Netanyahu e l'opzione Sansone
Tempo di lettura: 3 minutiNel pieno della campagna elettorale Benjamin Netanyahu ha fatto visita a una yeshiva (scuola religiosa ebraica, ndr) di Sderot, nel sud di Israele. Davanti a lui una folla di giovani intonava: “Ricordati di me, per favore, dammi la forza solo questa volta, o Dio, di vendicarmi, se non altro per uno dei miei due occhi, sulla Palestina”.
È una canzone che riprende i versi dell’ultima preghiera di Sansone. Privato della sua titanica forza, accecato e fatto prigioniero dai Filistei, Sansone chiede a Dio di restituirgli il perduto vigore per vendicarsi. Viene esaudito e, afferrando le colonne del Tempio di Dagon, lo fa crollare uccidendo sé stesso insieme ai suoi nemici.
Nella versione cantata a Sderot c’è una differenza: la parola “Palestina” ha sostituito l’originale “Filistei”. Benjamin Netanyahu ascolta il canto, sorride e annuisce condiscendente. Il coro bellicoso prosegue poi con un’aggiunta inedita: “Che il loro nome sia cancellato!”. Il riferimento è chiaramente ai palestinesi.
C’è stato un tempo in cui essere presenti a un evento del genere, nel bel mezzo di una simile chiamata alla violenza, avrebbe significato attraversare una linea rossa. “Ma nel 2026 – scrive Joshua Leifer su Haaretz – e durante questa campagna elettorale, non esiste più alcuna linea rossa”. Dopo il genocidio a Gaza, tutto sembra essere concesso.
La canzone, titolata “Zochreini Na” (“Ricordami, per favore”), non è semplicemente un incitamento all’odio e alla violenza. Ma è l’inno per antonomasia del movimento kahanista, fondato dal rabbino Meir Kahane, considerato a lungo un movimento terrorista anche in Israele.
Tempo addietro questo canto era popolare soprattutto tra i coloni più estremisti della Cisgiordania occupata. Chi non l’aveva mai sentita in Israele l’ha conosciuta nel famigerato “matrimonio dell’odio”, dove i partecipanti bruciavano o accoltellavano le foto di Ali Dawabshe, il bambino palestinese di diciotto mesi bruciato vivo dai coloni nel 2015 nel villaggio di Duma, in Cisgiordania.
Un tempo, dunque, assistere compiaciuto a un simile inno poteva apparire scioccante, da estremisti. Lo stesso Netanyahu, in passato manteneva le distanze dai rigurgiti più radicali della destra. Ma “ormai li ha abbracciati da tempo”, annota Haaretz. “Non solo ha governato per quattro anni con Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich come ministri, ma i sostenitori del Likud e i membri dei partiti di estrema destra sono diventati ideologicamente indistinguibili e, in pratica, intercambiabili”.
Il linguaggio messianico votato all’odio e alla vendetta di Kahane è ormai mainstream. “Se la destra politica di Israele ha subito un processo di kahanizzazione, parti del mondo religioso hanno attraversato un processo parallelo di radicalizzazione e ora i termini teologici sono usati per giustificare crimini di guerra, uccisioni di massa e pulizia etnica”.
La presenza di Netanyahu davanti a una folla che cantava “Zochreini Na” nella yeshiva di Sderot fotografa, simbolicamente, questi due processi paralleli. “Kahane non ha lasciato quasi nessuna infrastruttura né istituzioni capaci di portarne avanti formalmente l’eredità. Ma, a quanto pare, non ne aveva bisogno. Le sue idee hanno continuato a circolare nelle yeshiva di tutto il Paese, fino a penetrare nel mondo religioso e sionista più ampio, spesso senza che chi le faceva proprie fosse consapevole della loro origine”.
Ma il richiamo di “Zochreini Na” alla storia biblica è distorto. Il racconto biblico è tutt’altro dall’incitamento all’odio e alla distruzione totale ( è significativo in tal senso che, nonostante i filistei fossero nemici di Israele, Sansone avesse amato donne filistee, e probabilmente anche l’ultima, Dalila, che poi lo tradì, lo era).
Peraltro, il popolo di cui Sansone è l’eroe per antonomasia è dominato dai filistei: oppresso e non oppressore. Così la sua immolazione appartiene alla lotta per la libertà del suo popolo. Mentre, come recita Haaretz, nel canto kahanista si incita semplicemente alla violenza di massa, una violenza che si spinge fino a contemplare “un atto di autodistruzione”.
Va tenuto ben presente che Netanyahu non fa nulla a caso, consapevole com’è che tutto ciò che dice o fa è analizzato nei minimi dettagli, in patria e all’estero. Inoltre, che l’opzione Sansone è parte della dottrina militare israeliana. Tale opzione prevede che a una minaccia esistenziale si risponda con tutte le forze, anche nucleari. Ed è ormai sotto gli occhi di tutti il fatto che Israele usi asserite minacce esistenziali per giustificare le proprie iniziative belliche.
Così è ovvio che partecipando al raduno di Sderot Netanyahu abbia voluto lanciare un messaggio, al suo Paese e al mondo. Un messaggio chiaro: non accetterà la sconfitta alle elezioni del 27 ottobre. Se perderà è pronto a scatenare la violenza di piazza e a rilanciare la guerra regionale.
Uno scenario che, al netto di qualche variante, è descritto da un articolo di Rogel Alpher su Haaretz che si conclude così: “La guerra contro i nemici esterni oscurerà, o quantomeno posticiperà, la battaglia interna sui risultati elettorali. Gli ottimisti e quanti volutamente chiudono gli occhi di fronte alla realtà, che credono che Netanyahu si ritirerà docilmente in prigione dopo le elezioni, scopriranno che la guerra contro di lui è iniziata solo il 27 ottobre”. Scenario non certo, ma drammaticamente possibile.
