliti dei principi base sui quali lavorare per raggiungere un accordo.
Il fatto che il primo a raccontare quanto avvenuto sia stato l’iraniano, con gli americani che hanno osservato un temporaneo silenzio, palesa le difficoltà in cui si deve barcamenare l’amministrazione Trump, che sta lavorando per un’intesa, ma deve guardarsi dall’ira di Israele e dei falchi statunitensi che si annidano in entrambi i partiti.
Di interesse notare che, mentre si svolgevano i negoziati, il senatore Lindsey Graham, che dei falchi è il portabandiera, era a Tel Aviv per coordinarsi con la leadership israeliana su come sabotarli.
D’altronde, le dichiarazioni rilasciate nell’occasione non lasciano spazi a dubbi: “Stati Uniti e Israele sono assolutamente concordi nel ritenere che l’Iran deve essere affrontato. Non può continuare così. Non può rimanere una minaccia nucleare o continuare a costruire enormi eccedenze di missili balistici puntati non solo contro Israele, ma contro il mondo”, aggiungendo che l’ordine di attaccare non arriverà tra mesi, ma tra settimane.
Come si nota, Graham ha parlato anche di limitare i missili balistici, richiesta che manderebbe a monte il dialogo, mentre le trattative di Ginevra sono state limitate solo alla querelle sul nucleare come chiesto da Teheran e accettato dalla controparte.
A rimarcare l’intenzione di Trump di raggiungere un’intesa anche il fatto che ha voluto partecipare alla trattativa, seppure in maniera indiretta, cioè comunicando con il team negoziale Usa. Se stesse bluffando non spenderebbe il suo tempo a supervisionare il lavoro dei suoi uomini, dei quali evidentemente non si fida completamente.
Così Trump, al di là della retorica roboante e dello sfoggio muscolare con cui sta accompagnando il dialogo. Retorica roboante alla quale ha risposto l’ayatollah Khamenei, il quale ha sottolieneato che, sebbene le portaerei siano pericolose, lo sono molto più le armi che le possono affondare (un riferimento ai siluri antinave ipersonici?).
E, pur riconoscendo che gli Stati Uniti hanno l’esercito più forte del mondo, ha dichiarato che potrebbero subire un colpo così duro da non riuscire più a rialzarsi. Una minaccia retorica che sintetizza però una criticità geopolitica reale, sulla quale hanno trovato convergenze diversi analisti.
Teheran, infatti, per bocca dell’ayatollah ha dichiarato di essere consapevole che non può sconfiggere gli Stati Uniti, ma ritiene di poter infliggere danni ingenti all’apparato bellico americano e ai suoi interessi nella regione, tali da minarne in via irreversibile la competizione di lungo termine con la Cina. Inutile aggiungere che anche Israele non ne uscirebbe indenne, anzi.
Non si tratta di enfatizzare la macchina da guerra dell’Iran, semplicemente di dar conto di una realtà che dovrebbe rendere un po’ più ragionevoli i suoi bellicosi antagonisti regionali e d’oltreoceano, sempre che sia possibile data la follia che alberga in certe élite.
Quanto alla necessità di porre fine a un regime oppressivo, colpevole della recente repressione che ha provocato oltre 3mila vittime, molte delle quali (metà?) sono ascrivibili ai cosiddetti manifestanti pacifici, va ribadito che non si è trattato di una rivolta spontanea, ma di un’operazione di regime-change in tutto simile a quelle che hanno sprofondato la Libia nell’abisso del caos senza fine e consegnato la Siria ai tagliagole di al Qaeda e dell’Isis.
Tale operazione, orchestrata da Stati Uniti, Israele e altre intelligence occidentali e arabe, poneva una minaccia esistenziale al Paese, da cui la necessità di affrontarla con determinazione (e con la brutalità del caso, purtroppo).
Ne abbiamo scritto in note pregresse, dettagliando come a far scattare la scintilla che portato in piazza i primi manifestanti – questi sì pacifici e infatti all’inizio non c’è stata repressione – è stata un’aggressione finanziaria orchestrata dagli Stati Uniti che ha azzerato da un giorno all’altro il valore della moneta nazionale.
Non una nostra speculazione, ma quanto dichiarato apertamente dal Segretario del Tesoro Scott Bessent, forgiato nella fucina Soros che ha una passione sfrenata per i regime-change.
Un’operazione studiata da tempo e a tavolino, che prevedeva oltre all’attacco economico-finanziario, la creazione di una rete di attivisti predisposta a influenzare l’opinione pubblica, in buona o cattiva fede, e a entrare in azione sia in modalità politica che come avanguardia armata.
Per questo, come ha rivelato il Wall Street Journal, erano stati fatti entrare in maniera clandestina in Iran 6mila terminali Starlink, che, collegandosi direttamente ai satelliti di Elon Musk, erano in grado di eludere la chiusura di interne che si prevedeva sarebbe stata decisa, come poi avvenuto.
Insomma, tutto predisposto, tutto approntato per eliminare un nemico facendo apparire la sua caduta come una disgregazione dall’interno e/o scatenare un’aggressione legittimata dalla necessità di aiutare il popolo iraniano (esportare la democrazia in punta di baionetta è un must di liberal e neocon).
Gli è andata male. Ora i falchi Usa e israeliani, freschi da un genocidio consumato in combinato disposto, vorrebbero “liberare” il popolo iraniano a suon di bombe. Si spera che gli sia risparmiato tale destino. Per ora Trump tiene, in futuro non si sa.
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