3 Agosto 2026

La giravolta di Trump: non bombardo più...

Nuova giravolta di Trump: dopo la tanto minacciata escalation, ieri ha dichiarato che, su sollecitazione dell'Iran e dei Paesi arabi, ha riposto le pistole nelle fondine "in quanto i parametri di un accordo sono stati concordati"
di Davide Malacaria
La giravolta di Trump: non bombardo più...
Tempo di lettura: 4 minuti

Nuova giravolta di Trump: dopo la tanto minacciata escalation, ieri ha dichiarato che, su sollecitazione dell’Iran e dei Paesi arabi, ha riposto le pistole nelle fondine “in quanto i parametri di un accordo sono stati concordati“, come ha scritto su Truth social (quel “parametri concordati” non sembra farina del suo sacco, lessico troppo elaborato… il fatto che si sia affidato a qualcuno più competente ha la sua importanza).

Nello specifico, come si legge nel post, si sarebbe trovata un’intesa sul transito commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz e sul nucleare iraniano. Al solito ha aggiunto che Iran e Stati Uniti stanno negoziando, attirandosi le usuali smentite iraniane. Nondimeno, gli immaginifici scenari di Trump sembrano avere un fondo di verità.

Infatti, nonostante non ci sia traccia di un dialogo tra Iran e Stati Uniti, è vero che qualcosa si sta muovendo. Anzitutto, domenica il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman ha telefonato a Trump chiedendogli di accordare spazio alla diplomazia.

Per comprendere la portata della richiesta va tenuto conto – oltre che dell’importanza della petromonarchia per la regione e per gli States in particolare – che solo quattro giorni prima Riad ha partecipato a un raid contro le milizie irachene alleate dell’Iran, sviluppo che avrebbe potuto preludere all’adesione del Regno alla jihad contro Teheran.

Inoltre, appare più che significativa l’evoluzione del dialogo tra Iran e Oman sul transito di Hormuz, un bilaterale che va avanti da mesi e che finora non ha prodotto risultati concreti.

Anzi, quando l’Iran alcuni giorni fa ha respinto l’ennesima ipotesi omanita, che prevedeva di applicare a Hormuz il modello dello Stretto di Malacca (proposta sulla quale Muscat aveva trovato ampie convergenze internazionali), gli ambiti guerrafondai e i loro corifei avevano gioito. A loro parere, era la conferma che è impossibile trovare un compromesso con l’Iran.

Invece, nonostante le distanze, il dialogo tra i due Paesi è proseguito e ha prodotto risultati, tanto che gli interessati hanno dichiarato che sono giunti alla fase conclusiva delle trattative. Va sottolineato che Muscat non parla solo con Teheran, ma con il mondo, quindi è davvero difficile credere che le proposte avanzate all’interlocutore regionale non siano passate al vaglio dei tanti Paesi interessati a riaprire al traffico internazionale quella vitale strozzatura marittima.

A quanto pare, Iran e Oman avrebbero trovato una convergenza sull’ipotesi di aprire al traffico commerciale un’unica rotta marittima temporanea attraverso lo Stretto, che sarebbe vigilata da entrambi.

In questo modo si supererebbe lo sciocco stratagemma americano che, per vanificare il controllo iraniano sullo Stretto che impone alle navi commerciali di ricercare l’autorizzazione di Teheran per attraversarlo, richiede alle imbarcazioni suddette di utilizzare una rotta parallela, prossima alle coste omanite, al riparo dai mezzi di intercettazioni iraniani.

Sciocco perché, anche se le navi che hanno aderito all’opzione americana hanno usato la rotta omanita di notte e con i transponder spenti, spesso sono state ugualmente individuate dai sistemi di rilevamento iraniani e ricacciate indietro o, peggio, colpite quando le intimazioni a farlo sono state ignorate.

Probabilmente, quando Trump sul post accenna a uno sviluppo proficuo dei negoziati con l’Iran, con il quale si sarebbero trovate intese sui parametri fondamentali per un accordo su Hormuz, si riferiva proprio ai negoziati tra Muscat e Teheran.

Non sappiamo se a margine di tali trattative se ne siano svolte altre sul dossier nucleare, l’altro punto nodale di cui ha fatto cenno Trump nel post citato. Possiamo solo ricordare che prima che tutto precipitasse lo scorso 28 ottobre, i negoziati sul nucleare iraniano (focus della precedente conflittualità Usa-Iran) erano stati mediati proprio dall’Oman, in particolare dal ministro degli Esteri Badr bin Hamad al Busaidi (che peraltro, il giorno prima del proditorio attacco Israele-Usa contro Teheran aveva dichiarato che il dialogo con l’Iran aveva prodotto risultati molto positivi e che l’accordo era “alla portata“).

Probabile che lo stop di Trump all’escalation contro Teheran sia stata imposto anche dalla scarsità di vettori atti all’intercettazione e di altre risorse belliche, erosione su cui si stanno moltiplicando gli allarmi provenienti dagli alti gradi dell’U.S. Army, ultimo dei quali quello del generale Alexus Grynkewich, a capo del Comando europeo degli Stati Uniti.

Questi ha avvertito che la flotta dispiegata contro l’Iran non è bastevole a difendere le forze statunitensi e Israele, quindi, nel caso di escalation, sarebbe costretto a decidere chi difendere.

Abbiamo riportato il suo allarme perché giocoforza coinvolge Tel Aviv in una guerra nella quale per ora non vuole essere coinvolta. Infatti, come ha affermato di recente il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, a Israele va benissimo che ad affrontare l’Iran siano solo gli Stati Uniti, con Israele preservata dalle rappresaglie.

Di interesse un’altra notizia sul fronte diplomatico: il Ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha parlato oggi con il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi invitandolo a visitare Islamabad “al più presto”.

Spiragli di ragionevolezza che potrebbero essere spazzati via domani dal volatile Trump o dagli agguerriti guerrafondai che lo incalzano. Ma val la pena registrarli con la speranza del caso, in questi tempi si vive alla giornata.

 

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