Voto in Israele. Tante le variabili e le incognite
Tempo di lettura: 4 minutiLe elezioni israeliane vedono un’affluenza record, come d’altronde più che prevedibile. Per avere un responso bisognerà aspettare: gli exit pool potranno dare indicazioni, ma in un’elezione che potrebbe giocarsi su un seggio o due sui 120 in palio alla Knesset, l’incertezza durerà tempo. Ad allungare i tempi saranno soprattutto due fattori.
Il fatto che alcuni partiti, sembra tre, oscillano sul limite della soglia di sbarramento del 3.25%, da cui una lotta all’ultimo sangue per validare o annullare più schede possibili dei partiti amici o rivali. Il secondo, è il fatto che la legge elettorale prevede che, se esistono accordi previ tra partiti (surplus-vote agreement), alcuni voti di un partito potrebbero trasmigrare a un altro.
È il caso in cui un partito abbia un’eccedenza di voti rispetto a quelli utilizzati per far eleggere i propri esponenti. Tale eccedenza verrebbe indirizzata a un partito collegato nella speranza che, sommati ad altri di questo partito non sufficienti per far eleggere un ulteriore proprio esponente, riescano nell’impresa di farlo eleggere. Tale norma, però, non può essere applicata se il partito beneficiario non supera la soglia di sbarramento.
Così, per avere un quadro della composizione della Knesset occorrerà aspettare probabilmente fino allo scrutinio definitivo dell’ultimo seggio per sapere se alcuni partiti abbiano superato o meno la soglia di sbarramento e il riconteggio conclusivo per sapere se il surplus-vote agreement abbia mutato il quadro complessivo.
Trovata la quadra della knesset inizia l’iter per la formazione del governo, con il presidente che consulta i rappresentanti dei partiti presenti alla knesset per chiedere chi debba essere incaricato a formare un governo, dopo di che decide a chi affidare l’incarico di provare a formarlo.
Non è detto che il partito che ha preso più voti esprima il premier o addirittura che partecipi al governo. Il passato presenta esempi di partiti usciti vincitori dalle urne relegati poi all’opposizione.
La grande incognita in questo caso sono i partiti arabi, che potrebbero esprimere, come sembra che possa avvenire, un numero di eletti tale che impedisca ai partiti ebraici delle due coalizioni di ottenere la maggioranza di 61 parlamentari. E sarebbero decisivi nel sostenere, anche dall’esterno tramite astensione, un governo di minoranza guidato dalle opposizioni, come hanno dichiarato.
Per questo Netanyahu sta forzando la mano sugli arabi, mentre le Ong denunciano ritardi e molestie che rendono ardua la loro espressione di voto e sta inviando troupe televisive per trovare prove di eventuali frodi, così da tentare di annullare le elezioni.
Se non riuscirà, la battaglia si sposterà sulla formazione del governo. Se la sua coalizione non otterrà la maggioranza, ha due strade: provare a forzare la nascita di un governo di unità nazionale che lo veda ancora in sella o provare a impedire la nascita di un governo alternativo così da riportare il Paese alle urne, che devono essere fissate entro 5 mesi dallo scioglimento della knesset, periodo durante il quale rimarrebbe premier (con tutto quel che consegue).
Ad oggi, oltre alle manovre di disturbo sull’elettorato arabo, Netanyahu si sta concentrando sull’opzione unità nazionale. In questo senso, è interessante il Washington Post, secondo il quale l’amministrazione Trump starebbe lavorando proprio a tale opzione.
Una bufala, tanto che, nel descrivere la manovra d’oltreoceano, lo stesso WP deve comunque riferire le perplessità di parte dei funzionari dell’amministrazione. In realtà, a lavorare in tale direzione potrebbe essere il Segretario di Stato Marco Rubio e qualche altro neocon, ma non Trump e altri importanti esponenti della sua amministrazione, come annota Axios.
Se Trump avesse voluto davvero una vittoria di Netanyahu, non avrebbe bloccato, e per ben tre volte, la guerra contro l’Iran che questi voleva innescare, l’ultima delle quali domenica scorsa, quando a fermarlo last minute è stato il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir che, dopo aver contestato duramente l’ordine di attaccare Teheran e non potendo però rifiutarlo formalmente, gli ha chiesto di mettere nero su bianco che si assumeva tutte le responsabilità dell’iniziativa, cosa che Bibi ha evitato di fare. Uno stop al quale avrebbe preso parte anche Trump, riferisce Yossi Verder su Haaretz, il quale gli avrebbe intimato di smetterla.
Da notare che Chanel 12, nel riferire la notizia del diverbio con Zamir, precisava che il servizio era stato trasmesso “nel rispetto dei limiti imposti dalla censura militare israeliana“, il che vuol dire che l’IDF ha voluto rivelare l’accaduto. Una guerra contro l’Iran avrebbe comportato l’annullamento delle elezioni, da cui le accuse di tradimento all’indirizzo del premier da parte delle opposizioni.
Pericolo scampato, resta però che Netanyahu non si rassegnerà e potrebbe tentare di scatenare questa guerra nel corso delle consultazioni per la formazione del nuovo governo, magari dopo le Midterm americane, tempistica indicata da Trump per decidere se attaccare o meno l’Iran.
Lo riferisce sempre Yossi Verder, che commenta: “Che vantaggio otterrebbe da una guerra a novembre? Forse posticiperebbe l’apertura della prossima Knesset, attualmente prevista per il 10 novembre; forse è un tentativo (destinato al fallimento) di formare un finto governo di unità nazionale; forse è un’arma propagandistica contro la formazione di un governo di minoranza con l’appoggio dei partiti arabi. I suoi sostenitori protesterebbero contro tale opzione: ‘Noi combattiamo gli arabi e voi formate un governo con loro? Questo è tradimento!’. I leader dei partiti di opposizione devono prepararsi a questo scenario, che è più che probabile”. Per questo, Verder spiega che le opposizioni devono mettere da parte le discrasie emerse durante la campagna elettorale e presentarsi all’apertura della knesset con un governo già pronto. Vedremo.


