Israele attende la conta dei voti, il mondo la guerra contro l'Iran
Tempo di lettura: 4 minutiEra ovvio che Netanyahu avrebbe riservato sorprese, la prima delle quali è arrivata: lo Shin Bet, guidata dal suo fedelissimo David Zini (vedi the7eye.org sulla “politicizzazione” dell’Intelligence interna), sta indagando su asserite ingerenze straniere nelle elezioni.
Uno sviluppo prevedibile, tanto che ieri il New York Times, dopo aver riferito che gli osservatori elettorali non avevano registrato problematiche, aggiungeva: “Tuttavia, alcuni esperti sostengono che i funzionari governativi sembra che stiano gettando le basi per minare la fiducia nel processo elettorale, in modo da poter poi contestare un risultato sfavorevole definendolo fraudolento”.
Intorbidire le acque per destabilizzare, confondere gli avversari, farli giocare secondo le regole del proprio gioco, che spesso è un gioco di prestigio, tecniche che Re Bibi maneggia con perizia. Non per nulla è al potere da decenni; un potere che da Tel Aviv s’irraggia sul mondo intero grazie alla sua pervasiva influenza sulla politica estera imperiale.
Avendo vinto le elezioni – vinte perché, pur avendo perso, non ha subito una disfatta nonostante l’avversione di tanto potere globale – sta cercando di concretizzare tale vittoria. Può giocare su due opzioni: far fallire ogni opzione alternativa al suo governo così da rimanere in sella fino allo svolgimento di nuove elezioni, oppure formare un governo con uno o più partiti di opposizione guidato da lui o, come nel governo che lo vide associato a Benny Gantz, che preveda la rotazione dei premier (con Gantz si assicurò i primi due anni, facendo cadere il governo al momento di passare la mano all’ingenuo ex generale…).
La coalizione delle opposizioni è in ambasce: il leader delle opposizioni, Gadi Eisenkot, di fatto è aperto a guidare un governo di minoranza con il sostegno (tramite astensione) dei partiti arabi, un’apertura che dovrebbe estendersi anche al partito Insieme guidato da Naftali Bennet e Yair Lapid, mentre Yair Golan, leader dei Democratici, ha esplicitamente invocato un governo con essi.
Ma sommando gli eletti di questi partiti a quelli arabi non si arriva alla maggioranza della Knesset (61 seggi): ad oggi, infatti, tale governo di minoranza avrebbe solo 60 sostenitori (a vario titolo) e, peraltro, lo scrutinio del voto per corrispondenza potrebbe inficiare anche questa parità, dal momento che la maggior parte di queste schede sono appannaggio dei militari che non votano certo i partiti arabi.
Decisivo resta così Israel Beitenu di Avigdor Liberman con i suoi 7 seggi, che potrebbero essere incrementati dal voto postale (ma al massimo di un seggio). Questi, incastrato su due niet irrevocabili, a Netanyahu e a un governo sostenuto dagli arabi, si è trincerato nel suo quartier generale rifiutando di rispondere al telefono anche ai leader della sua coalizione.
Lo riferisce Jerusalem Post in un articolo che si conclude così: “Secondo quanto riportato da N12, fonti vicine a Liberman affermano che quest’ultimo avrebbe ‘scelto di attendere’ perché un’escalation della sicurezza nel Paese potrebbe aprire maggiori opportunità per un riallineamento politico”.
Già, una nuova aggressione all’Iran renderebbe imprescindibile un governo di unità nazionale, che salverebbe Netanyahu. Da qui la relatività degli spiragli che si registrano sul fronte delle trattative tra Iran e Stati Uniti, tra cui quella che ha visto il Qatar consegnare al Segretario del Consiglio per la Sicurezza nazionale di Teheran, Mohsen Rezaei, una lettera del vicepresidente J. D. Vance, sollecitata, seconfo il Wall Street Journal, dallo stesso presidente.
Rezaei in questi ultimi giorni è emerso come una figura portante del potere iraniano. È stato lui, infatti, a dialogare con le delegazioni di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia – Paesi firmatari del Patto della Mecca – convenuti a Teheran per tentare vie di de-escalation al conflitto iraniano e a quello che oppone Houti e Arabia Saudita in Yemen.
Ad oggi queste trattative scorrono sottotraccia, così che è impossibile prevederne gli sviluppi, anche per le tante informazioni fuorvianti messe in circolazione per sabotarle da media, politici e funzionari consegnati alla guerra infinita e, in parallelo, dai fautori della de-escalation per confondere i sabotatori.
Una scintilla in tanto caos proviene dalle dichiarazioni del ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif in merito al succitato incontro di Teheran: “La situazione avrebbe potuto peggiorare per quanto riguarda la questione yemenita […] si sono svolti dei colloqui e, per quanto riguarda l’Arabia Saudita e lo Yemen, nei prossimi giorni o forse nelle prossime settimane si potrebbe raggiungere la pace”.
Di certo interesse anche l’inusuale elogio del Memorandum di Islamabad da parte del Segretario di Hezbollah Naim Qassem: “L’accordo iraniano-americano ha dimostrato la sua efficacia fin dal momento della pubblicazione del memorandum d’intesa, contribuendo a ridurre il livello di aggressione contro il Libano”.
Dello stesso tenore il messaggio dell’ayatollah Khamenei, il quale ha dato mandato al presidente e al governo di porre fine alla situazione “né guerra né pace“. Di fatto un incoraggiamento alla fazione che sta perseguendo la via della diplomazia nonostante gli ostacoli posti dall’ala intransigente, legittimamente scettica su tale via, e dalle altalenanti follie della malmostosa amministrazione Usa.
Scintille nel buio, tante le incognite, tra cui, appunto, quelle relative alla fase di tesa sospensione in cui versa Israele. Un momentum terribile, nel quale brilla il lucido monito di Gideon Levy su Haaretz: “Se i leader dell’opposizione respingeranno gli arabi, dimostreranno chiaramente di essere in realtà uguali a Netanyahu, di preferire persino il diavolo Netanyahu alla repressione del loro razzismo. Se perderanno quest’occasione, tutti sapranno che in questo Paese il razzismo è il valore supremo, in ogni ambito, al di sopra di qualsiasi altro valore”. Il corsivo è nostro.
Si parla con insistenza e sicurezza di una guerra intensa, ma breve contro Teheran dopo le Midterm Usa. Anche gli interventi in Iraq e Afghanistan dovevano essere in forma di blitzkrieg. Sono durati decenni. Tali le incognite dei conflitti.



