Trump si disinteressa delle Midterm e parla di tubature
Tempo di lettura: 4 minutiL’America si prepara allo tsunami elettorale. Mordono i freni i democratici in attesa del trionfo annunciato, tremano i repubblicani, l’unico non interessato al teatrino è Trump che ieri, nel comizio conclusivo, invece di inveire contro l’opposizione e spronare a votare per il suo partito, si è profuso nell’elogio dei lavori di ristrutturazione della grande vasca del Lincoln Memorial, spiegando come ne siano state cambiate le tubature, sia stata ripulita dalle alghe etc…
Non gli importa nulla del suo partito, anche se per dovere lo ha un po’ sponsorizzato, anche perché non è più il suo partito, essendo ormai quasi completamente appannaggio dei neocon o di loro subalterni. Certo, il nuovo Congresso gli darà filo da torcere, ma in fondo sulla politica estera, ciò che importa al mondo, l’Imperatore ha poteri assoluti, almeno in prima battuta, potendo subire freni successivamente.
Può, cioè, scatenare una guerra senza passare dal Congresso, dal momento che questo di fatto può intervenire solo successivamente per chiederne conto ed eventualmente frenare, e con una forza frenante tutta da verificare. Il potere del Congresso potrebbe essere esercitato, questo sì, per chiudere la guerra iraniana e per porre un freno al genocidio dei palestinesi, dal momento che si trascinano da tempo, ma tutto dipenderà da quali saranno i nuovi membri del Congresso.
L’appartenenza al partito democratico non dà garanzie in tal senso, mentre i candidati repubblicani sembra siano stati scelti per lo più in base al loro allineamento a Israele.
Gli unici che certamente si batteranno per porre fine a tali follie saranno i democratici progressisti, termine da leggere a largo spettro. Nel corso della campagna elettorale sono stati loro a dettare l’agenda del partito, scontrandosi con l’ala liberal e avendo la meglio nella pugna.
Ma resta da vedere quanti di loro saranno eletti e se avranno ancora tanta influenza sul corpus democratico che presiederà la Camera e forse il Senato. Per avere un’idea dello scontro in atto, quanto avvenuto in Michigan, dove l’ex candidata al Senato per i dem Haley Stevens, sconfitta alle primarie del partito da Abdul El-Sayed, due giorni prima delle elezioni ha dichiarato che avrebbe votato il candidato repubblicano.
Certo, la candidatura di al Sayed è un unicum, avendo assunto un significato simbolico sia per le sue posizioni sia perché, se eletto, sarebbe il primo senatore musulmano della storia degli Stati Uniti. Ma quanto avvenuto rappresenta la punta dell’iceberg di uno scontro interno al partito il cui esito resta incerto.
Infatti, se la spinta dei progressisti è stata comunque assecondata dai liberal del partito perché consci che gli avrebbe garantito una vittoria schiacciante, non è assolutamente detto che, una volta eletti, siano ligi alle promesse e attenti alle istanze dei loro compagni di partito.
Insomma, c’è da attendere per capire come si orienterà il Congresso, mentre Trump tende una mano ai progressisti affermando che gli Stati Uniti porranno fine agli aiuti diretti a Israele, un cavallo di battaglia di questi ultimi.
Sorpresa? Non tanto se si tiene presente il suo rapporto con Zohran Mamdani. Come annotava BusinessInsider, dopo l’elezione di questi a sindaco di New York, “i due sono andati sorprendentemente d’accordo”… Particolare che contribuisce a spiegare l’indifferenza di Trump per le Midterm. Certo, i nuovi venuti non saranno affatto teneri con lui, anzi, ma probabilmente ha presente il detto: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.
Gli interna corporis americani interessano soprattutto per la geopolitica globale, che oggi ha due focus che stanno destabilizzando il mondo e rischiano di precipitarlo nell’abisso: Medio oriente e Ucraina. Sull’Ucraina Trump va come un treno: il trilaterale Russia, Ucraina e Stati Uniti è stato fissato per l’11 novembre ad Abu Dhabi.
Se l’appuntamento reggerà – potrebbe saltare anche per una nuova guerra iraniana – e se porterà a passi successivi tali da riuscire a porre fine al conflitto prima dell’insediamento del nuovo Congresso (si insedierà a gennaio), tale sviluppo non dovrebbe essere inficiato, nonostante l’anelito alla giustizia e alla libertà dei dem li spinga a sostenere la prosecuzione delle guerra per procura contro la Russia fino all’ultimo ucraino.
Quanto al Medio oriente, le conflittualità innescate dall’espansionismo israeliano dovranno attendere quanto accadrà a Tel Aviv, dove le opposizioni hanno concordato di porre fine al Regno di Netanyahu e di insediare presto un governo di “emergenza”. Un accordo quadro che potrebbe aver superato l’opposizione di Avigdor Liberman al sostegno dei partiti arabi (ma anche no), senza i quali ad oggi non hanno la maggioranza.
Resta che l’accordo fa sì che tutti i partiti di opposizione, arabi compresi, indicheranno al presidente Isaac Herzog il nome di Gadi Eisenkot come primo ministro, da cui dovrebbe discendere l’incarico al suddetto di formare un governo. Probabile che in prima battuta Eisenkot, sempre se sarà incaricato, cercherà di cooptare partiti – o parte di essi – ad oggi al governo. Resta il dubbio su Liberman, se alla fine accetterà o meno il sostegno degli arabi (forse la sua è una manfrina per ottenere di più).
La grande variabile resta la guerra all’Iran, che vanificherebbe tutto, consentendo a Netanyhu di restare premier. Ieri gli Usa hanno sganciato alcune bombe sull’isola di Qeshm. Scaramucce del genere, nelle quali gli americani hanno perso anche costosi droni, sono all’ordine del giorno in quel di Hormuz.
Ma stavolta i media Usa hanno enfatizzato la notizia come non accadeva in precedenza. Le bombe, vere e mediatiche, hanno lo scopo di vanificare gli spiragli di pace che si sono aperti negli ultimi giorni. Consci del pericolo, infatti, i media iraniani ufficiali non hanno dato la notizia, anzi sull’Agenzia di stampa nazionale, IRNA, campeggia la notizia che i qatarioti proseguono nel loro lavoro di mediazione.
Per conto suo Trump continua a straparlare di guerra e di pace a seconda del momento. Inutile imbarcarsi in interpretazioni, si sta a quel che farà.


