7 Marzo 2026

L'Iran cambia strategia e limita i suoi attacchi in Medio oriente

di Davide Malacaria
L’Iran cambia strategia e limita i suoi attacchi in Medio oriente
Tempo di lettura: 4 minuti

Due gli sviluppi significativi di ieri sulla guerra iraniana. Anzitutto l’annuncio di Teheran di interrompere gli attacchi verso i Paesi confinanti a meno di non dover rispondere a un attacco lanciato dal loro territorio. Sembra sfumare così la speranza di Israele di usare tali attacchi per trascinare i Paesi del Golfo nella loro guerra o, opzione secondaria e più realistica, di sottometterli tramite alleanza politica.

Ne hanno scritto in abbondanza i media israeliani, riportiamo, come esempio, un titolo del Timesofisrael: “Gli attacchi dell’Iran contro gli stati arabi aprono le porte a un nuovo approccio del Golfo verso Israele”. Sottotitolo: “Mentre Israele, a quanto pare, aiuta la difesa degli alleati degli Stati Uniti nella regione, potrebbero emergere percorsi per nuove alleanze”.

Iran’s strikes on Arab states open door to new Gulf approach toward Israel

Si stava avverando il sogno ultradecennale di Netanyahu di aggiogare la regione, sogno che nel tempo ha avuto varie declinazioni: dalla creazione di una Nato araba in funzione anti-iraniana agli Accordi di Abramo.

In realtà c’è molto di strano negli attacchi iraniani ai Paesi del Golfo. Se è vero che Teheran aveva messo nel mirino le risorse americane è davvero difficile capire perché colpire le loro risorse energetiche, come è accaduto soprattutto in Arabia Saudita e Qatar.

Se si esclude l’ipotesi di errori di traiettoria, da escludere proprio per la precisione con cui vengono portati gli attacchi iraniani, e si tiene presente che fin dal primo giorno di guerra Teheran ha dichiarato che le risorse energetiche dei Paesi del Golfo non erano obiettivi, resta il mistero.

Anche perché si tratta di risorse che per gran parte sono, o erano, destinate al più importante alleato dell’Iran, la Cina. Se si sta alla condotta di guerra dell’Iran, che si sta dimostrando intelligente (come devono ammettere anche i loro nemici) è davvero difficile comprendere come invece possa essere scivolata in questa opzione suicida.

Una pulsione suicida che fa il paio con il drone lanciato contro la Turchia e con l’attacco all’Azerbaigian. Altre due mosse inspiegabili perché rischiavano di alienargli la prossimità di Ankara, che si sta adoperando per porre fine alla guerra – anche perché è consapevole che sarà il prossimo target, come ha dichiarato enfaticamente l’ex premier israeliano Naftali Bennet – e di trascinare Baku, stretta alleata della Turchia, in una guerra a fianco di Israele e Stati Uniti.

Nessuna conferma ha trovato l’accusa di Tucker Carlson sull’arresto di agenti del Mossad in procinto di compiere attentati in Arabia Saudita e Qatar – peraltro i due Paesi hanno smentito (né potevano confermalo, altrimenti avrebbero dovuto dichiarare guerra a Israele) – né hanno avuto riscontro le accuse di Teheran riguardo attacchi false flag da parte di Tel Aviv sulle risorse energetiche dei Paesi confinanti.

Certo è che se da una parte un attacco al petrolio del Golfo non giova agli iraniani, dall’altra favorisce oggettivamente Israele. Né ipotizzare false flag appartiene al complottismo, dal momento che Tel Aviv e Stati Uniti hanno un lungo curriculum di iniziative similari. Al di là della querelle, resta che il cambiamento di strategia di Teheran segna un cambio di passo nella guerra in corso.

Tale ri-orientamento avviene dopo che Pechino si è decisa a intraprendere la prima seria iniziativa diplomatica sul conflitto: invierà nel Golfo il ministro degli Esteri Wang Y, annuncio che segue una serie di consultazioni con i leader regionali.

E di ieri le dichiarazioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian che ha rivelato come molti Paesi si stiano muovendo per tentare una mediazione, tra questi di certo i Paesi della regione, ma anche Putin, che l’aveva dichiarato pubblicamente e con cui ieri ha avuto un’interlocuzione telefonica.

Dichiarazioni che hanno innescato la reazione fuori registro di Trump, il quale ha dato un’ulteriore connotazione all’aggressione americana: se in precedenza si era parlato di una campagna di poche settimane, sempre di più col passare dei giorni, ieri ha dichiarato che non si fermerà se non con “la resa incondizionata” di Teheran.

Inutile specificare quanto sia folle una dichiarazione tanto definitiva, perché se è vero che le parole di Trump hanno un valore relativo, stante che può ritrattare il minuto successivo, è pur vero che hanno un peso. Dichiarazioni simili serrano porte già difficili da aprire.

L’altra notizia significativa di ieri è la decisione di Trump di evitare inasprire il confronto con la Russia, a dimostrazione che anche un orologio rotto nel corso delle 24 ore segna l’ora esatta. Liberal e neocon, infatti, stanno cercando di utilizzare il conflitto iraniano per stornare Trump dal suo approccio distensivo verso Mosca e tornare al pregresso approccio muscolare e a intensificare il conflitto ucraino.

Sono consapevoli che l’America non può riprendere a sostenere l’Ucraina come ai bei tempi di Biden, peraltro sarebbe arduo mentre bombarda l’Iran, ma se riescono a cambiare l’approccio di Trump, chiamato a sostenere i leader europei ancora decisi a far sanguinare Mosca – con tentennamenti negli ultimi giorni – e a rinvigorire le sanzioni, avrebbero vinto.

L’attuale sospensione dei rapporti con Mosca non ha ancora portato al ritorno di un’aperta conflittualità, da cui la pressione perché ciò avvenga. Così ieri la prima pagina del New York Times era dominata dalla notizia che Mosca sostiene l’Iran con la sua intelligence. Interpellato sul tema in conferenza stampa, Trump ha glissato.

È ovvio che Mosca sta fornendo informazioni a Teheran, come peraltro fa l’America con l’Ucraina, ma se tale ovvietà prenderà forza può diventare un grimaldello per forzare Trump e tanto cambierà, in peggio ovviamente. Glissando, Trump ha per ora evitato un ulteriore inasprimento delle tensioni globali.

 

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