29 Febbraio 2016

Elezioni in Iran, vince la "speranza"

Elezioni in Iran, vince la "speranza"
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In Iran ha vinto la «speranza». Questo il nome della lista dei riformisti guidata dal presidente Hassan Rhouani che si è affermata nelle elezioni di domenica. I riformisti hanno fatto il cappotto a Teheran, con 30 seggi su 30, mentre nel resto del Paese la situazione sembra più equilibrata, anche se la pattuglia di indipendenti eletti in queste zone rafforza l’affermazione dei moderati.

 

Insomma, vince la «speranza», soprattutto se si tiene conto che il potente Consiglio degli Esperti, che tra i suoi  compiti ha quello di scegliere la guida suprema, vede la schiacciante affermazione dei riformisti.

Un voto storico, che premia la politica di Rhouani, in particolare la nuova apertura all’Occidente che ha avuto il suo apice nell’accordo sul nucleare.

 

Un cambiamento che quindi avrà riflessi globali profondi, stante che sdogana ancora di più uno Stato che ha tanta influenza nel mondo arabo e in Medio Oriente.

Una nuova stagione per l’Iran che, al di là dei proclami, suscita in tanti ambiti più di una diffidenza. Infatti l’uscita di Teheran dal lungo isolamento internazionale rischia di travolgere il complesso e articolato meccanismo che in questi decenni ha governato i destini del Medio Oriente.

 

Pilastro di tale meccanismo l’alleanza delle monarchie sunnite, guidate dall’Arabia Saudita, con l’Occidente. Un’alleanza fondata non solo sulla gestione del petrolio e della sua commercializzazione globale, ma anche sulla complessa gestione delle diverse milizie sunnite, sia dal punto di vista finanziario che logistico. Masse critiche che sono state usate dall’Occidente in diversi conflitti (dalla guerra afghana contro l’Urss a quella del Kosovo, fino ai conflitti in Libia e Siria). Come anche nelle complesse e alterne vicissitudini della primavera araba.

 

Corollario di questa santa alleanza la nascita del terrorismo internazionale (causa di destabilizzazione globale) forse considerato un danno collaterale più o meno inevitabile, forse altro e più oscuro.

Un Iran sdoganato appare ai fautori di tale santa alleanza un pericolo: sia perché sul piano militare e sociale rafforza gli sciiti che in questo periodo stanno subendo l’assertività dei sunniti legati a Ryad, come sta avvenendo in Iraq, Siria e Yemen; sia perché introduce una nuova variabile nel quadro della gestione del petrolio mondiale, essendo l’Iran stesso un produttore (e non di poco conto).

 

Non solo: la nuova libertà di manovra di Teheran consegna al mondo arabo nuove variabili politiche e transpolitiche, sia all’interno dei singoli Stati, in particolare dove abitano minoranze sciite (vedi ad esempio la guerra in Yemen), sia in un ambito più largo. Un esempio su tutti per la sua portata simbolica: dopo l’ultima strage avvenuta alla Mecca, nella quale hanno perso la vita una moltitudine di pellegrini, le autorità iraniane si sono dette pronte a ridefinire gli accordi che consegnano ai Saud la gestione dei Luoghi santi dell’islam.

 

E ancora: l’Iran affrancato dall’isolamento non costituisce solo un nuovo partner commerciale per l’Occidente, e in particolare per l’Europa (aspetto non secondario dell’intricato nodo), ma anche un nuovo interlocutore di Mosca in Medio oriente, con riflessi importanti nel quadro della sua influenza globale. Altro fattore di pericolo per quanti hanno lucrato in questi decenni sullo squilibrato equilibrio imposto al mondo arabo dalla santa alleanza in questione.

 

Né va trascurato il fattore Israele. Per molti esponenti politici di Tel Aviv Teheran rappresenta una minaccia esistenziale. Al di là della veridicità di tale narrazione, certo più fondata sotto la reggenza di Ahmadinejad, la nuova stagione iraniana per Israele rappresenta una sfida, o almeno come tale è percepita da quanti hanno avversato l’appeasement tra Teheran a l’amministrazione Obama sul nucleare.

 

Insomma, la svolta iraniana presenta tante incognite, ma certo ha una valenza storica che non può essere minimizzata, come invece hanno fatto diversi analisti del caso. Al di là di singole inadeguatezze, tale bizzarra minimizzazione sembra avere una spiegazione più recondita: la convinzione, o speranza, che tale stagione sia di breve durata. Una breve parentesi prossima alla chiusura.

 

Può essere un presagio in tal senso il fatto che proprio nel giorno della storica votazione iraniana, la vittoria nel South Carolina rilancia la corsa di Hillary Clinton verso la Casa Bianca.

L’ex Capo del Dipartimento di Stato Usa a suo tempo si è detta favorevole all’accordo sul nucleare iraniano. Ma le incertezze che aleggiano intorno al suo endorsement sono tante. Proprio su queste incertezze sembrano puntare quanti sperano di far saltare quell’accordo. E, con questo, il nuovo corso di Teheran.

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