28 Settembre 2017

Kurdistan: Erdogan vs Occidente

Kurdistan: Erdogan vs Occidente
Tempo di lettura: 3 minuti

Peshmerga curdi

«I nuovi Lawrences [dell’Arabia] non avranno successo questa volta, voglio che lo sappiate». Così Recep Erdogan in occasione di una cerimonia svoltasi nel palazzo presidenziale. Lo riporta Baris Gundogan sull’agenzia di stampa turca Anadolu, in una nota dedicata al referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno che si è svolto in questi giorni, con esito del tutto scontato (la vittoria dei “sì” al nuovo Stato è certa).

Il presidente turco, spiega Gundogan , si riferiva «alla spia britannica T. S. Lawrence che aveva guidato la rivolta araba contro l’impero ottomano della prima guerra mondiale». Aggiungendo che la «Turchia non permetterà che nuovi “Lawrences d’Arabia” distruggano la regione.

La presa di posizione di Erdogan è più che significativa. Se finora si era limitato a tuonare contro i curdi e il loro attivismo, che reputa ovviamente indebito, con questa dichiarazione ha alzato il tiro.

Non solo i curdi, la Turchia, questo il messaggio rivolto da Erdogan alla comunità internazionale, sa che dietro l’iniziativa dei curdi ci sono burattinai occidentali che intendono usare il nuovo Stato contro la Turchia (e altri Paesi della regione).

Ankara da tempo è impegnata in un contrasto diretto contro tale popolazione, non solo oltre confine, cioè contro le milizie curde presenti in Siria e Iraq, ma anche all’interno, contro la minoranza curda che abita il Paese.

Proprio la presenza di tale minoranza interna preoccupa Erdogan, che vede il nascente (anche se oggi ancora eventuale) Stato curdo ai confini turchi come una minaccia all’integrità territoriale del suo Paese.

La creazione del nuovo Stato, paventa il presidente, alimenterebbe infatti il sogno di un grande Kurdistan, non più confinato al solo Kurdistan iracheno, ma allargato alle regioni abitate dai curdi in Siria e, soprattutto, in Turchia.

Una minaccia che Ankara è pronta a fronteggiare con tutti i mezzi. E contro tutti, Occidente compreso, come evidenzia il monito presidenziale.

In note precedenti avevamo registrato l’allontanamento della Turchia dall’Occidente. Il discorso del presidente turco segna un’ulteriore tappa di questo processo geopolitico.

Va tenuto in debito conto il fatto che i curdi sono alleati degli Stati Uniti nella cosiddetta lotta contro il terrorismo che Washington sta conducendo in Siria e Iraq. Un eventuale conflitto tra Kurdistan e Turchia potrebbe vedere il coinvolgimento più o meno diretto di Washington. A quanto pare, Erdogan è disposto anche a sostenere tale confronto.

Allo scopo sta consolidando i legami con Iran e Iraq, altri Paesi della regione che si sentono minacciati dal revanscismo curdo e da quanti lo sostengono più o meno sottotraccia.

Proprio mentre sembra intravedersi la fine del mattatoio mediorientale, quello innescato dall’attivismo delle milizie jihadiste in Iraq e Siria, le pur legittime aspirazioni curde e la molto meno legittima strumentalizzazione di tale aspirazione da parte di ambiti occidentali possono aprirne un altro. Più pericoloso del precedente.

Tra i tanti rischi, quello insito nella strumentalizzazione di cui è oggetto il progetto politico curdo. Agli ambiti internazionali che lo stanno favorendo non interessa affatto la causa curda, quanto creare nocumento ai Paesi confinanti: Iraq, Iran e Turchia (e Siria, ovviamente).

I primi due (tre con la Siria) perché asse portante della mezzaluna sciita tanto temuta da neocon e sauditi; la seconda perché ormai considerata più che inaffidabile, avendo Erdogan messo in discussione il credo della Nato.

Pur di ottenere il loro scopo, tali ambiti potrebbero tranquillamente mandare al macello i curdi. Cosa più che possibile se Iran, Iraq e soprattutto la Turchia (la cui determinazione è irrevocabile) decidessero di intervenire militarmente.

Privi di sostanziali appoggi esterni, che i fautori internazionali dello Stato curdo potrebbero far mancare per evitare i relativi costi, i curdi sarebbero destinati al massacro.

Un orrendo crimine che marchierebbe in maniera indelebile i Paesi che l’avranno commesso, relegati per sempre alla categoria di “Stati canaglia”, un marchio che vuol dire isolamento internazionale e tanto altro (vedi alla voce Saddam Hussein e Muammar Gheddafi).

Così, senza far nulla, gli ambiti internazionali determinati a contrastare la mezzaluna sciita e l’imprevedibilità turca avrebbero ottenuto il loro scopo.

Anche senza dar concretezza allo Stato curdo, consegnato più che mai all’utopia. Un sogno infranto sul quale piangeranno lacrime irridenti, stante che anche la brutale coercizione di quel sogno verrebbe usata come un maglio contro gli Stati canaglia che l’avranno impedita.

Ma questo è solo uno dei tanti possibili sviluppi di questa crisi, ce ne sono altri e più globali. Proprio per questo tale criticità andrebbe gestita con una determinazione oggi assente. Finora, infatti, la questione del nuovo Stato curdo è rimasta confinata a querelle regionale.

Alle autorità del Kurdistan iracheno sono giunti incoraggiamenti e moniti, tra cui quello dell’Onu che ha denunciato la portata destabilizzante del loro progetto. Ovviamente non sono serviti a nulla.

Occorrerebbe un’iniziativa diplomatica più alta e di più ampio respiro. Il rischio di un nuovo incendio globale necessita una risposta globale.

Postille
5 Ottobre 2018
Richiesta per l'Africa
Postille
2 Agosto 2018
Accordo Hamas - Israele?