Riad propone una tregua agli Houti e Trump parla di pace con l'Iran
Tempo di lettura: 4 minutiMessaggi contrastanti in Medio oriente. Da una parte Trump ha dichiarato che spera che il conflitto sia vicino alla fine, affermazione che ha una valenza diversa di altre perché martedì prossimo, a margine della riunione generale dell’Onu, si incontrerà con i leader dei Paesi del Golfo per parlare della guerra contro l’Iran e “sui piani statunitensi per una strategia postbellica”, come riferisce Arab news.
Probabile che quest’ultima questione sia stato il tema dell’incontro tenuto in Germania la settimana scorsa dal Capo del Centcom, il generale Brad Cooper, e i capi di Stato Maggiore di Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e Egitto.
Infatti, da qualche tempo gli Stati Uniti stanno riflettendo su come mantenere la loro presenza in Medio oriente dopo una guerra che ha distrutto la maggior parte delle loro infrastrutture militari nella regione e dopo aver subito un vulnus difficilmente cancellabile al loro prestigio, dal momento che i Paesi arabi sono furenti per essere stati abbandonati al loro destino durante il conflitto (cosa ripetuta in Yemen, con Trump che ha rifiutato di bombardare gli Houti per conto dei sauditi).
Troppo oneroso ricostruire le infrastrutture perdute, Washington sembra intenzionata, meglio costretta, a ridurre la propria presenza in Medio oriente, come sembra attestare uno studio su questo tema elaborato dal Pentagono. Ma, allo stesso tempo, non può abbandonarlo perché troppo importante in chiave geostrategica.
Deve quindi rinsaldare i legami diplomatici con i propri clienti regionali e cercare di costringerli a prolungare nonostante tutto il patto leonino stretto con gli Usa. Sullo sfondo, l’ampliamento degli Accordi di Abramo, tornati in auge con la guerra yemenita, con Riad sollecitata a ripensare il proprio niet all’adesione in cambio degli aiuti di intelligence e logistica che sta ricevendo da Usa e Israele (il Timesofisrael oggi riferisce che Riad sta resistendo alle pressioni).
Nel riferire la notizia della riunione dei Paesi del Golfo con Trump di martedì, il sito al Akbhar conclude così: “Lo scorso anno, durante le riunioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Trump ha incontrato i leader di otto paesi arabi e musulmani e ha presentato loro una bozza del suo piano di pace per Gaza. Trump presentò pubblicamente il piano una settimana dopo, e poco dopo fu raggiunto un accordo per porre fine alla guerra”.
Certo, sempre che sia questo lo scopo, si tratterebbe, come per la fine della guerra di Gaza, di una pace imperfetta, in preda ai venti del malmostoso ambito guerrafondaio israelo-americano. Ma a differenza di Hamas, l’Iran ha mezzi dissuasivi validi, sia a livello militare che strategico (Hormuz), perché la pace, o tregua che sia, venga rispettata, almeno nella forma cinetica.
A indurre qualche speranza in tale sviluppo, anche la notizia trapelata in queste ore di una proposta dei sauditi agli Houti tramite l’Oman: una tregua di due settimane per rilanciare il dialogo e cercare un accordo sul conflitto yemenita.
Detto questo, tutto resta sospeso, sia per la fragilità e la volubilità di Trump che per le pressioni di Israele e dei neocon Usa per prolungare il conflitto. In questo senso va letta la notizia della decisione dell’amministrazione Trump di fornire a Israele 40.000 bombe di quasi una tonnellata, tra cui 20.000 bombe MK-84 e 20.000 BLU-117, oltre a 20.000 testate I-2000 Penetrator.
Nel dare la notizia, il Washington Post dettaglia: “L’esplosione di una bomba MK-84 proietta frammenti di metallo in ogni direzione per migliaia di metri, può perforare metallo e cemento spesso e sovente crea grandi crateri”. Simpatica una specifica: “Sebbene sia descritta come una vendita, la transazione è finanziata attraverso un meccanismo noto come finanziamento militare estero, in cui gli Stati Uniti forniscono il denaro che Israele utilizza per acquistare le armi”…
La “vendita” è stata temporaneamente bloccata dal più autorevole esponente del partito democratico nella Commissione Esteri della Camera, Gregory Meeks, che promette battaglia al Congresso.
Ma, come scrive l’Associated Press, dopo esser stata “notificata formalmente al Congresso, il Segretario di Stato Marco Rubio potrà aggirare il normale iter di verifica congressuale tramite una dichiarazione d’urgenza secondo la quale la transazione rappresenta un interesse urgente per la sicurezza nazionale”. Rubio (a proposito di neocon) l’ha già fatto lo scorso anno per un’altra fornitura di armi a Israele per un valore di tre miliardi di dollari, come ricorda l’AP.
E per far proseguire il conflitto le strade sono tante, tra queste le manipolazioni e le false flag, come quella di ieri su un asserito drone Houti intercettato mentre puntava sulla Mecca. Una boutade creata ad arte per far sollevare tutto il mondo islamico contro i ribelli yemeniti.
Questi hanno ovviamente smentito di aver attaccato il luogo più sacro dell’Islam, al quale peraltro fanno riferimento anche loro. Una smentita sprezzante, nella quale, tra l’altro, hanno ricordato che i regnanti sauditi nel 2017 inviarono a Epstein parti della kiswa, il drappo nero ricamato in oro che ricopre la Kaaba, l’edificio più sacro della Sacra Moschea della Mecca.




