16 Aprile 2018

Raid Siria: Trump, "falco riluttante"

Raid Siria: Trump, "falco riluttante"
Tempo di lettura: 3 minuti

“One shot”: un colpo solo. Così il ministro della Difesa degli Stati Uniti James Mattis ha chiuso la vicenda dei raid siriani.

Anche se sia lui che l’ambasciatrice all’Onu Nikki Haley, quest’ultima con toni adatti a un film di gangster (tale il personaggio), hanno chiarito che si potrebbero ripetere in caso di nuovi incidenti o asseriti tali.

Raid inutili

Ma il primo a chiudere la partita è stato Trump, con un tweet nel quale ha scritto: “Missione compiuta”, espressione che gli ha attirato critiche invero poco interessanti.

Quel che interessa è che i raid sono stati più che limitati: nessuna vittima. Tanto che diversi analisti hanno parlato di show e di attacco concordato tra russi e americani.

Quanti premevano per una svolta nella crisi siriana, un ingaggio vero e proprio dell’Occidente accanto alle milizie jihadiste ed esplicitamente terroriste (al Nusra, ovvero al Qaeda) contro Assad sono rimasti fortemente delusi.

Di fatto, il raid non ha cambiato nulla. L’unica vera svolta potrebbe venire dal cambio di casacca di Erdogan, il cui plauso al raid Occidentale è stato visto come una presa di distanza da Mosca.

C’è chi spera nel ritorno del figliol prodigo, al quale pure si sta lavorando con la visita odierna del segretario della Nato Jens Stoltenberg in Turchia.

Eppure Erdogan ha solo esplicitato la linea anti-Assad tenuta finora. E ad oggi sembra ancora improbabile voglia mettersi in rotta di collisione con Mosca. Semmai conta di lucrare dagli uni e dagli altri.

Insomma, da un certo punto di vista, come scrivono tanti, il raid ha solo sancito che Assad non si può più cacciare. E gli Stati Uniti non possono né vogliono rischiare una guerra diretta contro Mosca. Almeno finché Mattis e Trump (e altri) hanno margini di manovra.

Interessante in tal senso il titolo, e il contenuto, di un editoriale del Washington Post di oggi: “Trump, il falco riluttante, sulla Russia ha combattuto contro i suoi consiglieri migliori e ha perso”.

Il presidente, spiega l’articolo, ha tentato di portare avanti una politica di distensione verso Putin, nonostante le “pressioni” dei suoi consiglieri. Ma”con il passare dei mesi, le opzioni del presidente per migliorare i rapporti […] si sono ristrette”.

Trump non va alla guerra contro Putin

E però se l’opzione raid sulla Siria poteva chiudere del tutto tale possibilità, la sua irrilevanza pratica la rilancia, seppur sottotraccia.

Certo, non c’è all’orizzonte una stretta di mano Putin-Trump. Ma era impensabile che, nel commentare il raid, il presidente ribadisse la sua volontà di ritirare le forze americane dalla Siria, aggiungendo: “Non possiamo ripulire il mondo dal male né intervenire ovunque vi sia una tirannia. Il destino del Medio Oriente è nelle mani dei suoi popoli”.

Dichiarazioni che hanno mandato in fibrillazione quanti speravano che “l’operazione raid” segnasse il ritorno in grande stile dell’Occidente nella regione, al fine di scacciarne i russi e chiudere la partita con Assad e Iran.

Un’attivismo volto, anche, a sancire il ritorno del Gendarme globale a trazione neocon.

Tanto che Macron ha dichiarato di aver convinto il presidente Usa a fare marcia indietro. Dichiarazione improvvida, subito smentita dal portavoce di Trump.

Non sarà facile al presidente Usa dar seguito alle sue parole, ma la guerra tra falchi e realisti (colombe?) segna un punto a favore di questi ultimi.

La prossima partita, a meno di imprevisti, si giocherà a maggio, quando verrà presumibilmente revocato il trattato sul nucleare iraniano.

Ma a ciascun giorno basta la sua pena. Quella di oggi è per i neocon e i loro sodali. Domani si vedrà.

 

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