4 Novembre 2026

Midterm Usa: l'America dice no alla guerra all'Iran

I cittadini statunitensi sono andati a votare consapevoli che il rincaro del carburante, delle bollette e dei generi alimentari discende dalla guerra. E il segnale è arrivato forte e chiaro. Resta da vedere se Trump riuscirà a usare di questa sponda.
di Davide Malacaria
Midterm Usa: l’America dice no alla guerra all’Iran
Tempo di lettura: 4 minuti

Come previsto, lo tsunami delle Midterm è arrivato e i repubblicani ne sono stati sommersi. Due i simboli di questa vittoria. Anzitutto l’affermazione di Abdul El-Sayed, primo senatore musulmano degli Usa, che ha vinto nonostante il fatto che il governo israeliano e l’AIPAC, la lobby ebraica americana pro-Israele, abbia mosso mari e monti per sconfiggerlo.

Se il sostegno economico dell’AIPAC al suo concorrente repubblicano Mike Rogers era palese, meno lo era quello di Tel Aviv, ma non per questo meno forte. Basta far notare che sia la sua portavoce, Abigail Ronson, che Jesse Stokes, autore dei comunicati stampa di Rogers – tra cui quelli che ne annunciavano la candidatura – figure chiavi del suo team, si sono registrati al Fara (Foreign Agents Registration Act) come agenti stranieri (entrambi nel 2025: la prima a maggio, il secondo a ottobre).

Tale registrazione è obbligatoria per quanti lavorano negli Stati Uniti per conto di entità straniere (governi, fondazioni o persone fisiche) e i due hanno dovuto adempiere tale obbligo dichiarando che erano agenti stranieri per conto di Israele, dal momento che lavoravano per società legate intimamente a Tel Aviv (Dropsite).

La lobby pro-Israele sperava di bissare il successo ottenuto pochi mesi fa quando, nella competizione elettorale più dispendiosa di sempre per la conquista di un seggio della Camera (elezione suppletiva), è riuscita ad abbattere il repubblicano Thomas Massie, irriducibile antagonista delle guerre infinite. Gli è andata male. Interessante notare che, nonostante tale palese contrapposizione, molti ebrei americani hanno votato per El-Sayed, tanto per accennare quanto sia errato generalizzare.

These Jews Are Voting for Abdul El-Sayed. They Aren't Thrilled About It

Il fatto che l’elezione di El-Sayed sia il simbolo di queste elezioni non discende da una considerazione personale, ma da altri fattori. Basti accennare al fatto che la sua vittoria era il titolo di testa del New York Times e di quasi tutti i media israeliani…

Altra vittoria simbolica, quella di Annie Andrews nella Carolina del Sud. Non tanto per l’affermazione di una democratica che non ha risparmiato critiche a Israele, anche se moderate, quanto perché ha sconfitto Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey, che per anni è stato l’alfiere dei neocon in seno al Congresso condizionando non poco Trump.

Certo, la signora, scelta personalmente da Trump per succedere al fratello – iniziativa forzosa – non brilla di intelligenza, né politica né generica, ma ciò non compromette affatto la possibilità di far carriera in politica, anzi per certi circoli tali deficit sono una dote (vedi alla voce leadership europea).

Così la sua sconfitta non è dovuta alle divertenti gaffe della signora, che pure hanno avuto un ruolo, quanto piuttosto a una perdita di potere dei circoli che la volevano elevare al Senato per prestare la sua voce luttuosa, gravida degli echi del fratello defunto, alle loro istanze sanguinarie. Gli è andata male.

Detto questo, nonostante queste sconfitte simboliche, alle quali si aggiunge la vittoria di tal Talarico, sempre dei democratici, in Texas, storico feudo repubblicano e stato chiave per le presidenziali, resta da capire se l’ondata dem terrà ferma la barra sull’opposizione alla guerra all’Iran e al genocidio dei palestinesi (persino la sanguinaria Hillary Clinton ha dichiarato che gli Usa dovrebbero assumere posizioni più dure su Israele).

Quanto a Trump… “Trump subisce una sconfitta storica”, titola il Washington Post. Vero, ma non interessante se non in quanto delinea quel che si apparecchia per il presidente, con il suo partito pronto a muovergli guerra nel segreto.

In realtà, Trump sembra aver fatto di tutto per perdere, conscio che il suo partito non era più suo ma a trazione neocon, come abbiamo scritto ieri accennando all’immaginifico comizio conclusivo nel quale si è prodigato a parlare di tubature e alghe.

E viene da sorridere a ricordare a quanto inchiostro si sia versato per allarmare sul rischio che, sconfitto, iniziasse una guerra contro l’esito delle elezioni brandendo l’accusa di ipotetici brogli. Si era parlato addirittura del rischio golpe, con l’ICE pronto ad assaltare le ridotte democratiche…

Nulla di tutto questo, ovviamente, anzi ha dichiarato che non vede l’ora di lavorare con i nuovi venuti. Ma questo è il futuro, che potrebbe riservare sorprese, sempre che i democratici restino su certe posizioni, ora interessa il presente.

E il presente vede tutto il Medio oriente in attesa di quel che farà Trump dopo queste elezioni, se cioè attaccherà l’Iran o meno (dovrebbe interessare anche l’Europa, date le conseguenze di tale decisione, ma, al solito, la sua leadership latita). Tutti sanno che queste Midterm, al di là dei voti di natura ideologica, sono state di fatto un referendum sulla guerra all’Iran.

Anche i cittadini statunitensi che non sanno indicare l’Iran sulla cartina geografica sono andati a votare consapevoli che il rincaro del carburante, delle bollette e dei generi alimentari discende dalla guerra. E il segnale è arrivato forte e chiaro. Resta da vedere se Trump riuscirà a usare di questa sponda, ad oggi solo indicativa (dal momento che il nuovo Congresso si insedierà a gennaio), per uscire dal tunnel nel quale si è cacciato.

Di fatto è stato anche un referendum su Netanyahu, il secondo dopo quello in Israele, che questa guerra, ossessione della sua vita, ha voluto. Non si rassegna né si rassegnerà a un accordo che vi ponga fine, continuando nel suo forcing sull’inquilino della Casa Bianca, forte dell’appoggio dei neocon repubblicani e dei liberal interventisti democratici.

A tale scopo si uniranno, e già lo hanno fatto a stare al titolo del WP citato, al coro – legittimo per i vincitori e obbligato dalle cronache – di quanti ascrivono al Tycoon una sconfitta storica. Tale esercizio mira a indebolirlo vieppiù, perché ricerchi l’appoggio della Forza che possono garantirgli, oltre che a sollecitarne l’ego perché non si dimostri ancor più perdente accordandosi con l’Iran e anzi mostri i muscoli attaccando. Si spera resista. Giorni movimentati all’orizzonte.

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