14 Luglio 2015

La Grecia e la fine dell'Unione europea

La Grecia e la fine dell'Unione europea
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E così l’accordo è stato trovato, anche se a stento. Un accordo che costringe la Grecia a ulteriori lacrime e sangue, un piano di salvataggio peggiore di quello prospettato prima che Tsipras facesse saltare il banco con il ricorso al referendum.

Un piano che sarà sottoposto al Parlamento greco che lo deve trasformare in legge in tre giorni. Una procedura d’urgenza, vista la situazione, ma che ha tutti i connotati di un diktat: il Parlamento di Atene è chiamato a ratificare senza discutere, altrimenti sarà l’ecatombe (questa l’idea di democrazia che circola in Europa).

Il governo greco dovrà trovare i voti altrove, stante che Syriza non voterà compatta.

 

Con un governo delle larghe intese, l’obiettivo dei falchi tedeschi (e non solo) di tirare giù il governo dell’incontrollabile Syriza, l’ultimo governo di sinistra del mondo occidentale, è stato raggiunto. Un’eventuale nuova maggioranza, sempre se non cade tutto subito, avrà davanti un incerto futuro, stante la spinta esterna a chiudere definitivamente la partita con Syriza e quella interna, proveniente da ambiti ellenici di destra e di sinistra, di ribaltare ancora una volta il banco.

 

Molti giornalisti e media hanno insistito in questi giorni sulla narrativa che vede nella Grecia una “nazione cicala” la quale ha incassato una montagna di soldi senza far nulla per rimettere a posto i conti. Una narrativa che non meriterebbe attenzione se non per il fatto che ha persuaso molte persone. Una favola che deve obliterare il fatto che sui soldi dati alla Grecia in questi anni hanno vigilato in maniera pervasiva i commissari della Troika, i quali riferivano direttamente ai loro superiori. Che oggi si dicono scandalizzati di alcune dinamiche delle quali erano ben informati e che evidentemente avevano avallato.

 

Il popolo greco va incontro a un futuro ancora più funesto. Un esempio per tutti: l’Iva sui prodotti alimentari dei supermercati, in un Paese già allo stremo, sarà portata dal 13% al 23%. Una misura non propriamente in linea con la tutela dei diritti umani…

I falchi hanno trionfato, dando sfoggio di tutta la loro potenza, riuscendo a obliterare, come non fosse mai accaduto, un referendum popolare (che però resta un precedente nella storia).

 

Una consultazione popolare fondata non tanto sui contenuti della precedente proposta Junker, quanto sulla dogmatica austerità imposta dalla Germania ad Atene (e agli altri Paesi europei). L’austerity trionfa, a futuro monito per quanti vorrebbero metterla in discussione: chi gioca col fuoco rischia di essere incenerito.

 

Ma al di là della cronaca nera, in questa sede vorremmo sottolineare un altro aspetto di questa tragedia greca. In questi giorni Wolfgang Schauble e Angela Merkel si sono mossi come protagonisti assoluti della scena. Il primo nel ruolo del cattivo, la seconda in quello della cattiva più condiscendente (purtroppo è difficile trovare dei buoni in questa tragedia). Il ministro delle Finanze teutonico mosso dall’interesse del suo popolo, la Cancelliera dal desiderio di salvare il simulacro dell’Unione europea (al cui destino è legato il suo prestigio personale), che la Grexit minerebbe nel profondo.

 

Due soli protagonisti assoluti, a parte il povero Tsipras nel ruolo di disperato e astuto mendicante (un ruolo peraltro molto più dignitoso di quello ricoperto dai suoi arcigni interlocutori). I vari premier e ministri europei hanno svolto la parte di oscuri figuranti, in supporto esterno ai due veri duellanti.

Non sappiamo se l’Eurozona (ché a tale meschinità contabile è stato ridotto l’alto ideale di una comunità di popoli), sopravviverà negli anni e in che modo.

 

Quel che è certo è che questa drammatica crisi ha evidenziato che l’Unione europea, nel senso della comunità dei popoli europei, non esiste più. C’è la Germania, il resto è contorno.

Era il rischio insito della riunificazione tedesca attuata in modo così repentino e senza i necessari contrappesi. Non un destino ineluttabile, ma rischio sì, che purtroppo si è concretizzato.

 

A favorire questo destino tedesco del Vecchio Continente anche l’allargamento a Est dell’Europa, del quale Berlino, per ragioni storiche e geografiche,  ha beneficiato più degli altri Stati dell’Unione. E che ha rivitalizzato in essa una spinta all’allargamento della propria sfera di influenza, economica e politica, bloccato dalla catastrofe bellica.

 

Una spinta alla quale si è sovrapposta quella parallela della globalizzazione e l’evoluzione dell’economia capitalista da produttiva a finanziaria. L’una e l’altra hanno reso gli Stati nazione sempre più interdipendenti e, allo stesso tempo, sempre più dipendenti dagli ambiti nei quali abita la ricchezza (reale o virtuale poco importa). Senza i vincoli della Politica, il cui potere, in parallelo, è stato eroso, la ricchezza, per un maccanismo ineluttabile, viene drenata dalle periferie a favore del centro. Nel caso specifico dal resto del continente verso la Germania,

 

La crisi greca ha reso evidente che l’Unione europea è rimasta un nome o poco più. La Germania, come accaduto con ciclicità nel secolo breve, ancora una volta ha portato sventura nel Vecchio Continente (c’è una strana coazione a ripetere i propri errori da parte dei tedeschi).

Anche da questo punto di vista l’Unione europea appare un residuo del passato: essa era nata nel dopoguerra come un organismo comunitario nel quale contenere e armonizzare la spinta potenzialmente eversiva dell’ordine continentale proveniente della Germania. Una visione grandiosa, sconfitta dalla storia.

 

Continueremo a chiamarla Unione europea, ma questo nome oggi ha un un altro significato. Da ricercare nel vocabolario tedesco. Ma forse anche questa finzione nominalista avrà breve durata, dal momento che il mondo moderno, come intuirono i futuristi, ha nella velocità una caratteristica fondante.

 

Impossibile prevedere il futuro, stante le diverse e multiformi variabili in campo, prima di tutte l’evoluzione della crisi ucraina che incombe ai margini dell’Europa (e quanto sarebbe stato utile alla Germania farvi fronte avendo alle spalle una comunità di popoli piuttosto che basarsi sulle sue sole forze…). Ma quel che occorre registrare oggi è il cambiamento epocale avvenuto in Europa. Che purtroppo non rappresenta l’alba di un futuro radioso, quanto il tramonto di una speranza perduta.

Eppure, e nonostante tutto, la tenace, soprannaturale, speranza ha il pregio di rifiorire dove meno è attesa. Come ben sapevano gli antichi: spes ultima dea.

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