2 Ottobre 2020

La trappola mortale di Jonathan Galindo

La trappola mortale di Jonathan Galindo
Tempo di lettura: 3 minuti

Il tragico suicidio di un bimbo di Napoli, in realtà un omicidio, sta suscitando orrore. il bambino si è gettato dal balcone di casa dopo esser stato coinvolto, via social, in un gioco perverso da qualcuno che aveva come nickname Jonathan Galindo (un personaggio che nasce da una fantasia holliwoodiana, un Pippo umanizzato) .

Prima di gettarsi nel vuoto, però, il fanciullo ha scritto un messaggio ai genitori, inequivocabile: “Mamma, papà vi amo ma devo seguire l’uomo col cappuccio”.

Non solo il messaggio del piccolo, anche le testimonianze dei genitori dei suoi compagni di classe, i quali hanno riferito che anche i loro figli sono stati contattati da questo sconosciuto, o suo affiliati, per partecipare un gioco perverso (Il Messaggero – Dagospia).

Allarme aveva suscitato al tempo Blue Whale, un gioco proposto da sconosciuti via web nel quale ignari bambini sarebbero stati indotti a compiere prove sempre più autolesioniste, fino al suicidio. Gioco che fu associato, a torto o ragione, alla morte di alcuni pargoli.

Tanti cronisti, veri e improvvisati, si interrogarono sull’esistenza di tale gioco, concludendo molti di essi che si trattava di una bufala, con conseguente irrisione di quanti avevano dato l’allarme.

Ciò che colpiva in tali dinieghi era che fossero orientati a smontare quanto affermato da altri, esercizio certo più che legittimo, evitando però di ricercare se, al di là degli errori messi in evidenza, tali allarmi avessero un qualche fondamento di verità. In fondo anche le favole hanno tale sostrato.

Il tutto fu derubricato a una “bufala nata in Russia” e cassato come banale isteria. Probabile che ciò sarebbe accaduto anche per la tragedia di Napoli se non ci fosse stato il messaggio del piccolo che impedisce di indirizzare l’attenzione e le indagini su possibili fragilità contingenti del bimbo (et similia).

Quanto avvenuto dimostra ancora una volta che il web può essere utilizzato a fini terribili. Tale circostanza dovrebbe suscitare l’allarme del caso, molto più di altro.

Si pensi ad esempio il piombo, reale e virtuale, versato per allarmare sulle Fake news e per chiedere interventi correttivi dei e sui social: altrettanto piombo, anzi di più, dovrebbe essere versato per tale causa, certo più allarmante. Non accadrà.

In un articolo alquanto dettagliato di Today dedicato alla nascita e all’evoluzione della figura virtuale di Jonathan Galindo (al quale rimandiamo), si riporta, tra le tante, la testimonianza di una mamma di Ancona riferita nel luglio scorso dal Resto del Carlino.

La mamma spiegava l’esistenza di tanti account sui social intestati a tale personaggio di fantasia.

Uno di tali account, spiega la mamma, avrebbe contattato la figlia, proponendole un gioco nel quale avrebbe dovuto sostenere alcune prove. “Mia figlia – ricorda la mamma – mi ha raccontato che tra le prove c’è quella di incidere con una lama sulla pelle dell’addome le lettere iniziali del proprio nome ma anche il numero del diavolo 666”.

Abbiamo fatto una banale ricerca su Facebook e risultano diversi account a nome di Jonathan Galindo, con inequivocabile foto al seguito, alcuni dei quali contrassegnati dal 666.

Account vecchi? Persone normali? C’è un’inchiesta della polizia in corso, starà a loro accertare, anche se il web offre scappatoie infinite, tanti i coni d’ombra che è arduo illuminare.

Una perplessità su altre. La denuncia di Ancona è del luglio scorso (e forse ce ne sono delle precedenti),  ma il nickname Jonathan Galindo, con le varianti del caso, era ancora attivo quanto ha attirato nella sua trappola mortale il bimbo di Napoli.

Evidentemente certi allarmi riguardanti il web, come già accadde per il blue Wahle, sono sottovalutati, se non ignorati, un po’ da tutti, media, gestori dei social e autorità. Non resta che una povera, precaria, vigilanza.

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