16 Gennaio 2024

Israele si divide: guerra infinita o tregua prolungata

L'andamento della guerra e le pressioni USA portano verso una nuova fase. L'ipotesi, fragile, di una tregua e il conflitto Netanyahu-Gallant.
Israele si divide: guerra infinita o tregua prolungata
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Nella diuturna mattanza di Gaza, 24mila ormai i morti di cui oltre 9mila bambini, con numeri in aumento per le durissime restrizioni imposte ai sopravvissuti, qualcosa si sta muovendo in Israele, anche se non è possibile trarre previsioni attendibili sul futuro della guerra.

Quel che è certo è che Israele si è allineato ai suggerimenti americani, annunciando una nuova fase della guerra. Lo ha detto il ministro della Difesa Gallant, annunciando che la fase ad alta intensità si è chiusa nel Nord di Gaza e presto si chiuderà a Khan Younis. Un annuncio accompagnato dal ritiro di parte delle forze schierate nella Striscia.Gallant: Intense fighting is over in northern Gaza, will soon end in Khan Younis tooDue le ragioni di questa nuova fase. La prima è quella di evitare che la discrepanza con gli Stati Uniti, che hanno chiesto con insistenza moderazione (per evitare ulteriori danni all’immagine), diventi insostenibile. Due giorni fa, infatti, l’indiscrezione di Axios su Biden che stava “esaurendo la pazienza” nei confronti di Netanyahu.

Israele ha bisogno che gli Stati Uniti gli coprano le spalle, sia nella guerra attuale, perché fungono da deterrente contro Hezbollah (e non solo); sia, soprattutto, nel caso di un allargamento del conflitto in Libano e Iran, conflitto che Netanyahu persegue con ossessione da decenni. Biden "running out" of patience with Bibi as Gaza war hits 100 days

L’obbiettivo di distruggere Hamas resta lontano

Il secondo motivo di questa nuova fase è militare: “Israele non si avvicina a una vittoria decisiva, e avrà difficoltà a conseguirla in futuro date le circostanze che si sono create”, annotava Hamos Arel su Haaretz.Analysis | Israel-Hamas War Nears 100 Days. Many More Days of Fighting Lie AheadUn senso di scoraggiamento per la mancanza di quella vittoria decisiva promessa dalla leadership israeliana che riecheggia anche in una nota di Namhum Barnea su Ynet: “L’entità delle perdite, delle omissioni, dei danni e la durata della guerra che ci viene promessa rendono necessario chiedersi, con molta serietà, se sia giusto che le stesse persone sotto la cui vigilanza hanno avuto luogo gli eventi del 7 ottobre continuino a ricoprire i loro incarichi”.

Lo slancio iniziale si sta logorando e le forze israeliane sono rimaste per troppo tempo esposte ai diuturni attacchi di Hamas, che hanno causato uno stillicidio quotidiano di vittime, da cui un riposizionamento che porti a operazioni più studiate che limitino le perdite. Insomma, il cambiamento di strategia non chiude le ostilità. Tanto che il premier Netanyahu continua a ripetere che il conflitto durerà un anno (cioè fino alle presidenziali USA, nelle quali spera in un trionfo dei candidati neocon (Haley o DeSantis), che lo salverebbero dai suoi nemici interni).

E, però, qualcosa si agita nell’establishment israeliano. Da tempo il gabinetto di guerra è teatro di accesi dibattiti e scontri al calor bianco sugli sviluppi della guerra a sulle sue varie connessioni.

Per accennare al clima che vi si respira, due episodi eclatanti: secondo i media palestinesi, il capo di Stato Maggiore Halevi sarebbe stato addirittura perquisito prima di una riunione; fonte di parte, certo, ma corroborata da una notizia ancora più impensabile riferita stavolta dai media israeliani, secondo i quali Netanyahu avrebbe chiesto che i funzionari di alto livello che vi partecipano siano sottoposti alla macchina della verità.

L’ipotesi, seppur fragile, di una tregua prolungata

In questo clima, si registra l’emersione dello scontro che vi ha luogo in questi giorni, che avrebbe ripercussioni sulla guerra in corso. Riportiamo dal Timesofisrael: “Secondo i notiziari televisivi di domenica sera, Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’IDF e attuale ministro e osservatore del gabinetto di guerra del partito dell’Unità Nazionale, sta spingendo per intraprendere passi di grande rilevanza per riportare a casa gli ostaggi, mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant insistono sulla necessità di proseguire la campagna militare […] perché fondamentale per ottenere il rilascio degli ostaggi”.

In sostanza, si sintetizza nel sottotitolo dell’articolo, Eisenkot sta spingendo “per un accordo [sugli ostaggi con Hamas] anche a prezzo di una prolungata sospensione della campagna dell’IDF”. Eisenkot non è solo, prosegue il giornale israeliano, infatti a sostenere la sua proposta sono il leader del partito di unità nazionale, Benny Gantz, e quello del partito Shas, Aryeh Deri”.

Come annota Timesofisrael, Eisenkot  ha perso un figlio e un nipote a Gaza, tragiche perdite che gli consentono di avanzare una proposta simile senza esser tacciato di anti-patriottismo (en passant, e per dovere di cronaca, non siamo riusciti a capire se siano caduti a causa del fuoco amico, come altri soldati israeliani a Gaza). Eisenkot, Gantz said to urge hostage deal for long halt to war; PM, Gallant opposed

Israele: Gallant vs Netanyahu

Netanyahu resiste grazie ai due partiti di estrema destra che sostengono il suo governo, guidati da Bezalel Yoel Smotrich (leader del partito sionista religioso) e dall’ancor più bellicoso Ben Gvir (leader di Otzma Yehudit), i quali stanno cavalcando l’onda del furore israeliano e della più religiosa spinta per la Grande Israele.

Lo scontro tra le due linee è ormai emerso alla luce e potrebbe aprire spiragli per un cessate il fuoco, soprattutto se forze esterne, in particolare gli Stati Uniti (e in minor misura la Ue), favorissero con decisione tale prospettiva, cosa che ancora non sembra all’orizzonte, dal momento che Washington continua a mantenere una politica più che ambigua.

Resta, però, che a 100 giorni dall’inizio della guerra, per la prima volta si inizia seriamente a parlare di un cessate il fuoco all’interno della leadership israeliana. Era accaduto anche in occasione del primo scambio di ostaggi, che aveva prodotto una settimana di tregua, ma in quel precedente nessuno, in Israele, aveva osato avanzare l’idea di un cessate il fuoco prolungato in maniera tanto decisa.

Peraltro, anche tra Netanyahu e Gallant, entrambi del Likud, si registrano screzi, in particolare sul futuro di Gaza, con il secondo più allineato ai desiderata USA rispetto al premier, il quale, se a parole ha aperto alla prospettiva di una gestione affidata ai palestinesi, tende sempre a rapportarsi con l’estrema destra, che vuole l’occupazione della Striscia.

La dialettica tra i due è legata al futuro del partito, con Gallant che vuole succedere a Netanyahu, ma anch’essa potrebbe aprire a possibilità per giungere a un qualche compromesso con Hamas. Certo, il fatto che il destino della popolazione di Gaza e della Cisgiordania sia legato a beghe interpartitiche e personali è tragico, ma ci limitiamo a registrare la realtà, per quanto tragica essa sia.

 

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