9 Luglio 2014

La Seleςao torna alla realidade

Tempo di lettura: 3 minuti

Se ci fosse stato Neymar e Thiago Silva… è il refrain che rimbalza di giornale in giornale. Il problema è che si era dipinta la seleςao come una squadra di fenomeni ed è difficile ora ammettere che si era preso un immane abbaglio. Da sempre il Brasile è considerato il pianeta del calcio, dove nascono fenomeni ignoti altrove. Abbiamo dubitato in passato di questa predestinazione, ma in questo mondiale ormai la cosa è alquanto evidente a tutti. Se ci fossero stati Neymar e Thiago Silva il Brasile avrebbe perso lo stesso semplicemente perché era una squadra di media tacca. David Luiz, calciatore stellare per i media, si è rivelato per quel che è: può, forse, fare altro nel calcio, ma non certo il centrale della difesa. Inoltre un centrocampo che non è in grado di contrastare (la difesa in bambola di ieri si spiega anche con questo) né costruire gioco in maniera efficace difficilmente può fare la differenza in una partita vera. Per non parlare di Neymar, astro fulgente di questa squadra, il quale era riuscito finora a segnare solo una doppietta contro la Croazia e una contro il modestissimo Camerun nel girone, per poi eclissarsi nelle partite successive. Da un certo punto di vista il fallo che lo ha fatto fuori, al di là dei problemi fisici che si spera si risolvano in fretta e felicemente, gli ha risparmiato l’umiliazione che ha bollato i suoi compagni per sempre.

Sarebbe bastato guardare le partite precedenti con occhi non offuscati dai mirabolanti commenti mediatici per capire che i favori dei pronostici  di cui godeva il Brasile si sarebbero avverati solo nel caso di una sudditanza psicologica da parte degli arbitri (ai tempi di calciopoli si usava questa terminologia, piace ripeterla). Già nella prima partita aveva stentato a trovare il bandolo della matassa contro la Croazia e se non fosse stato per un rigore inventato di sana pianta dall’arbitro la partita sarebbe probabilmente finita diversamente. Nella partita successiva con il Messico, non potendo contare sulla sudditanza psicologica arbitrale (troppo prossimo il fattaccio che aveva suscitato scandalo in tutto il mondo), aveva solo pareggiato. Aveva quindi chiuso il girone di qualificazione con una scontata vittoria contro il Camerun, atterrato in Brasile col visto turistico (tra l’altro sui media si sussurrava che avesse venduto qualche partita in questi mondiali). Nelle partite vere, pur potendo contare su arbitri che “favorivano la fisicità” rinunciando ai cartellini, aveva incontrato forti difficoltà. Contro il Cile solo la traversa finale aveva impedito la sua fuoriuscita, guadagnata contro rigoristi avversari ai quali non era stato spiegato appieno che il gioco consisteva nel mettere la palla in rete (una delle peggiori prestazioni ai rigori che ricordi). Contro la Colombia non è solo Maradona ad aver notato che i ragazzi carioca avevano vinto menando come fabbri grazie alla compiacenza dell’arbitro (“Il peggiore degli ultimi dieci anni. La Fifa lo ha scelto proprio bene…”, così il campione argentino). Circostanza ribaltata dall’enfasi con lutto che ha accompagnato il fallo di Zuniga su Neymar: un’entrata fuori tempo, nulla in confronto ai calcioni rifilati con metodo, tra gli altri, alla stellina colombiana James Rodriguez, costretto a cercar rifugio a centrocampo.

A questo proposito è significativo che uno degli astri decantati di questo Brasile sia stato considerato tal Hulk, che del supereroe dei fumetti ha il fisico e l’intelligenza calcistica, il quale ha adeguatamente sfruttato la sua stazza contro i malcapitati avversari che si trovava a tiro. Certo c’è anche la fragilità psicologica, ma è solo una conseguenza della inanità della squadra, evidentemente ben conscia dei propri limiti. Chiude il quadretto il povero Scolari, al quale era stata affidata una mission impossibile: fare di un’accozzaglia di mezzi giocatori osannati dai media, una squadra di campioni. Non c’è riuscito: forse non ha fatto bene la seleςao, ma di certo con quelli che si era portato non poteva fare molto di più; si è visto quando al posto dei titolari sono entrate le riserve, di nome e di fatto.

Non si tratta di infierire contro una povera nazionale di calcio trascinata dalle stelle alle stalle, non interessa, si vuole solo evidenziare che il calcio moderno ha bisogno di spettacolo e di miti. Per far girare il baraccone, per far entrare pubblicità. Uno di questi miti era, appunto, il fantasmagorico Brasile stellare. È confortante constatare come a volte la realtà si prenda le sue rivincite. Il pallone è un’altra cosa. Come ha mostrato ieri la Germania: un undici con buoni e ottimi giocatori, ben organizzato, che più che alle stelle pensa a calciare la palla dove va calciata e mettere i difensori al loro posto (e ora attende la sfidante potendo contare, di fatto, su un turno di riposo dopo l’allenamento coi carioca). Forse un po’ nostalgici, sicuramente un po’ illusi, ci auguriamo che la caduta dei miti possa dare una scossa al carrozzone. Piaceva il pallone, sarebbe bello tornare a parlarne.

 

Archivio Postille
6 Febbraio 2016
La crisi libica e la morte di Giulio
Archivio Postille
2 Febbraio 2016
Iowa: la vittoria di Cruz e della Clinton