Netanyahu in difficoltà. E Trump tenta di svicolare dal suo abbraccio
Tempo di lettura: 4 minutiLo scoop di Haaretz sull’avvertimento puntuale e autorevole da parte del presidente degli Emirati arabi ricevuto da Netanyahu prima del 7 ottobre ha colpito nel segno. Netanyahu ha annunciato querele contro il giornale, una risposta tiepida rispetto ad altre del passato, segno di difficoltà. D’altronde ieri tutti i media israeliani non consegnati alla sua causa e i politici dell’opposizione hanno brandito lo scoop come un maglio.
In particolare, Naftali Bennet, ex primo ministro non un quisling qualunque, ha dichiarato di “sapere per certo che il rapporto [di Haaretz] è vero”, aggiungendo: “Non voglio parlare dei miei rapporti con nessuno. Vi sto dicendo che so per certo che questo fatto è vero”. Altri leader politici, sempre dell’opposizione, hanno brandito la rivelazione per criticare per l’ennesima volta il premier per aver ostacolato in ogni modo l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, segno che ha qualcosa, o tanto, da nascondere.
Diversi analisti hanno fatto notare che lo scoop di Haaretz non ha fatto altro che confermare quanto emerso in precedenza, cioè i tanti avvertimenti ricevuti dal premier, dall’intelligence e dalla Difesa israeliana e ignorati, derubricando lo scoop al “già noto”. Non è così, sia per la portata della rivelazione che per le personalità chiamate in causa che potrebbero corroborarla, sia, infine, per il ruolo da protagonista assoluto di Netanyahu in tale omissione.
Inoltre, c’è il sotteso: mentre le altre rivelazioni avevano lo scopo di tentare di placarne l’attivismo guerrafondaio, questa, giunta a poco più di un mese dalle elezioni, ha lo scopo più alto di scalzarlo dallo scranno al quale è aggrappato da decenni.
Da notare come i media arabi della cosiddetta resistenza abbiano dato la notizia – impossibile non farlo – ma senza la dovuta enfasi. Ciò deriva da un problema profondo nell’ambito ideologico e narrativo di tale ambito: avendo esaltato Sinwar per aver inferto un colpo ferale all’oppressore, accettare che tale iniziativa sia stata favorita da un’omissione, o peggio, del nemico, ne sminuirebbe non poco l’immagine eroica.
Peraltro, tale eroismo è stato fissato, diventando iconico, in forza della narrazione sulla sua cattura, che lo ha visto affrontare da solo – le due guardie del corpo l’avevano abbandonato (sic) – il nemico in campo aperto, come un normale miliziano. E al video che lo immortala mentre, ferito, tenta di abbattere con un bastone un drone prima di essere ucciso. Narrazione e video di stretta fattura israeliana.
Al di là della digressione, l’altra rivelazione che sta affaticando il premier israeliano riguarda la tempistica della sua reazione all’assalto di Hamas. Avvertito alle 6.29 di quanto stava avvenendo, avrebbe fatto trascorrere tre ore prima di dare inizio ai lavori del gabinetto di emergenza.
Tre ore di silenzio assoluto, durante le quali non avrebbe contattato neanche il capo dell’IDF e dell’intelligence interna, lo Shin Bet, che nell’occasione aveva un compito cruciale. Tale ritardo, rivelato dal canale televisivo Channel 12, risulterebbe dai verbali della seduta e da fonti giudicate “credibili”.
Così il Timesofisrael: “Secondo i verbali resi pubblici questa settimana dal suo ufficio, Netanyahu non ha tenuto la prima valutazione della situazione al quartier generale militare prima delle 9:55. Solo allora, sempre secondo il suo ufficio, il primo ministro ha ordinato la mobilitazione totale delle Forze di Difesa Israeliane”.
Un uno-due micidiale per Netanyahu, che fatica a cavalcare la tempesta. Lui che ha sempre puntato sulle tempeste, spesso create allo scopo, per poter mostrare al suo popolo di essere l’unico in grado di cavalcarle.
Ciò arriva nel momento in cui la Gran Bretagna si è fatta promotrice di una levata di scudi contro Israele per la pulizia etnica della Cisgiordania, che ha portato 11 Paesi (non Italia e Germania, ovviamente) a introdurre sanzioni sul commercio dei prodotti provenienti dagli insediamenti illegali.
La decisione, tardiva e aggirabile e di tempistica del tutto sbagliata (avendo in parte oscurato lo scoop di Haaretz), ma pur sempre benvenuta, ha suscitato le ire di Tel Aviv, ma ha avuto il placet di Washington. Una vera e propria doccia fredda per Netanyahu, che non può brandire sotto elezioni il suo rapporto privilegiato con l’America e Trump, com’era solito fare.
D’altronde, le sibilline dichiarazioni di Trump di alcuni giorni fa avrebbero dovuto far capire che il presidente americano sta tentando di liberarsi dal giogo in cui lo costringe l’alleato mediorientale.
Interpellato su chi sostenesse alle elezioni israeliane, ha risposto di volerne stare fuori, aggiungendo però: “Credo che sosterrò qualcuno“. Non nominare esplicitamente il suo “amico” Netanyahu palesa che sta appoggiando qualcun altro, probabilmente l’avversario Gadi Eisenkot, l’unico ad avere le carte per diventare premier. Un sostegno che, chiaramente, non può esplicitare per non inimicarsi ancor di più il pericoloso “amico”.
Ma è un distacco che da tempo si consuma sotto l’apparente sodalizio forzato tra i due, basti ricordare come tempo fa abbia dichiarato che Netanyahu era un presidente per un “tempo di guerra“, fissando una scadenza al suo mandato, che forse (forse) sta per arrivare.
Si spera che una guerra contro l’Iran non giunga a togliere le castagne dal fuoco al barcollante premier, che ha spesso puntato sui conflitti esterni per domare alleati molesti e oppositori. Per questo la rinnovata escalation della guerra iraniana, innescata dalla guerra alle petroliere di Teheran da parte degli States, deve essere sedata. Potrebbe produrre danni inimmaginabili, al confronto dei quali le conflittualità attuali risulterebbero quisquilie.
Inutile aggiungere che dovrebbe essere placata anche la furia che sta devastando Gaza, Cisgiordania e Libano, incrementata a causa della prossimità delle elezioni. Non avverrà, proprio per la scadenza elettorale, che spinge Netanyahu a sfoggiare ancor di più i muscoli. Tale il triste destino dei Paesi che confinano con Israele e delle loro popolazioni.



