2 Novembre 2026

Morire per Bibi?

Telefonata tesa tra Netanyahu e Trump ieri, come riferisce Axios contraddicendo il commento positivo espresso dal presidente statunitense, che deve pur contenere l'ira funesta del suo interlocutore. E la tensione, al solito, riguarda l'Iran, con Bibi che pretende un attacco subito dopo le Midterm e Trump che resiste, come informa anche Haaretz.
di Davide Malacaria
Morire per Bibi?
Tempo di lettura: 4 minuti

Telefonata tesa tra Netanyahu e Trump ieri, come riferisce Axios contraddicendo il commento positivo espresso dal presidente statunitense, che deve pur contenere l’ira funesta del suo interlocutore. E la tensione, al solito, riguarda l’Iran, con Bibi che pretende un attacco subito dopo le Midterm e Trump che resiste, come informa anche Haaretz.

Netanyahu and Trump Reportedly Divided on Resuming Iran Strikes After Midterms

Vittima del suo stesso ultimatum, avendo fissato per il post-Midterm il redde rationem con l’Iran, o accordo o attacco, per eludere il pressing di Netanyahu prima delle elezioni israeliane, pur resistendo, non riesce a uscire dall’angolo nel quale si è ristretto, da cui il possibile cedimento. Tante le pressioni interne e internazionali per rilanciare l’aggressione a Teheran, alle quali si è aggiunto il rinnovato interesse per il caso Epstein, tornato alla ribalta non certo a caso.

Tra le minacce ventilate, quella sulla quale ha allarmato Tucker Carlson: un attacco atomico sull’infrastruttura nucleare di Pickaxe muntain. Le vittime sarebbero limitate, dal momento che l’area non è popolata, ma l’impatto sul Paese bersaglio e sul mondo sarebbe devastante.

Altri piani d’attacco meno massivi, spiega l’ex analista della CIA Larry C. Johnson sul sito del Ron Paul Institute, avrebbero come obiettivo la conquista di due isole. Quella di Kharg, principale terminale petrolifero per le esportazioni iraniane, e quella di Qeshm, strategica perché adiacente allo Stretto di Hormuz. Una “follia”, come accenna Johnson, perché sarebbe un bagno di sangue per i fantaccini Usa, dal momento che sarebbero bersagliati dalle coste prospicenti.

Trump Can Start It But He Can’t Finish It. Now He Wants to Island-Hop

L’opposizione a tale follia, rivela sempre Johnson, sarebbe costata la poltrona al generale Brett Sylvia, membro degli Stati Maggiori Congiunti, ufficialmente allontanato per aver passato informazioni riservate ai media. Se è ovvio che tale attacco sarebbe una follia, c’è però una ragione per perseguirla: il bagno di sangue potrebbe costringere l’America a proseguire e intensificare l’intervento: notizie e immagini dei fantaccini massacrati da droni e missili iraniani urgerebbero in tal senso.

Per ora Trump sembra resistere, ma deve fare i conti anche con le pressioni provenienti dall’interno della sua amministrazione. A premere per l’attacco, i soliti noti: il Segretario di Stato Marco Rubio, il comandante del Centcom Brad Cooper, il Segretario per la guerra Pete Hegsteh e il Capo della CIA John Ratcliffe. A spingere in tal senso, aggiunge Carlson, anche i leader del partito democratico. E con la sorte, che oggi gli è stata benevola: un jet privato è precipitato come un missile a soli dieci chilometri dalla sua residenza di Mar-a-Lago. Fortunato lui per lo scampato pericolo, sventurati i nove poveretti defunti nell’occasione.

A Trump serve una sponda. E una sponda potrebbe arrivare dal Medio oriente, dove i qatarioti stanno esercitando un vero e proprio forcing per trovare un compromesso tra i duellanti. Dopo aver condotto colloqui serrati a Teheran, ieri hanno ospitato una delegazione iraniana a Doha. In attesa di una risposta ufficiale da parte dell’America, nulla si sa di quanto è stato concordato, al di là delle solite indiscrezioni sull’esito positivo della mediazione (servono a non far decadere il dialogo).

Ma, al netto dell’assenza di informazioni, si possono notare due elementi che fanno sperare. Il fatto che gli iraniani si siano recati a Doha segnala anzitutto che i negoziati di Teheran non sono stati infruttuosi. Inoltre, che c’è stata un’interlocuzione riservata con gli americani, diretta o indiretta che sia. Se tutto si fosse giocato all’interno di un dialogo ristretto tra qatarioti, in contatto con gli americani, e iraniani, non c’era bisogno che questi ultimi sbarcassero a Doha. Sarebbe bastato semplicemente prolungare le trattative di Teheran.

Altro segnale che alimenta una qualche speranza il fatto che il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei ha affermato che se gli Stati Uniti accetteranno le loro proposte lo Stretto di Hormuz riaprirebbe in 2 giorni. Qualcosa è cambiato e in positivo se alcuni giorni fa il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi fissava in 7 giorni la tempistica di una possibile riapertura.

Infine, va segnalato che circola voce che Trump voglia scaricare la colpa della guerra all’Iran su Hegseth. Già inviso all’U.S. Army per le sue epurazioni e dai democratici, che hanno messo nel mirino, potrebbe essere giubilato (condizionale d’obbligo date le incognite sul conflitto).

Trump said weighing who to scapegoat for Iran war as he clashes with Netanyahu over renewed attack

Intanto si muove la Cina: ieri l’incontro a Pechino tra il ministro degli Esteri Wang Y e funzionari iraniani, omaniti e sauditi, presente anche Ali Bagheri Kani, vicesegretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (importante perché a condurre il negoziato è tale Consiglio, di cui è Segretario Mohsen Rezai, anche se il capo negoziatore rimane Mohammad Baqer Qalibaf, presidente del parlamento iraniano). In Cina anche il sultano dell’Oman Haitham bin Tariq Al Said, che ha un peso notevole sulla querelle di Hormuz, il quale si è incontrato con Xi Jinping.

Oltre a sollecitare la via diplomatica e a chiedere che il Medio oriente sia risparmiato da una guerra per procura tra superpotenze – allarme che sembra segnalare un ingaggio meno indiretto di Cina e Russia nel caso di una nuova guerra – Pechino ha annunciato che un proprio inviato visiterà il Medio oriente verso metà novembre. Tempi di reazione cinesi, si spera che nel frattempo non sia crollato tutto.

Al netto di tutto ciò, è chiaro che, se guerra sarà, non avverrà per l’inesistente minaccia atomica iraniana, né per la libertà di navigazione di Hormuz e nemmeno per salvare l’immagine di Trump e degli Stati Uniti. L’unica causale sarà la sopravvivenza politica di Netanyahu. Le vittime dirette del conflitto e quelle causate dalle sue conseguenze, in Medio oriente e nel mondo (a motivo della penuria energetica e di fertilizzanti), saranno solo a maggior gloria del Re d’Israele… davvero il mondo vuole morire per Bibi?

 

Nota a margine, oggi telefonata tra Putin e Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran.