30 Ottobre 2026

Ucraina. La tregua a Oleshky dimostra che la pace è possibile

Secondo Strana, la tregua sarebbe un primo passo, simbolico ma anche no, nel tentativo di raggiungere un'intesa, protagonisti Putin e Trump, per chiudere il conflitto.
di Claudia Carpinella
Ucraina. La tregua a Oleshky dimostra che la pace è possibile
Tempo di lettura: 4 minuti
La tregua a Oleshky non ha suscitato soltanto la gioia dei residenti ucraini, ha provocato anche le critiche di alcuni militari di Kiev e di altri osservatori, secondo i quali il cessate il fuoco favorirebbe Mosca. È quanto si legge su Bild, quotidiano tedesco vicino ai falchi occidentali, secondo cui, durante la tregua, “l’esercito russo può preparare un’offensiva su larga scala su Kherson [che si trova sulla sponda occidentale del Dnepr], usando il cessate il fuoco a Oleshky per trasferire attrezzature, munizioni e militari”.
Bereiten die Russen heimlich Großangriff auf Cherson vor?

Una lettura condivisa da altri media occidentali, che, più che soffermarsi sulla gioia dei civili, insistono sui rischi dell’intesa. La BBC scrive che “i russi stanno usando la ‘ben pubblicizzata operazione umanitaria’ per rafforzare le loro posizioni in vista di un nuovo e imminente assalto a Kherson”. Insomma, la tregua sarebbe vantaggiosa per la Russia e penalizzante per l’Ucraina.

Il quotidiano ucraino Strana, tuttavia, ricostruisce la vicenda e i passaggi che hanno portato alla tregua, offrendo una lettura assai diversa da quella proposta dai media occidentali. Secondo il giornale, infatti, l’iniziativa per il cessate il fuoco sarebbe partita proprio da Kiev, nel tentativo di affrontare la crisi umanitaria che da mesi investe Oleshky, sulla riva del Dnepr controllata dai russi. Una richiesta che ritenevano che sarebbe stata rifiutata da Mosca, così da alimentare la propaganda volta a disumanizzare l’antagonista.

Una vicenda che si trascina dalla scorsa primavera, da quando diversi media ucraini avevano iniziato a denunciare le condizioni della popolazione rimasta in città, accusando Mosca di impedirne l’evacuazione per poter utilizzare i civili come scudi umani. La Russia, dal canto suo, aveva sostenuto l’evacuazione era resa impossibile dai bombardamenti ucraini e delle mine disseminate all’intorno. Una dialettica nella quale s’inseriva la variabile tregua, con Kiev che la sollecitava e i russi che ricacciavano la palla nel campo avverso.

Tale ricostruzione, però, cambia la prospettiva: se la proposta è partita da Kiev, la tregua non può essere liquidata come una mossa concepita da Mosca per preparare un’offensiva.

La vicenda si inserisce in un quadro diplomatico più ampio. Secondo Strana, la tregua sarebbe un primo passo, simbolico ma anche no, nel tentativo di raggiungere un’intesa, protagonisti Putin e Trump, per chiudere il conflitto. Tanto che questa iniziativa distensiva è giunta insieme all’altro passo distensivo, molto più dirompente, del presidente americano: la revoca delle sanzioni sul diesel russo.

A spazzare via l’idea che si sia trattato di un astuta mossa strategica di Putin, il fatto che a sollecitare questa tregua è stato anche papa Leone XIV; e non attraverso un pubblico appello, ma in una conversazione telefonica con lo zar. Ne abbiamo scritto su queste pagine, aggiungendo: “Coraggioso il Pontefice che ha oltrepassato la linea rossa imposta dai fautori della guerra a oltranza”. Si tratta di quella direttiva non scritta che da tempo scoraggia i leader europei dall’intrattenere contatti con l’inquilino del Cremlino, costata cara anche al presidente finlandese Alexander Stubb e al premier norvegese Jonas Gahr Støre che, in costanza della tregua, hanno chiamato Putin stabilendo una linea diretta con lo zar e suscitando l’ira funesta del partito della guerra. Iniziative che riaffermano la necessità del dialogo per porre fine a un conflitto che altri vogliono che prosegua fino all’ultimo ucraino.

Ma la tregua di Oleshy ha un significato che va ben oltre la sua dimensione locale. Perché ha dimostrato tre cose che “il partito della guerra” preferirebbe non vedere riconosciute.

Il primo punto è che il cessate il fuoco può essere rispettato. In una guerra nella quale ogni richiesta di tregua viene interpretata come un espediente tattico dell’avversario, “l’intesa di Oleshky mostra che è possibile concordare una sospensione delle ostilità e mantenerla”.

Il secondo elemento è la reazione della popolazione. Il cessate il fuoco ha suscitato un’ondata di emozioni positive non soltanto tra i residenti della regione, ma in tutta l’Ucraina. Ha alimentato la speranza che la guerra possa finire e, soprattutto, ha fatto emergere quanto il popolo ucraino voglia la pace, in netto contrasto con le fumisterie delle narrazioni occidentali.

Il terzo elemento, forse il più importante, è che quanto accaduto a Oleshky fa vedere che Mosca e Kiev possono negoziare e dare attuazione agli accordi raggiunti. A dimostrarlo non c’è soltanto quanto avvenuto. Strana richiama anche il filmato che immortala il caloroso saluto tra il Commissario per i diritti umani ucraino Dmytro Lubinets e la sua omologa russa Yana Lantratova. Un’immagine che contraddice la tesi, ripetuta da tempo, secondo cui Kiev e Mosca non potranno mai raggiungere un’intesa e sarebbero condannate a combattere fino al collasso di una delle due (cioè l’Ucraina).

È difficile che questi risultati siano apprezzati dal “partito della guerra”, forte in Ucraina, ma soprattutto in Europa e in America (allignando tra liberal democratici e neocon repubblicani). Insomma, la tregua dimostra che le parti possono accordarsi; riaccende la speranza di chi, dopo anni di guerra, desidera soprattutto tornare a vivere in pace e mostra che persino i rappresentanti dei due Paesi in guerra possono incontrarsi e collaborare. Viene così meno uno dei presupposti della guerra a oltranza: “L’idea che non esista nessuna alternativa al proseguimento delle ostilità”.

È per questo che la tregua di Oleshky è diventata bersaglio di tante critiche. Eppure, nonostante le polemiche e l’indignazione dei fautori della guerra, continua a reggere. Il che dimostra che “il partito della guerra, per quanto influente, non è onnipotente”, conclude Strana. E che esistono spazi per negoziare e accordi che possono essere rispettati, alimentando la speranza di una pace più ampia e duratura.