14 Agosto 2023

Si allontana, per ora, l'intervento in Niger

Segnali distensivi per il Niger. Il ruolo dell'Algeria. La democrazia in stile ECOWAS
ECOWAS RIUNITO PER LA CRISI IN NIGER
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I paesi dell’Africa occidentale hanno rinviato per “motivi tecnici” l’incontro degli alti vertici militari, previsto per sabato 12 agosto ad Accra, che avrebbe dovuto dar seguito al mandato dell’ECOWAS di organizzare una forza di intervento dei Paesi membri allo scopo di reinsediare il presidente Mohamed Bazoum alla presidenza del Niger, deposto da un colpo di Stato.

Segnali distensivi per il Niger

L’incontro dei Capi di Stato Maggiore dei Paesi dell’ECOWAS è stato rinviato a data da destinarsi e segnala una battuta d’arresto non indifferente per quanti stanno spingendo per dar vita a una nuova e più disastrosa guerra africana.

Certo, la causale del rinvio, i “motivi tecnici”, denota che l’opzione di un intervento armato è ancora sul tavolo – altrimenti se ne sarebbe indicata un’altra -, ma la procrastinazione a data da destinarsi segnala che si è aperta una finestra di opportunità per i negoziati.

Un altro segnale di distensione giunge dal Niger, riferito da al Jazeera: il generale Abdourahamane Tchiani, che ha preso ad interim l’incarico del deposto presidente Mohamed Bazoum, si è dichiarato disponibile a un incontro con una delegazione dell’ECOWAS, in luogo e data da destinarsi, cosa finora rifiutata.

L’annuncio della nuova disposizione di Tchiani è stato dato da una delegazione di religiosi islamici di alto livello recatisi ieri a Niamey, dove si sono intrattenuti a lungo con il generale.

A guidare la delegazione, lo sceicco Abdullahi Bala Lau, che ha riferito come Tchiani abbia sottolineato i legami storici tra Niger e Nigeria, affermando che i due paesi “non sono solo vicini, ma sono fratelli e sorelle e dovrebbero risolvere i problemi in amicizia”.

Tchiani, ha aggiunto Lau, “ha affermato che il colpo di stato nasce da buone intenzioni” e che si è reso necessario “per scongiurare una minaccia imminente, che avrebbe colpito” Niger e Nigeria. Sempre Lau ha riferito anche il rammarico di Tchiani per la dura reazione dell’ECOWAS al golpe, in particolare per le “sanzioni disumane” (come le aveva definite in precedenza), nella quale si era ignorata “la loro versione dei fatti”.

Da questo punto di vista l’annuncio che Bazoum sarà processato per alto tradimento indica la determinazione del nuovo governo nigerino a illustrare al mondo le ragioni della sua deposizione (non sarà forse un processo giusto, ma d’altronde è quanto sta accadendo in America con Trump; certi rischi non conoscono confini geografici).

Il ruolo dell’Algeria

In una nota pregressa avevamo segnalato che il recente incontro tra il ministro degli Esteri algerino Ahmed Attaf e Tony Blinken aveva aperto spiragli per una soluzione non violenta della crisi nigerina. Gli sviluppi, anche se provenienti dalla Nigeria, sembrano confermare tale ipotesi.

Infatti l’Algeria resta un Paese chiave di questa vicenda. Fin dall’inizio della crisi si è opposta fermamente a un intervento armato in Niger, trovando una sponda nella Russia – la cui presenza in Africa la rende interlocutrice-antagonista obbligata -, anch’essa favorevole a una soluzione diplomatica.

E quando la tensione è iniziata a salire, il Capo di Stato Maggiore dell’Algeria si è recato in Russia, ufficialmente per incrementare la cooperazione militare con Mosca, ma di certo, e soprattutto, per coordinarsi sulla vicenda nigerina.

Così non è affatto aleatorio immaginare una mediazione di Algeri tra Russia e Stati Uniti sulla crisi africana, dal momento che si è interfacciata con ambedue le potenze.

Da considerare che, sebbene i neocon stiano spingendo per la guerra, è possibile che, valutando con attenzione le troppe variabili in gioco, a Washington possa prevalere l’idea che un intervento armato dell’ECOWAS in Niger, che i popoli africani accrediterebbero all’Occidente – potrebbe non essere nel suo interesse. E se gli Usa non sono convinti, è arduo immaginare tale intervento.

La democrazia in stile ECOWAS

Per quanto riguarda la democrazia nigerina, la cui sorte sembra assillare Stati Uniti e Francia tanto da ipotizzare una guerra per procura tramite ECOWAS per restaurarla, abbiamo scritto in passato, spiegando come il regime deposto dai golpisti (come peraltro i precedenti, con cui condivideva l’asservimento all’Occidente) avesse ben poco di democratico.

Concetto ribadito in maniera dettagliata in una nota appassionata di NigerDiaspora, della quale riportiamo un passaggio che illustra come anche nei Paesi dell’ECOWAS l’idea di democrazia è declinata in maniera alquanto singolare.

Così su NigerDiaspora: “La famiglia Bongo, con il figlio succeduto al padre, è a capo del Gabon dal 1967, come la famiglia Eyadema in Togo; Paul Biya è presidente del Camerun dal 1982 – 42 anni -, Denis Sassou Nguesso ha governato il Congo Brazzaville con pugno di ferro per 39 anni…”

Insomma, qualcosa che ha più a che vedere con le satrapie che non con la democrazia. Elemento essenziale per la sopravvivenza di tali satrapie è la consegna agli interessi d’Occidente.

Per quanto riguarda il Senegal, il Paese dell’ECOWAS più ansioso di ripristinare la democrazia a Niamey, rimandiamo a un articolo del Washington Post nel quale si registrava la feroce ondata di repressione messa in atto dal governo (era luglio, quando ancora la crisi di Niamey non era scoppiata e certe cose si potevano scrivere).

Questo il titolo del Washington Post: “Il recente autoritarismo in Senegal potrebbe minare decenni di democrazia”. E questo il sottotitolo: “La repressione del presidente contro l’opposizione minaccia le fondamenta della democrazia senegalese”.